venerdì, 18 Ottobre, 2019

Matteotti. L’inchiesta, i mandanti e il monito

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Dalla grande Guerra alla Guerra civile. Parte finale 30

“Non solo la convinzione, ma il dovere oggi mi comanda di restare al posto più pericoloso, per rivendicare quelli che sono, secondo me, i presupposti di qualsiasi civiltà e nazione moderna” Giacomo Matteotti, in risposta a Luigi Lucchini. 10 maggio 1924
Nel considerare l’inchiesta che seguì il delitto, crediamo doveroso precisare che riteniamo tuttora l’indagine del giudice inquirente Mauro Del Giudice la più attendibile e veritiera nel merito. Ci interessa poco che ci sia ancora chi cerca di screditarlo scrivendo ben settecento pagine di rianalisi del delitto e delle sue conseguenze, con l’unico scopo di dimostrare che fu fortuito e che nessuna responsabilità andrebbe attribuita a Mussolini. Ci importa piuttosto ricordare che tutto questo castello di considerazioni è stato edificato con un teorema di base: Mauro Del Giudice o era afflitto da senili dimenticanze (tra l’altro l’Alzeimer comporta dimenticanze solo su fatti recenti ma non remoti) oppure mentiva sapendo di mentire, e soprattutto era inaffidabile perché non favorevole al fascismo. Ciò è suffragato dall’affermazione del letterato di Gotemborg già precedentemente menzionato e reiterata ben due volte tra parentesi che “non avrebbe dovuto scrivere quel suo libro-memoriale”.

Tale assunto, a nostro parere, invece, esalta ulteriormente la validità di quel testo che già Salvemini, al corrente di documenti molto riservati sul delitto conservati in Inghilterra, conosceva e salutò come cruciale e la cui importanza non esitò a confermare nelle sue linee complessive. Purtroppo gli è stata data scarsa rilevanza editoriale, proprio perché renderebbe vane tante speculazioni e tanti altri tentativi libreschi di girare intorno a tale vicenda, ogni volta rimescolando le carte e riecheggiando un mistero che in realtà è apparso già molto chiaro con l’assunzione di responsabilità pubblica e parlamentare di Mussolini. Se infatti fossero divulgati adeguatamente sia il libro di Matteotti che quello di Del Giudice, vari storici si ritroverebbero ora a dover evitare tante congetture spesso scandalistiche e sicuramente le loro vendite ne risentirebbero alquanto.
Del Giudice assunse la responsabilità dell’indagine consapevole quasi in senso profetico di quale sarebbe stata la sorte dei suoi interrogatori e delle sue conclusioni, lo scrisse chiaramente quando riferì un dialogo tra lui e Fagella che abbiamo già menzionato e di cui vogliamo ricordare ancora un passaggio cruciale “Al riguardo il mio pessimismo supera il tuo e perciò ti dico che molto probabilmente non rimarranno neppure le carte, le quali saranno fatte sparire dal regime fascista appena avrà operato il salvataggio completo degli assassini, dei loro complici e mandanti….” . E infatti varie carte di quel processo in seguito o sono state secretate o sono scomparse del tutto, almeno in Italia. E’ quindi del tutto evidente che, in vista di ciò, questo coraggioso giudice possa avere fatto due cose: la prima, nella consapevolezza che alcune carte sarebbero state, prima o poi, fatte sparire, avere un archivio personale almeno dei passaggi e delle testimonianze cruciali della sua inchiesta, magari facendo copia di parte dei verbali, la seconda conservarli adeguatamente occultati in vista di tempi migliori in cui il tutto avrebbe potuto essere divulgato senza alcuna censura. E questo ovviamente poté essere fatto, anche se in maniera molto limitata, solo dopo la fine della guerra e del regime fascista.

Che interesse avrebbe avuto Del Giudice a mentire? Nessuno, anzi, se avesse condotto l’inchiesta in maniera compiacente, si sarebbe anche risparmiato il trasferimento in Sicilia e avrebbe ottenuto ben altri onori e prebende senatoriali da un regime riconoscente. Cosa ha invece ottenuto pubblicando il suo memoriale? Pressoché nulla, né vantaggi economici e tanto meno fama o gloria. Tanto più che essendo quasi novantenne, non c’è assolutamente da sospettare che mentisse per screditare chi era già stato condannato dalla storia ad una fine molto ingloriosa, essendo scappato travestito da tedesco, fucilato dai partigiani, esposto al ludibrio della folla e infine, con grave scempio, appeso per i piedi al traliccio di una pompa di benzina.
L’inchiesta invece costò, ai suoi tempi, al coraggioso giudice non solo reiterate intimidazioni pure fuori dalla sua abitazione, ma anche un fortissimo esaurimento nervoso che lo costrinse persino a ricoverarsi in clinica, ed i fascisti cercarono per questo di denigrarlo spacciandolo per pazzo; non è sorprendente dunque che qualcuno oggi, seguendo quella scia, cerchi di farlo passare per demente o per bugiardo incallito. Tra l’altro, Del Giudice non poteva nemmeno screditare Mussolini per dare più lustro ad una democrazia di cui avvertiva già sul nascere i difetti che poi saranno destinati a cronicizzarsi. Scrisse infatti in coda alla sua opera nel 1947, proprio mentre era in corso il nuovo processo ai responsabili del delitto: “Quella corruzione è ancora più aggravata sotto questo regime che si dice repubblicano, ma non è repubblicano, né monarchico, né socialista, né comunista; è soltanto una accozzaglia di egoisti uniti fra loro allo scopo di sfruttare il potere, come, né più né meno faceva il fascismo”.

