sabato, 21 Settembre, 2019

L’impasse sulla legge elettorale
e la crisi dei partiti

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Negli ultimi mesi il dibattito politico è stato quasi monopolizzato dalla riforma della legge elettorale, che più che riforma è una irrinunciabile priorità dettata dalla bocciatura costituzionale del Porcellum prima e dell’Italicum poi, con la tappa finale del referendum costituzionale che ha definitivamente affossato il percorso delle riforme avviato da Renzi & Co. Abbiamo assistito a un incredibile balletto di proposte che sembrava aver trovato una sintesi finale in un modello simil tedesco, proporzionale, che scaturiva da un accordo a quattro tra Pd, Forza Italia, Lega Nord e M5S, poi clamorosamente naufragato alla prova dei numeri in parlamento. Non so se la politica italiana, o forse sarebbe meglio dire, il sistema di quello che è rimasto dei partiti nazionali, riuscirà a trovare una strada per uscire dall’impasse ma pare evidente il clamoroso vuoto politico in cui è piombato il paese, con partiti sempre meno rappresentativi, guidati spesso da conventicole di dirigenti più attenti a preservare spazi di potere interni che a proporre dinamiche serie per portare fuori dalla crisi una democrazia che ha toccato il fondo in chiave di consensi, di voglia di partecipare, di rappresentatività.

Proprio la crisi dei partiti è responsabile della crisi della democrazia partitocratica sorta nel dopoguerra e legittimata dalla costituzione. Quando i partiti perdono la loro funzione mediana tra popolo e istituzioni, quando non conoscono più la propria base elettorale, quando si trasformano da macchine a contenitori vuoti a disposizione, specie sotto elezioni, di questo o di quel leader, si viene a perdere tutta quella idealità che contribuisce a costruire consenso e fiducia reciproca. Resto dell’avviso che gli italiani abbiano buttato all’aria l’ultima grande occasione di far fare un passo avanti alla nostra repubblica in apnea, quel referendum che il 3 dicembre troppi hanno affrontato di pancia e non di testa, stoppando per sempre ogni velleità riformatrice. Il governo Gentiloni, oggi, è ostaggio di troppe logiche, specie di fronte all’alleanza fondativa tra Pd e Alfano che ormai non regge più. Mai come in un momento di incertezza come questo, che vede anche Mattarella richiamare all’ordine un parlamento confuso, con le possibili elezioni dietro l’angolo (e se non sarà autunno, comunque, sarà inverno) occorrerebbe uno scatto di responsabilità. I partiti dovrebbero scrivere regole del gioco durature, non una legge elettorale votata solo a non far vincere l’avversario più forte. Si tratterebbe di creare le condizioni per una normalizzazione, per una stabilità dei governi richiesta a gran voce dall’Europa, ma fondamentale anche per una cittadinanza forse troppo assopita o incazzata. Ma riusciranno i nostri eroi, per una volta, a frapporre l’interesse generale a quello particolare? Continuo ad avere i miei dubbi.

Leonardo Raito   

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