martedì, 21 Gennaio, 2020

L’imperturbabile zelo servile di Luigi Di Maio

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Chi è il leader politico più unfit (come diceva The Economist occupandosi di Silvio Berlusconi) esistente in Italia e probabilmente in Europa?
Le recenti elezioni l’hanno mostrato sempre sorridente (come sanno fare gli irresponsabili, che non soffrono) e sempre pronto a offrire l’altra guancia (come chi ha una concezione fallimentare del proprio destino).
Si chiama Luigi Di Maio, e passa ancora per essere il leader del Movimento Cinque Stelle creato da un comico intelligente e pessimo politico come Beppe Grillo.
Di Maio, con le sua gestione dissennata del grande capitale politico ed elettorale offertogli un anno fa, è riuscito a dimezzare (del 50% cioè) i consensi al suo movimento. Sia nelle elezioni amministrative e regionali sia in quelle politiche di ieri.
Detto diversamente: Di Maio dall’alto del suo 33% aveva stabilito un accordo, chiamato contratto (capestro) con la Lega che aveva appena il 17%.
Nel corso di un anno si è assistito ad uno spettacolo esilarante. Invece di guidare la maggioranza politica che in Parlamento e al Governo aveva come asse portante il proprio partito, Di Maio si è fatto imporre dal suo alleato (che, lo ripeto, aveva appena il 17% dei voti), le priorità programmatiche, i tempi di approvazione di esse, e lo stesso abuso da farne sui media.

Lo ha fatto probabilmente pensando che accordando a Matteo Salvini tutto questo spazio l’avrebbe indotto a non rompere l’alleanza di governo.
Questa giustificazione è stata biascicata anche quando si è trattato di assoggettare il capo della Lega a responsabilità penali. In esse è incorso per reati commesse nel chiudere illegalmente i porti e tenere in ostaggio centinaia di africani (anche bambini e vecchi) in fuga dalle violenze della squadracce costiere della Libia e dalle menomazioni di ogni diritto nei paesi di provenienza.

Salvo che nelle ultime settimane di campagna elettorale, e fino alla cacciata dal Governo del sottosegretario (leghista) Siri, il comportamento di Di Maio è stato quello di uno zelante servitore di Salvini, cioè di un dirigente della Lega che contava meno, molto meno, sia in Parlamento sia nel Governo.
Un rapporto di subordinazione spinto a questo livello di servilismo non si era mai visto nella storia della Repubblica.
Gli elettori ieri hanno inflitto una punizione durissima e clamorosa alla sconclusionata linea di condotta del leader grillino. Non solo nel bocciare la maggioranza dei suoi candidati al parlamento europeo, ma anche dei sindaci nei comuni grandi e piccoli come avevano fatto alcuni mesi fa in altre elezioni amministrative e regionali.
Per dare una misura del sordo sentimento di avversione suscitato dalla scellerata politica di Di Maio, basta pensare che Salvini ha stravinto in Val di Susa (dove Cinque Stelle avevano creato il presidio contro la Tav Torino-Lione), a Lampedusa (l’isola degli sbarchi), a Melendugno (il comune del Tap della discordia) o a Capalbio (la capitale intellettuale dell’estate).

Non c’è luogo o sito amministrativo in cui i grillini non prendano ceffoni, insieme al ritiro della delega della rappresentanza ricevuta.
Di fronte ad una sconfitta così assoluta, un dirigente politico che abbia sentore di un’elementare etica democratica, ha solo un dovere e uno scatto di dignità a propria tutela: quello di dimettersi.

Invece Di Maio ha fatto leva sulla superba ostilità ad ogni regola di buoncostume esistente nella sua scassatissima macchina di potere, e si è fatto rinnovare dai maggiori dignitari (Grillo, Casaleggio, Fico ecc.) il diritto a mantenere lo scalpo, cioè un certificato di buona condotta. Può,quindi, incamminarsi sulla strada di un’ulteriore agibilità da leader.

Forte di questa investitura Di Maio ha informato Salvini che per i prossimi 4 anni sarà, con lealtà e infinito zelo, al suo servizio.
E il leader della Lega, che sa fare politica e sa riconoscere e trattare come tali gli inservienti, gli ha dato immediatamente la lista degli impegni programmatici prioritari da far approvare nei prossimi Consigli dei ministri: l’autostrada Torino-Lione, le autonomie regionali, la riduzione della pressione fiscale per le imprese.
Ha ragione il segretario del Pd Zingaretti a sostenere che con un dirigente di questa pasta non è possibile prendere neanche un caffè. Ma quel che non si può evitare, se si vuole creare una politica di alternativa a questa brutta destra, è l’apertura di un discorso, di avviare contatti e proposte programmatiche, per battaglie comuni, con la base di Cinque Stelle.

Sconfiggere la destra di Salvini non sarà un’operazione elettorale, ma esige una battaglia di lunga lena, di un vero e proprio ripensamento della stessa identità della sinistra. Con nuovi, anche impensabili una volta, interlocutori oggi e possibili alleati domani.

Salvatore Sechi

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