Il coraggioso magistrato, infine, introduce il suo memoriale con le seguenti parole: “Chi ha scritto queste memorie è vicino a comparire davanti al Giusto Giudice, che lo deve giudicare senza appello, e non sarebbe così stolto da presentarsi davanti a Lui, reo di menzogne e falsità” Ecco, basterebbero solo queste parole di circa settanta anni fa per dargli pienamente ragione e per considerarlo integerrimo, e soprattutto per tener fede alle conclusioni della sua indagine che riporteremo in sintesi, ma anche per rammaricarci alquanto che una democrazia come la nostra non abbia dato adeguato risalto alla sua figura e alla sua opera. Inoltre egli non era nemmeno sicuro, quando si decise a divulgare la sua opera, che essa avrebbe avuto quella fortuna editoriale che in effetti non ha mai avuto, scrisse infatti nella sua introduzione: “Mi auguro che un giorno egli possa leggere queste carte, se, vincendo la mala fortuna dello scrittore, riusciranno a vedere la luce a mezzo stampa” “Egli” allora era riferito ad un giudice istruttore, oggi lo possiamo riferire a tutti noi, nel doveroso compito di tutelare non solo la memoria di Matteotti, ma anche di chi cercò strenuamente e quasi disperatamente, di arrivare ad una verità talmente scomoda da essere ostinatamente celata, deviata e denigrata per quasi un secolo. Prima di osservare specificamente ma in maniera inevitabilmente sintetica, perché questa non è un’opera specifica sul delitto Matteotti, le fasi dell’inchiesta, soffermiamoci un po’ a capire il movente.

C’era interesse ad eliminare Giacomo Matteotti? Chi aveva questo interesse e perché? Su questo sono stati scritti e forse si scriveranno ancora fiumi di inchiostro, a riempire pagine e pagine di libri, ci sembra però che sia in atto un vero e proprio paradosso storico. Più ci si allontana da quel delitto e più prendono campo tesi nel merito, già abbondantemente diffuse a caldo per depistare le indagini. Innanzitutto, la presunta casualità, o preterintenzionalità del delitto, dovuta più alle circostanze che alla volontà di uccidere, la quale evidentemente cambierebbe tutto nel merito di eventuali moventi, e poi ipotesi che giustificherebbero l’assassinio più con motivazioni di natura economica che meramente politica. Il fatto è che ciascuna di queste tesi ha una sua ragion d’essere che però decade se viene considerata la “sola” ad essere presa in considerazione per darci un motivo concreto ed autentico della motivazione dell’assassinio. Esso fu infatti dovuto, con ogni probabilità, ad un “insieme” di cause, e non ad una “sola” causa. Capendo questo, abbiamo modo di comprendere anche la convergenza degli interessi per coprire i mandanti e per giustificare in qualche modo gli assassini nel meschino intento di far risaltare che la morte fu la conseguenza fortuita di una aggressione finita male e dovuta più alla debolezza e sbadataggine di Matteotti che ai suoi carnefici, con l’evidente intento di screditare chi sapeva e poteva efficacemente condurre una efficace battaglia democratica e parlamentare contro il fascismo.

Cerchiamo innanzitutto di capire bene che Matteotti non entra nel mirino del gruppo che lo rapisce sul Lungotevere Arnaldo da Brescia, nell’immediato, ma è già da tempo un “osservato speciale” a cui si rivolge la massima attenzione, quanto meno per impedirgli di continuare la sua opera di irriducibile opposizione e di denuncia delle malefatte del regime fascista in atto. Vedremo come in pochi giorni si concretizzò l’azione volta alla sua eliminazione, ma che si pensasse a farlo tacere era una verità che si conosceva già da tempo. E il perché è molto più semplice di quanto si possa credere o immaginare. Dal gennaio del 1924, quindi ben sei mesi prima dell’assassinio, gli attacchi del deputato socialista contro il fascismo erano avvenuti con frequenza e velocità crescente, erano più di uno al mese.
In Parlamento, tra gennaio e marzo, prese di mira De Stefani, ministro fascista delle Finanze e del Tesoro una volta, e due volte sul suo giornale di partito “La Giustizia”, un altro discorso contro le elezioni lo abbiamo menzionato, ci fu il 30 maggio, un altro a stretto giro, sui disertori che chiamò in causa lo stesso Mussolini, e che probabilmente gli fece perdere definitivamente la pazienza, fu il 4 giugno. Anche perché fu seguito tre giorni dopo da un altro articolo che screditava notevolmente in sede internazionale il governo fascista che aveva bisogno impellente di investimenti dall’estero, uscito il 7 sullo “Statist”, in esso tra l’altro Matteotti scriveva: “Le imposte sui consumi popolari formano quasi il 60 per cento delle entrate dello Stato, e le imposte indirette ammontano al 68 per cento delle entrate complessive. Il costo della vita cresce, mentre i salari sono diminuiti di circa il 15 e il 20 per cento. Tre quarti dell’Italia sono ancora poveri; hanno bisogno di lavoro per dare impiego alla crescente popolazione. Opprimendo il popolo, il fascismo può far credere agli osservatori stranieri che vi sia uno stato di quiete e di pace, ma esso non ha risolto nessuno dei problemi vitali della nostra vita economica e sociale. Il presente ritorno a uno stato di violenze e di inquietudine, eredità delle passate dominazioni straniere, impedirà certamente il sano sviluppo che le energie della nazione avrebbero altrimenti potuto conseguire”.

Un altro articolo lo aveva scritto il 16 maggio, quando fu divulgata la convenzione del governo con la Sinclair Oil, presa in esame dal pregevole libro di Canali. Ed erano proprio i collaboratori che vennero inquisiti come principali personaggi implicati nel delitto a far sapere a Mussolini tutto ciò che avveniva, non solo in Italia ma anche all’estero, e che era collegato con l’azione di Matteotti. Lo deduciamo anche dalle reazioni della stampa fascista in giornali come il Corriere Italiano di Rossi e nel commento che avvenne dopo la morte di Matteotti, su La Vita Italiana il 15 luglio del 1924. Fu quindi una concomitanza di fattori politici, finanziari, economici e affaristici, e non ci sentiamo di escludere anche rancori postbellici degli esecutori, di chi aveva sempre rimproverato a Matteotti di avere fatto propaganda disfattista durante la Grande Guerra e di essersi “imboscato”, a portare alla decisione e volontà finale di eliminarlo.

