martedì, 12 Novembre, 2019

L’incompetenza e i rischi a cui è esposta la democrazia

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Nel libro “La conoscenza e i suoi nemici. L’era dell’incompetenza e i rischi per la democrazia” Tom Nichols, docente allo “U.S. Naval War College” e alla “Harvard Extension School”, afferma che le competenze “sono morte”, perché qualcosa è andato terribilmente storto. Secondo l’autore, ciò è accaduto, non solo perché la “popolazione non ne sa molto di scienze, di politica o di geografia”, ma anche, e forse soprattutto, perché nelle società moderne le popolazioni “sono orgogliose di non sapere le cose”, nonostante siano esposte ai rischi connessi alle modalità di funzionamento dell’organizzazione di tali società, delle quali essi sono parte.
Mai come oggi le persone – afferma Nichols – “hanno avuto accesso a tanta conoscenza”, esercitando tuttavia “tanta resistenza all’apprendimento di qualsiasi cosa”; accade infatti che molte persone “altrimenti intelligenti, denigrino i risultati conseguiti dagli intellettuali e rifiutino i pareri degli esperti”, non solo perché mancano delle conoscenze di base, ma anche perché “respingono gli elementi probatori e si rifiutano di apprendere come elaborare un’argomentazione logica”. In tal modo, le numerose persone “altrimenti intelligenti” espongono le loro società al rischio di “gettare via secoli di sapere accumulato, e di indebolire pratiche e usi che ci permettono di sviluppare nuove conoscenze”.
La crescita dell’ostinata ignoranza delle popolazioni in piena era dell’informazione non può essere considerata come conseguenza dell’inspiegabile espansione del non sapere, perché molti di coloro che “conducono campagne contro il sapere consolidato sono cittadini capaci di successo nella vita quotidiana”; ragione questa che consolida l’ipotesi di trovarsi di fronte a qualcosa di peggiore della pura e semplice ignoranza, trattandosi invece di un comportamento indotto dal fatto che, a causa della divisione sociale del lavoro, si è radicata la propensione ad affidarsi agli esperti in quanto “tecnici”, demandando loro il compito di acquisire la necessaria conoscenza su cui fondare le conseguenti scelte e considerando il loro apporto come “una merce confezionata da adoperarsi alla bisogna, fintantoché si desidera farlo”.
D’altro canto, molti esperti hanno abdicato al dovere di fondare le loro prestazioni sulla base di un approfondito dialogo con i “clienti”; hanno preferito invece trincerarsi dietro il “proprio gergo e la propria irrilevanza”. In questo modo, a causa della mancanza e del rifiuto di ogni valido dialogo tra esperti e popolazioni, si è chiusa la transizione verso il mondo moderno, passando “dall’età premoderna, in cui la saggezza popolare colmava inevitabili lacune nella conoscenza umana”, all’età in cui è stato realizzato un rapido sviluppo della conoscenza, “fortemente basato sulla specializzazione”, realizzando un mondo aperto ad una generalizzata informazione, dove tutti si sono ritenuti esperti di qualcosa.
Fino alla Rivoluzione Industriale, occorsa tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, la partecipazione alla vita politica, intellettuale e scientifica era molto circoscritta e il dibattito pubblico riguardante la politica, la scienza, la tecnica, l’economia e la filosofia era condotto da sparuti gruppi di persone istruite; era un’epoca in cui una consistente parte della popolazione risultava priva di ogni istruzione: la maggior parte delle persone alfabetizzate non frequentava le scuole superiori e pochi accedevano all’università e all’esercizio della professione di esperto in una qualche branca del sapere.
Solo con il progresso dell’economia e con l’industrializzazione sono state infrante le vecchie barriere che separavano le élite degli esperti dai cittadini non istruiti; ciò ha dato luogo a un dibattito pubblico più ampio che, a sua volta, ha originato una maggiore diffusione della conoscenza: con l’espansione dell’istruzione, “il maggior potere delle donne e delle minoranze, lo sviluppo di una classe media e l’aumento della mobilità sociale sono”. Questi sono tutti fattori che – a parere di Nichols – hanno messo in contatto diretto una minoranza di esperti e la maggioranza dei cittadini.
Ciononostante, il risultato “non è stato un maggior rispetto del sapere”, ma il diffondersi dell’atteggiamento irrazionale secondo cui tutti erano altrettanto istruiti e informati da consentir loro di esprimere valutazioni e giudizi su tutto. Ciò, a parere di Nichols, è valso a radicare il convincimento generale che tutte le persone, non importa quanto istruite e impegnate ad apprendere, quando fossero state dotate di un minimo di conoscenza, potessero pensare che ciò che avevano appreso fosse “il punto di arrivo della loro istruzione, anziché l’inizio”. Questo convincimento irrazionale è risultato però del tutto inadeguato rispetto alla complessità delle società moderne, dove il balzo in avanti della scienza e della tecnologia, se per un verso ha potuto consentire notevoli progressi nella soluzione dei problemi, per un altro verso, ha spesso causato grandi catastrofi, a causa degli errori umani.