Lo stesso Dumini ammette che “..la necessità di sopprimere Matteotti era rafforzata dalla voce che circolava che egli fosse venuto in possesso delle prove di certi imbrogli nei quali si mescolavano..un certo affare di petrolio, di borsa e di cambi in cui sembrava implicato perfino il fratello del capo di governo”. Questo fu probabilmente il motivo per cui anche certa stampa contigua al regime enfatizzò quel movente già subito dopo la morte del parlamentare socialista, per altro ripreso da Carlo Silvestri nel dopoguerra e da Canali nel suo libro che lo considera la causa principale. Si è detto e ripetuto che Matteotti avrebbe dovuto denunciare tale scandalo il giorno dopo la sua morte e che avrebbe avuto prove della corruzione del regime nascente nella sua borsa. Ma se, in effetti, Matteotti davvero poteva aver ricevuto, tramite il partito laburista inglese, durante il suo recente viaggio in Inghilterra, documenti compromettenti, che dimostravano come l’americana Sinclair Oil, in concorrenza con una società petrolifera inglese, pagava tangenti per avere concessioni petrolifere dall’Italia, i quali avrebbero chiamato in causa personaggi come il fratello di Mussolini e persino il Re (principale azionista della Sinclair) che si è anche ipotizzato fosse il vero mandante dell’omicidio, è vero altresì che una copia di quel dossier ce l’aveva anche Turati e chissà, magari forse anche anche qualche altro compagno di partito. Così come è vero che Mussolini si affrettò a rinnegare quell’accordo, subito dopo la morte di Matteotti e che l’ordine del giorno della seduta del giorno 11 giugno prevedeva piuttosto una discussione sul bilancio. Nessuno quindi lo tirò fuori allora né vi accennò, se non appunto certa stampa vicina al regime o con intenti di depistaggio, oppure per attribuire l’uccisione di Matteotti a trame massoniche contigue ad ambienti affaristici, facendo così credere sia che Matteotti fosse massone addirittura d’alto grado, proprio lui aveva votato svariati anni prima per l’incompatibilità tra socialismo e massoneria, sia che Mussolini, stracciando l’accordo in novembre, aveva così fatto giustizia. Fu infatti lo stesso Mussolini in quella occasione a dichiarare: «Non mi meraviglierei che dovesse risultare domani che la mano stessa che forniva a Londra all’on. Matteotti i documenti mortali, contemporaneamente armasse i sicari che sul Matteotti dovevano compiere il delitto scellerato». Tutto era predisposto da tempo per i depistaggi.

Aggiungiamo anche che Dumini si giustificò dicendo che l’intento del gruppo che lui guidava non era quello di uccidere Matteotti, ma solo di interrogarlo per conoscere le sue responsabilità in merito di alcuni fascisti uccisi all’estero. Abbiamo già detto che lo stesso Mussolini lo aveva chiamato in causa quando era stato ucciso il 24 febbraio il fascista Nicola Bonservizi, affermando in quella occasione: “…altri responsabili sono coloro che vanno raccogliendo in tutti i villaggi d’Italia più o meno oscuri la cronaca di violenze insignificanti per montare l’opinione pubblica e per armare il braccio ai criminali, che in questi ultimi tempi hanno ucciso cinque dei nostri migliori amici…” Del tutto evidente che l’allusione al libro di Matteotti era particolarmente esplicita. Possiamo dunque ora credere che già da allora fosse maturata la decisione di eliminarlo e che Dumini, in fondo, poi non facesse altro che confermare la costruzione di una sorta di alibi giustificatorio già precostituito da tempo, ma ovviamente fasullo.
Dalla analisi delle varie fonti e soprattutto dell’inchiesta condotta allora da Del Giudice, si comprendono invece due cose essenziali: la prima è che il movente è da individuarsi in una concomitanza di cause, riconducibili alla irriducibilità del coraggioso parlamentare socialista e alla sua crescente e sempre più documentata opposizione, specialmente per smascherare i fallimenti economici del fascismo al potere, le quali avrebbero dovuto portare ad un attacco ancor più veemente e soprattutto documentato in Parlamento, proprio il giorno successivo al delitto, la seconda è che il mandante non fu uno solo, ma dovuto ad un gruppo di persone sempre più interessate a far tacere Matteotti e dalle quali è impossibile escludere Mussolini, in quanto l’unico a poter concretizzare questa necessità in azione concreta. Matteotti era nel 1924 pressoché la sola spina rimasta nel fianco di Mussolini, l’unico capace di condurre ancora una opposizione parlamentare che potesse avere una certa rilevanza ed un certo risalto anche in campo internazionale, anche indipendentemente dall’efficacia che essa avrebbe potuto avere nelle sorti del regime.

Nonostante ciò, Mussolini fu abilissimo a costruirsi un alibi che persuase persino venti
anni dopo lo stesso Carlo Silvestri, che all’epoca dell’omicidio lo accusava, in base al quale lui, il Duce, voleva da sempre un rapporto di collaborazione con i suoi ex compagni socialisti, fin dall’indomani della marcia su Roma, fino dal Patto di Pacificazione e che tale mano era stata tesa da lui fino a tre giorni prima del delitto stesso, quindi la conclusione che egli stesso trasse nel suo discorso del 3 gennaio non poté che essere: “come potevo pensare, senza essere colpito da morbosa follia, di far commettere non dico un delitto ma nemmeno il più tenue, il più ridicolo sfregio a quell’avversario che io stimavo perché aveva una certa «crânerie», un certo coraggio, che rassomigliavano al mio coraggio e alla mia ostinatezza nel sostenere le tesi?” E in effetti proprio di “morbosa follia” si trattò, Mussolini inconsapevolmente lo confessa.

Lo si evince dalle sue reazioni a caldo: “Che fa la Ceka? Che fa Dumini? Quell’uomo dopo quel discorso non dovrebbe più circolare…” e dalle dichiarazioni dei suoi collaboratori, solo che tale “follia” fu non solo “morbosa”, ma anche molto lucida. In merito agli alibi che Mussolini sapeva costruire intorno a sé, molto eloquente è la testimonianza del suo strettissimo collaboratore fino a quel delitto, Cesare Rossi che ci dice: “La sua doppiezza di autentico basista del crimine, uso a cercarsi preventivamente gli alibi, la ritroveremo nell’assassinio di Re Alessandro di Jugoslavia e, nel 1923, un anno prima del delitto Matteotti, nell’aggressione a Giovanni Amendola in Via Francesco Crispi….” A Monterotondo in occasione della commemorazione della Marcia su Roma, Mussolini infatti andò con De Bono e pronunciò un discorso pacificatore verso le opposizioni alludendo ad Amendola, così Rossi prosegue: “Ho sempre riflettuto a questo particolare perché ritengo che fu proprio in tale occasione che Mussolini dette a De Bono l’incarico di organizzare l’aggressione ad Amendola…Nel giugno del 1924, il sabato precedente al delitto, si servì per imbrogliare le carte di quell’ingenuo e scriteriato di Giunta, il quale raccontò che Mussolini gli aveva espresso il desiderio ed il proposito, dopo il discorso “pacificatore” alla Camera, di immettere nel suo governo fra gli altri come Sottosegretario alla Presidenza Zaniboni e come ministri Turati e Amendola!!!” Alla luce degli eventi storici che erano trascorsi e che dovevano trascorrere da allora, solo un ostinato apologeta o uno scriteriato potrebbe considerare che Mussolini in quel frangente non mentiva sapendo di mentire.

Ma sul fatto che egli fosse ben deciso a liquidare i suoi oppositori abbiamo una testimonianza molto importante anche se di seconda mano che ci viene da Carlo Silvestri. Finzi, che fu tra i meno coinvolti ma che era al corrente di molte cose riservate, per tutelarsi, decise di far circolare durante l’inchiesta un suo memoriale e si rivolse allora a Schiff Giorgini affinché lo facesse incontrare con Amendola. Lui però preferì che a fare da intermediario fosse Carlo Silvestri, noto giornalista, il quale si recò da Finzi ascoltando la sua testimonianza. Secondo quanto lo stesso Silvestri riferisce e non ha mai ritrattato, sebbene poi, nel dopoguerra abbia cercato di scagionare Mussolini: “..Il Finzi, continuando nelle sue dichiarazioni, mi disse che durante la discussione sull’indirizzo di risposta del discorso della Corona, Mussolini aveva ordinato ai capi della Ceka di far scomparire clandestinamente ma definitivamente i capi più in vista dell’opposizione, cominciando dall’ on.Matteotti”.
Sarà bene soffermarsi su questa espressione cruciale “scomparire clandestinamente ma definitivamente” perché in essa sta tutta la chiave del delitto. Finzi disse di non condividere le intenzioni di Mussolini ma questa affermazione dimostra quanto meno che le conosceva assai bene. L’inchiesta si svolse con estrema rapidità ed efficacia per una serie concomitante di fattori favorevoli, la quale fu dovuta sostanzialmente ad un imprevisto nelle aspettative degli attentatori che dovettero rivedere in poco tempo tutta la loro strategia fino ad improvvisarla. Matteotti aveva chiesto che gli fosse rilasciato il passaporto e nonostante in passato avesse avuto difficoltà ad averlo, questa volta lo ottenne in brevissimo tempo, il 4 giugno, perché con ogni probabilità si pensava che si sarebbe recato all’estero immediatamente per partecipare ad un convegno internazionale. Matteotti però non si mosse e questo mandò all’aria il piano di farlo “scomparire clandestinamente ma definitivamente” durante il viaggio o una volta giunto a destinazione, con comodo e con possibilità di adeguata pianificazione, magari addossando addirittura la responsabilità ai comunisti.

Il 5 giugno dunque fu il giorno cruciale in cui si dovette ripianificare il delitto in altro modo e la fretta di eseguirlo entro il 10, perché il giorno successivo Matteotti avrebbe di nuovo fatto un altro dei suoi discorsi epocali e bisognava impedirlo ad ogni costo, fu fatale ai suoi esecutori. Matteotti dalla fine di maggio era spiato molto da vicino da un personaggio alquanto ambiguo ma cruciale, per la dinamica del delitto, e del tutto trascurato da quello che oggi viene considerato il nume tutelare della storia del fascismo italiano, il quale è però anche lui caduto oppure ha voluto indulgere nella trappola del delitto fortuito: Renzo De Felice.

Si tratta di Thierschwald, un noto doppiogiochista, una spia di origine austroungarica, nato a Graz e fatto venire apposta da Napoli a Roma a fine maggio per coadiuvare l’azione di Dumini e del suo gruppo crimongeno, alias “Ceka”. Fu con ogni probabilità lui a capire e a comunicare ai suoi compari che Matteotti non si sarebbe recato all’estero e che dunque i piani andavano completamente rivisti. Il 5 giugno ci fu una serie di fatti concomitanti che ci fanno capire come la strategia fosse cambiata e andasse diversamente condotta rispetto alle aspettative precedenti. Tutto ciò è possibile ricostruirlo in gran parte in base all’inchiesta del giudice inquirente. Il 5 giugno era giovedì e Matteotti era ancora in Italia invece di essere partito per l’Austria, dove si stava aprendo il congresso socialista, lui era a Roma per accusare in Parlamento e per l’ultima volta il governo di falso in bilancio. Fu proprio quel giorno che Mussolini, alquanto alterato, rimproverò “morbosamente” a Marinelli che gli chiedeva se davvero voleva che intervenisse la sua Ceka, di non avare ancora fatto nulla, secondo le dichiarazioni di De Bono.

Il 5 giugno Finzi, che si occupava dei fondi e della contabilità, la chiude provvisoriamente, probabilmente per stornare altre somme necessarie nell’immediato alle incombenze del delitto. Il 5 giugno lo spione doppiogiochista Thierschald, detto “il Russo”, inizia gli appostamenti presso l’abitazione di Matteotti, cercando di avvicinarlo il più possibile e riuscendo anche a parlare con la moglie, lo stesso giorno Filippelli, uomo di Finzi, va da Mussolini in mattinata e il giorno successivo trova la Lancia che serve per il rapimento e che viene poi parcheggiata temporaneamente al Ministero dell’Interno dove Finzi era “di casa”. Il 5 giugno esce sul Corriere del Polesine un articolo al vetriolo in cui si attacca Matteotti, ricordandogli che nel 1919 dalle siepi uscivano feroci sicari che uccidevano gli “eroici giovinetti fascisti”, nello stesso giorno, infine, Dumini presenta alla Questura la richiesta urgente di porto d’armi per i suoi sgherri: Viola, Poveromo, Mazzoli e Putato, facendo i nomi di Rossi e Marinelli per accelerare il rilascio.
Nei cinque giorni successivi si mette in moto la dinamica dell’omicidio che vede partecipare come autista anche Malacria che però era stato designato in sostituzione di Mazzoli fervente fascista, il quale messo al corrente dell’evento, invoca l’intervento del prof. Meoni per essere richiamato a Firenze ed evitare di parteciparvi. Diventa allora cruciale il ruolo del doppiogiochista Thierschald, il quale cerca in tutti i modi di incontrare Matteotti e di fargli credere che ha importantissime informazioni su un imminente attentato nei suoi confronti o per fare ulteriori rivelazioni in Parlamento il giorno successivo, raggiungendolo anche in tram, cercandolo varie volte a casa, riuscendo anche ad entrarvi, e mettendo bigliettini in continuazione presso la sua abitazione.

Il giudice inquirente usa giustamente frasi sprezzanti verso questo individuo, talmente ambiguo ed ignobile, da carpire la buona fede di Matteotti, per farlo meglio cadere in un tranello, Mauro Del Giudice conferma, al contrario di De Felice che lo nomina appena, che il suo ruolo fu cruciale: “Ora è facile compendere l’enorme responsabilità penale gravante sulle spalle della spia jugoslava (anche se era di nascita austriaca, poco cambia, dato che la prima che tradì , come spia durante la guerra, fu proprio la sua patria di nascita, quindi forse il giudice dice “spia jugoslava” in senso ironico n.d.r.), poiché senza la sua cooperazione sarebbe riuscita assai difficile l’esecuzione del ratto”.
La moglie di Matteotti riferisce che egli era al corrente che il Thierschald fosse uno spione doppiogiochista, ma Matteotti, e qui è la questione cruciale, non si avvede con ogni probabilità che Thierschald non sta facendo il doppio gioco a suo favore come forse sperava per saperne di più su chi lo voleva morto, ma, al contrario, a vantaggio dei suoi assassini. Cade quindi in una trappola, dirigendosi ad un appuntamento che lo aspetta più con la sua morte che con la verità.

L’auto viene predisposta con un pieno di benzina che può consentire di percorrere varie centinaia di chilometri, quindi questo lascia presupporre che il rapimento avrebbe dovuto portare con quella automobile molto capiente, a far “scomparire clandestinamente ma definitivamente” Matteotti, dopo averlo tramortito. Svenuto, avrebbe dovuto essere portato in luogo molto lontano, probabilmente un lago o un fiume, legato con una catena, che fu poi rinvenuta, per farlo sparire “definitivamente”. Ma, come accade sovente in questi casi, per alcuni imprevisti, le cose andarono storte rispetto alle aspettative; innanzitutto per capire come svolgere l’appostamento, l’auto girò intorno all’abitazione di Matteotti varie volte nei giorni precedenti il rapimento e fu notata a tal punto che un portiere la scambiò per l’auto di ladri e si appuntò la targa che venne riferita agli inquirenti e consentì di risalire quasi subito agli esecutori, poi al momento del rapimento, vi furono vari testimoni sia in strada che dalle finestre e le loro testimonianze avvalorano la dinamica che già abbiamo descritto in precedenza.
E’ stupefacente che tuttora ci sia chi vuole asserire, nonostante ciò, che Matteotti fu tramortito con un solo pungo, caricato praticamente inerme in auto e gli sarebbe caduta accidentalmente dalle tasche la tessera di parlamentare, la quale è ben noto non era proprio di minute proporzioni e sarebbe comunque stata notata dai rapitori. Se poi fosse stato inerte non si capisce davvero come avrebbe potuto spaccare a calci il vetro che divideva i passeggeri dall’autista. Come poi può essere sostenibile la tesi della volontà di una “bravata” o di una “lezione” senza conseguenze letali, sapendo che se Matteotti ne fosse uscito vivo non avrebbe esitato ad avvalorare le sue già tante denunce di violenza, sopraffazione e corruzione anche con quella da lui subita, e proprio il giorno seguente in Parlamento, magari mostrandone i segni? Come non sapere che una cosa del genere, con lui vivo, il giorno successivo avrebbe generato una sorta di sommossa parlamentare? No, Matteotti doveva “scomparire clandestinamente ma definitivamente”, solo che nel rapimento tutto andò storto. Fu lo stesso Mussolini a rimproverare ai suoi scherani di non avere “pisciato sulla targa” perché con le strade sterrate e polverose di allora sarebbe stata irriconoscibile.

Il delitto fu certamente preterintenzionale, si badi però, non perché non si volesse scientemente e premeditatamente far fuori Matteotti, ma perché esso avvenne non come era stato programmato, a causa della sua strenua reazione e volontà di combattere. Fu quindi ucciso in auto solo “prima del previsto”. Dumini andò subito a lavarsi le mani sporche di sangue da Fasciolo che era intimo di Mussolini e, invece di girare a vuoto come sostenne poi, con ogni probabilità attese che gli venisse fornita informazione su dove seppellire il prima possibile il cadavere ancora caldo. E il posto fu trovato in una macchia di una tenuta di un personaggio assai vicino alle gerarchie fasciste, così come lo fu chi lo rinvenne in seguito.
Il cadavere venne scientemente denudato e sepolto senza che fosse completamente ricoperto, perché così se ne sarebbe facilitato il deperimento con il contributo, purtroppo, anche delle bestie del luogo, dato che ne fu fatto scempio e reso quasi irriconoscibile. Mussolini non solo non poteva non sapere, ma seppe subito e mentì consapevolmente, fino al discorso del 3 gennaio in cui disse solo una mezza verità, assumendosi la responsabilità politica, morale e storica dell’accaduto.
Nel gotha dei suoi collaboratori, De Bono, Marinelli, Rossi, Finzi, Fasciolo sapevano tutti, sia prima che poi, e furono tutti coinvolti, chi più e chi meno, nell’organizzazione della tragica vicenda. La cosa ridicola e meschina è che quando l’inchiesta inevitabilmente, per le testimonianze e le ammissioni di chi cercò di annaspare nel “si salvi chi può” del momento, consentì di risalire in tempi assai brevi alle persone più vicine a Mussolini, da una parte lui si affrettò a scaricarle, per mettere al riparo se stesso, e dall’altra esse si affrettarono a scrivere i memoriali più disparati per cercare di scagionarsi.
Ricordiamo ancora una volta, infatti, che a dire di Silvestri, Finzi dichiarava che “…Mussolini aveva ordinato ai capi della Ceka di far scomparire clandestinamente ma definitivamente i capi più in vista dell’opposizione, cominciando dall’on. Matteotti…” E Finzi dall’analisi comparativa tra le sue dichiarazioni sui movimenti di fondi ed il controllo sui trasferimenti stessi, si è rivelata persona veritiera. Le persone più vicine a Mussolini erano Rossi e Marinelli. Rossi lo accusò direttamente sia nel suo memoriale, in cui lo descrisse come mandante di varie e numerose violenze precedenti, ma astenendosi dal dichiararlo mandante unico e diretto del delitto Matteotti, per riservarsi in Corte di Assise di fare altre rivelazioni, sia in un libro scritto nel dopoguerra: “Il delitto Matteotti nei procedimenti giudiziari e nelle polemiche giornalistiche”, in cui riporta la maggior parte dei documenti inerenti al delitto e non lascia adito a dubbi sulla responsabilità diretta del Duce.

Nel suo memoriale Rossi scrive testualmente: “..voglio subito dire che tutto quanto è successo è avvenuto sempre per la volontà diretta o per l’approvazione o per la complicità del Duce. Alludo alla bastonatura Amendola, ordinata da Mussolini, me ignaro, e Da De Bono e organizzata da Candelori; alla bastonatura Misuri organizzata da Balbo su suggerimento di Mussolini; all’aggressione a Forni concitatamente ordinata a me da Mussolini e organizzata d’accordo con Giunta; alla dimostrazione contro il villino Nitti; alla recente dimostrazione contro le opposizioni ordinata da Mussolini al Quadrumvirato perché l’onorevole Ramazzolo avesse la meritata lezione in seguito alla sua indisciplina; alla distruzione dei circoli cattolici di Brianza ordinata da Mussolini a Maggi onorevole e poi ripetuta a me compiacentemente. Aggiungo che il comm. Fasciolo aveva l’ordine, su indicazione di Mussolini, di inviare ai fasci locali i nomi dei sottoscrittori della Voce Repubblicana, dell’Avanti!, della Giustizia, dell’Unità e dell’Italia Libera ecc. affinché fossero purgati e bastonati…Per illustrare meglio lo stato di allarmismo in cui il Presidente viveva e faceva vivere noi, ricordo che un mattino, egli leggendo un telegramma intercettato di una famiglia cremonese, che aveva inviato auguri di solidarietà a D’Annunzio, ordinò che si telegrafasse a Farinacci perché i firmatari fossero purgati e bastonati. Da questa atmosfera di rancori e di paure è germogliato anche il sequestro di Matteotti, degenerato poi nella soppressione. Siamo di fronte ad un delitto politico: naturalmente di Stato..”

Filippelli asserì chiaramente che la sera del 12 giugno “…Marinelli si mostrò seccatissimo del contegno del Presidente, dicendomi che quando c’è da dare ordini li dà ed insiste, quando poi si determina una situazione difficile si tira indietro”..ennesima prova della sua “morbosa follia”. Marinelli, come abbiamo già detto, tenne a lungo la bocca cucita, questo negli anni del regime gli risparmiò la galera, a cui invece andò incontro Rossi, e gli assicurò una vita anche piuttosto comoda, ma non il plotone di esecuzione a Salò, forse anche per cucirgliela definitivamente, dato che Mussolini era così consapevole che il processo Matteotti si sarebbe riaperto a guerra finita che, sperando di salvarsi e di scagionarsi, aveva portato con sé nella sua fuga, un corposo archivio di documentazione su di esso fatto raccogliere da Bombacci prima di partire.
Marinelli era un personaggio piuttosto meschino, che di fronte alle difficoltà piagnucolava e strillava, lo fece con Mussolini sia quando lo estromise dal ruolo che svolgeva dopo il delitto per scaricare sui suoi collaboratori i sospetti, sia prima di essere fucilato dopo il processo a Verona, per avere votato il 25 luglio contro Mussolini. Non c’è nemmeno da ipotizzare minimamente che, preso da un eccesso di zelo, abbia ordinato solo lui l’assassinio, e che possa tuttora fare da unico capro espiatorio, come unico mandante, di una vera e propria banda criminale che non solo fu tutt’uno tra esecutori, il loro capo e i suoi collaboratori, ma che era l’essenza stessa e la stessa espressione politica, storica e “morale” del fascismo incarnato da Mussolini
Almeno Mussolini lo fece intendere chiaramente nel suo discorso del 3 gennaio. Nessuno, tra i collaboratori stretti di Mussolini, può essere considerato innocente o inconsapevole. Margherita Sarfatti riprese le parole dello stesso Mussolini parafrasandole in un articolo su “Gerarchia” e dando così una risposta chiara ed inequivocabile a tutti i camerati che si erano giustificati dicendo di “non sapere”… “Il sequestro Matteotti con le sue conseguenze apparteneva moralmente, politicamente, storicamente al fascismo. Inutile e stupida è la ricerca dei colpevoli e degli ignari, al momento del fatto specifico..”.

Salvemini conferma tutto ciò e noi riteniamo che tuttora, quando si vuole risalire alla storia vera e concreta di quegli eventi, bisogna più dar retta ai testimoni e agli storici di allora che ai vari storici di oggi, e senza alcun timore reverenziale. Non ci pare per niente un vizio “ideologico” il fatto che chi indagava su quel delitto era antifascista, egli piuttosto svolgeva pienamente il suo mestiere di ricerca di quella verità che anche evangelicamente “ci rende liberi”, in un momento cruciale in cui il fascismo si andava affermando con la negazione di ogni eventuale libertà e persino ipotesi che potesse esistere ed affermarsi una qualsiasi certezza e persino opinione diversa dalla sua.
Salvemini quindi ribadisce chiaramente che furono almeno in cinque a dichiarare che Mussolini dette l’ordine: Rossi, Marinelli, Filippelli, Dumini e Finzi. Egli non era solo uno storico di altissimo valore, ma anche un fine intellettuale che sapeva bene usare la logica comparativa che è la base dell’ermeneutica, così concluse: se cinque “testimoni” affermano tutti la medesima versione dei fatti, allora i fatti devono essere necessariamente autentici. Così scrive Salvemini: “… Dumini, Filippelli, Rossi, De Bono e Finzi parlano in occasioni diverse… Dato il loro calibro morale…, ciascuno da solo non avrebbe gran peso. Presi insieme, la loro concordanza fornisce una prova inconfutabile”.
A questi ultimi dobbiamo anche aggiungere la cosiddetta “pistola fumante” cioè la testimonianza di chi asserì di non avere partecipato al rapimento ma che con ogni probabilità vi si trovò coinvolto come “palo”.

Nel memoriale inchiesta di Mauro Del Giudice è infatti presente anche la testimonianza virgolettata di Aldo Putato che è stata considerata da certuni non attendibile perché non presente nelle carte rinvenute, ma che evidentemente dimostra come queste siano state poi emendate dal regime, dato che la prova testimoniale di un giudice inquirente non è meno valida di quella di un testimone diretto: “Subito dopo il violento discorso di Matteotti, venni per bocca di Dumini a sapere che il Duce aveva ordinato che entrambi ci tenessimo pronti ad agire insieme a Volpi, Viola, Poveromo e Malacria per dare al deputato socialista la lezione che si meritava. In un primo momento credetti che si trattasse semplicemente di infliggere a Matteotti una punizione di bastonatura o di forzata purga di olio di ricino, come si era in precedenza praticato con altri antifascisti, i quali, atterriti dalla lezione ricevuta, si erano astenuti dal fare ulteriore propaganda, ma Dumini non tardò a disingannarmi. Mussolini, mi disse, è irritatissimo contro Matteotti e vuole assolutamente che noi l’uccidiamo e poi ne facciamo scomparire il cadavere. Sconcertato, risposi che non mi sentivo il coraggio di prendere parte a così orrendo sacrificio, ma Dumini mi caricò di ingiurie, chiamandomi vigliacco e traditore del partito e aggiunse queste parole: -Noi lo uccideremo senza la tua cooperazione, ma ricordati che tu devi venire insieme con noi e devi assistere al rapimento, e quando avremo chiuso il Matteotti nell’automobile, tu te ne devi tornare indietro e aspettarci al solito posto finché non saremo ritornati a Roma-. A tale intimidazione dovetti piegare la testa e obbedire”
Mai un giudice inquirente avrebbe potuto sostituire la sua fantasia alla concretezza di tale testimonianza che concorda perfettamente sia con quelle dei testimoni che con le dichiarazioni di Rossi e Marinelli. E questa è anche la prova ulteriore e definitiva del fatto che, in un modo o in un altro, tutti sapevano e tutti, intorno a Mussolini, furono coinvolti e corresponsabili del mandato di far “scomparire clandestinamente ma definitivamente” Giacomo Matteotti.

Riportiamo ad onor del vero anche la testimonianza di uno dei suoi assassini, Albino Volpi: Egli, durante l’interrogatorio dell’istruttoria, riferi’: ”Il contegno di Matteotti e’ stato assolutamente spavaldo. Mentre lo pugnalavamo, egli e’ stato – direi – eroico. Ha continuato fino alla fine a gridarci in faccia: ‘Assassini! Barbari! Vigliacchi!’. Mai ebbe un momento di debolezza per invocare pieta’. E mentre noi continuavamo nella nostra azione, egli ci ripeteva: ‘Uccidete me, ma l’idea che e’ in me non l’ucciderete mai!’. Probabilmente se si fosse umiliato un momento e ci avesse chiesto di salvarlo e avesse riconosciuto l’errore della sua idea, avremmo forse non compiuto fino alla fine la nostra operazione. Ma no, fino alla fine, fino che ha avuto un filo di voce, ha gridato: ‘La mia idea non muore! I miei bambini si glorieranno del loro padre. I lavoratori benediranno il mio cadavere’. E’ morto gridando: ‘Viva il socialismo!”.
La fine sostanziale dell’inchiesta fu dovuta ad un errore clamoroso dell’opposizione oppure ad un ben studiato piano che si trasformò concretamente in un tranello per i coraggiosi magistrati i quali dagli esecutori ormai stavano risalendo celermente ma anche prudentemente ai moventi ed ai mandanti. Si cominciò a dire che il loro operato era troppo attendista e allora Giuseppe Donati, direttore del Popolo, organo del Partito Popolare, cominciò a reclamare a gran voce, all’inizio di dicembre del 1924, con una denuncia verso De Bono, l’accusa nei suoi confronti di essere stato complice del delitto, proprio lui che all’epoca del delitto era stato capo della Polizia ed uno dei principali gerarchi che avevano guidato la marcia su Roma. Da una parte si reclamava lo scontro, ma dall’altra si preparava l’insabbiamento
Tutto ciò, infatti, si rivelò essere concretamente una trappola perché De Bono, secondo le regole dello Statuto Albertino allora ancora in vigore, poteva essere indagato solo dai senatori suoi pari. Ecco dunque che la delicatissima inchiesta, con tutte le sue carte ancora in gran parte secretate, venne all’improvviso tolta ai due magistrati ordinari e tutti i suoi faldoni passarono repentinamente nelle mani di una commissione senatoriale compiacente verso il fascismo e Mussolini. Tancredi e Del Giudice dovettero così consegnare tutto ciò che avevano in mano a chi seppe informare adeguatamente Mussolini, che fu così non solo in grado di preparare le sue contromosse, ma poté, di conseguenza, far sparire anche dall’incartamento le sue parti più compromettenti e pericolose, come eventuali prove testimoniali, consegnandole al silenzio della storia. Ecco quindi perché il memoriale del coraggioso Mauro Del Giudice, poi trasformatosi in libro, assume tuttora una importanza decisiva per comprendere bene non solo la dinamica del delitto, ma anche i suoi moventi e mandanti.

Così, al di là delle sentenze della Magistratura e dei condoni giudiziari, appare tuttora evidente proprio da tale memoriale che la colpevolezza e le complicità vanno attribuite non solo soprattutto a Mussolini come coordinatore e ispiratore generale del delitto, ma anche a tutti i suoi collaboratori ed esecutori che misero in atto solertemente le sue direttive. Potremmo anche dire di più, attribuendo non poche responsabilità anche a coloro che, nel suo partito, lasciarono solo Matteotti a condurre etiam spes contra spem et usque ad finem, la sua eroica battaglia, a chi lasciò cadere il suo impegno pur possedendo copie delle sue inchieste, e infine a chi abbandonò aventinianamente e miseramente l’aula parlamentare dove lui intendeva combattere con tutte le sue forze.
Finanche a chi non seppe resistere al fascismo ma vi si adattò, e certamente anche a chi oggi continua a millantare una verità già nota da quasi cento anni. Così, finché ci sarà in Italia chi non saprà dire, anche a un secolo e più di distanza, non tanto e non solo per le sue idee politiche, ma soprattutto per il coraggio di essere pianamente cittadino libero, responsabile e concretamente democratico, con estrema determinazione, chiarezza e trasparenza: “Io sono Giacomo Matteotti”, la “lacerazione civile” in questo Paese difficilmente avrà una fine.

“Giacomo Matteotti si era scelto questa milizia, consapevole e risoluto. Poteva vivere delle sue rendite in ozio, o svagarsi, in quei diletti elevati dell’arte, a cui il suo spirito fine era aperto e sensibile; oppure darsi il lusso della politica dall’altra parte della barricata, e ora sarebbe deputato della maggioranza e avrebbe forse una livrea di ministro secondo l’ultimo figurino della Restaurazione. Invece è morto assassinato e finora non ha neppur un lenzuolo funebre e una tomba ove posare. Ma quanto è più grande così! Egli ha un altare in tutti i cuori del popolo, in tutte le anime degli uomini onesti. E ivi attende la risurrezione della Idea che egli ha amato e per la quale è morto. Forse, negli spasimi della lunga agonia, si confortò nel pensiero che il suo sacrificio affrettasse la rinascita. A noi tutti, raccogliendo la bandiera insanguinata, fare che la sua attesa sia breve.” Camillo Prampolini 22/06/1924

FINE

POSTFAZIONE
Ringrazio L’Avanti ed in particolare Mauro Del Bue, Stefano Caretti e Daniele Unfer che mi hanno incoraggiato, consigliato ed aiutato a pubblicare tutte le parti di questa storia in un momento non facile della mia vita. Ringrazio anche i lettori che mi hanno seguito per tutte e 30 le puntate ed in particolare Laura Matteotti che le ha apprezzate.
Mi scuso per eventuali errori, omissioni o imprecisioni, forse inevitabili per un momento storico così particolare, complesso e delicato, per il quale la ricerca storica non smetterà mai forse di riservarci ulteriori scoperte, perché, come diceva Renzo De Felice, uno storico “non può non essere revisionista”. Ed evidentemente il “revisionismo” di cui parliamo è quello che può “revisionare” persino lo stesso De Felice, con ulteriori acquisizioni, fonti e prospettive, non certo quello che stravolge la storia per farne un misero strumento di propaganda.
Se infatti, seguendo Nietzsche, possiamo confermare che “non esistono fatti ma interpretazioni”, vero è anche come asseriva Vico che: “ È altra proprietà della mente umana, ch’ove gli uomini delle cose lontane, e non conosciute non possono fare niuna idea, le stimano dalle cose conosciute e presenti”, da ciò si evince, come egli stesso rileva che: “L’ordine delle idee deve procedere secondo l’ordine delle cose”. Questo per noi vuol dire essenzialmente sia continuare ad accostarci alla storia, il più possibile, “sine ira et studio”: senza ideologismi di parte e con adeguata documentazione, sia trarne un onesto insegnamento affinché essa abbia sempre più scolari, in una “classe” sempre più numerosa e attenta, ma sempre meno litigiosa e rumorosa. E la lezione che possiamo ricavare da questo periodo storico che abbiamo trattato è che le divisioni e le illusioni dello schieramento democratico e riformista, unite ai velleitarismi parolai rivoluzionari e a certa acquiescenza ed impotenza autorefernziale del fronte sindacale e massimalista, favorirono inevitabilmente il nascere e l’affermarsi di un regime autoritario dittatoriale.
In un suo editoriale del 25 Aprile Mauro Del Bue scrive: “La storia è oggi concepita come un diversivo e la sua negazione é anzi esaltata da chi si improvvisa rinnovatore, come se il passato fosse da evitare, come se tutto cominciasse con loro.” E’ vero, l’errore più grave, accostandosi alla storia, è quello di sostituire il presente al passato, in una dimensione eternizzante in cui, viceversa rispetto a ciò che ci ricorda Vico, è l’ordine delle idee che si impone su quello delle cose, fino a rendere ogni idea generata da fatti storici impossibile, nell’illusione che sia l’idea del presente a validare quella del passato. Nel nostro caso, ad esempio, che ci possa essere seriamente qualche autentico “fascista” oggi, sebbene questo termine sia continuamente usato ed abusato, o che ci potesse essere seriamente una autentica “rivoluzione bolscevica” ieri.
Questo, ovviamente, non vuol dire che nuove forme millantatorie di autoritarismo, anche con vecchie maschere, non siano in agguato, né che le rivoluzioni, non sempre violente, nella storia non siano sempre possibili. Se però, infine, sono sempre state le idee che si sono susseguite nel passato, il motore della storia umana, i fatti che ci hanno riguardato, generandole ed attuandole, sono stati sempre ed inevitabilmente il loro combustibile.
Dedico questo mio modesto contributo divulgativo a tutti i giovani di oggi, di ieri e di domani, augurandomi che lo trovino interessante e che ne traggano motivo di approfondimento e di meditazione.
Ad maiora.

Carlo Felici

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1 commento

  1. Mauro Del Bue
    Mauro Del Bue on

    Termina con la trentesima puntata questa storia che dal primo dopoguerra arriva fino al delitto Matteitti, scritta per l’Avanti dal professor Carlo Felici. Si tratta di un periodo controverso che dalle infatuazioni rivoluzionarie alimentate dall’ottobre russo del 1917, scarenò in Italia un fuoco rivoluzionario e filo bolscevico che s’impadronì del Psi a partire dal congresso di Bologna del 1919. Coi riformisti in netta minoranza i filo bolscevichi si divisero in due a Livorno nel gennaio del 1921, e la parte che intendeva applicare integralmente i 20 punti di Mosca fondò il nuovo Pcdi. Meno di un anno dopi i superstiti massimalisti decisero l’espulsione dei riformisti che fondarono il Psu. Questo avvenne a pochi giorni dalla marcia su Roma. Su tutti si eleva per intelligenza politica e per preveggenza la fugura di Filippo Turati, che sarà poi denigrato e oltraggiato da Palmiro Togliatti nel 1932, dopo la sua morte. L’incapacità dei socialisti di rispondere ai bisogni materiali e morali degli ex combattenti unita alla proclamazione di una rivoluzione che non si fece, produssero una profonda crusi in cui s’incuneò il primo fascismo. Carlo Felici approfondisce senza unilateralismi questo conflitto, che generò violenze e morte con una precisione e una obiettività che mi paiono decisamente nuove. Per questo il suo racconto è tutto da leggere, fino al brutale omocidio del segretario del Psu Giacomo Matteotti, il più coraggioso tra gli antifascisti della prima ora, il più lucido nel denunciare sopraffazioni, irregolarità, brogli nelle elezioni del 1924, ma soprattutto la corruzione che si annidava nel fascismo e nella corona che probabilmente fu la casua del suo omicidio

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