L’aspetto più importante della diffusione dell’idea irrazionale che chiunque sia in grado di esprimere giudizi e valutazioni su tutto è divenuto un modo di pensare che, secondo molti critici, può danneggiare la democrazia; ciò può accadere in quanto, all’interno delle società democratiche, i rappresentanti politici vengono eletti indipendentemente dalla loro competenza; per cui, di solito, nell’assunzione delle loro decisioni, essi si avvalgono dell’aiuto di esperti professionali. In questa prospettiva, gli esperti danno pareri, prefigurando possibili soluzioni dei problemi nascenti, ed i rappresentanti politici assumono le decisioni finali; ma i cittadini, chiamati ad esercitare un efficace controllo sulle decisioni dei loro rappresentanti politici, dovrebbero essere adeguatamente informati. Se ciò non accade, il rischio cui i cittadini sono esposti è – conclude Nichols – il possibile “dirottamento della loro democrazia da parte di ignoranti demagoghi o una più lenta e graduale decadenza delle istituzioni democratiche, fino a scivolare in una tecnocrazia autoritaria”.
Per evitare queste esiziali conseguenze per la democrazia, gli esperti, oltre che aiutare i rappresentanti politici, dovrebbero aiutare anche gli elettori, pervasi dalla consapevolezza che la democrazia può essere presidiata solo quando siano loro a doversi assumere la responsabilità delle decisioni. Questa ipotesi, però, non è univocamente condivisa nel dibattito sul ruolo che i rappresentanti politici, gli esperti e i cittadini dovrebbero svolgere oggi, per evitare qualsiasi deterioramento del regime politico democratico.
Prima dell’inizio del mondo moderno, la responsabilità delle scelte e dei comportamenti dei componenti la società era ispirata dai seguenti principi: che la conoscenza umana resa possibile dalla natura dell’uomo e della natura delle cose fosse data una volta per tutte; che sulla base di una siffatta conoscenza, si potesse stabilire univocamente qual era il bene degli uomini; che la portata dell’agire umano, e perciò della sua responsabilità, fosse rigidamente definita.
Dopo la Rivoluzione Industriale, tali principi sono cambiati; la dinamica scientifico-tecnologica ha originato delle situazioni che non avevano precedenti nell’esperienza storica vissuta, poiché il mondo premoderno non era in grado di offrire alle popolazioni delle società moderne fondati elementi per una valutazione dei rischi cui esse venivano esposte. In questa situazione, per dare fondamento alla responsabilità dell’agire umano, la conoscenze scientifico-tecnologiche e l’informazione sono divenute elementi irrinunciabili per il corretto funzionamento della democrazia all’interno delle società moderne. E’ su questo punto che sono nati i contrasti tra chi sostiene che il governo della complessità delle società moderne venga riservato ai depositari del sapere e chi, invece, sostiene che esso (il governo della complessità) sia attribuito all’intera comunità; questa diversità di posizioni trae origine, secondo molti studiosi, da un “inspiegabile paradosso” che investe direttamente le modalità di funzionamento della democrazia.
Il senso di responsabilità dei cittadini delle moderne democrazie dovrebbe implicare da parte loro un approfondimento della conoscenza; essi (i cittadini) però sono considerati inidonei ad assumere decisioni implicanti obblighi collettivi, a causa della loro presunta incompetenza. In tal modo, contrariamente a quanto afferma Nichols, i cittadini finiscono col disaffezionarsi dalla partecipazione al dibattito politico, diventando perciò incompetenti, come sostiene chi, non disinteressatamente, vorrebbe decisioni assunte solo dagli esperti.
Chi sostiene che il governo dei sistemi socioeconomici moderni debba essere la risultante di un generalizzato dibattito pubblico e della partecipazione ad esso dei cittadini, concorda sul fatto che è solo con il dibattito pubblico che si rafforza la democrazia; se i cittadini non sanno quanto devono sapere (perché esclusi dal dibattito pubblico, a causa del prevalere dell’idea che le decisioni all’interno delle società democratiche siano assunte soltanto sulla base del parere degli esperti) possono aversi gravi conseguenza per la democrazia stessa, quali, ad esempio, quella di rifiutare qualsiasi decisione collettiva senza pubblico confronto, o quella di mettere in discussione l’autorità costituita,quando la sua azione manchi di rispondere alle aspettative ragionevolmente maturate in un clima sociale caratterizzato da una generalizzata partecipazione al dibattito pubblico.
Nel loro insieme,queste conseguenze hanno consolidato in molti sostenitori della democrazia la propensione a respingere la convinzione che alla assunzione ed all’attuazione di una qualsiasi decisione implicante obblighi comuni possano concorrere solo gli esperti (le élite professionali); ciò in considerazione del fatto che, sebbene all’interno delle società moderne siano pochi i soggetti in grado di formulare e di attuare decisioni conformi alla complessità dei problemi dibattuti, tutti però – come afferma Karl Raimund Popper – sono in grado di valutarne gli effetti.
Ciò significa che la cultura del dibattito pubblico ha radicato il convincimento che quando la critica nella formulazione e nell’attuazione delle decisioni collettive non è vivificata dalla necessità di sottoporre tutte le decisioni collettive al pubblico confronto, può solo avvenire che l’accumulazione conoscitiva realizzata possa fare aumentare il rischio che il mondo intero possa essere ridotto ad un “insopportabile inferno”.
La democrazia, perciò, è il regime politico che più di ogni altro; quando essa vivificata dal confronto pubblico generalizzato, serve a ricuperare l’interesse dei cittadini per la conoscenza; perciò, contrariamente al parere di Nichols, l’allontanamento dei cittadini dalla conoscenza e dall’informazione può essere inteso, non come presunzione di potersi esprime su tutto sulla base della conoscenza appresa attraverso un normale ciclo di istruzione nelle società fortemente caratterizzate da un’alta dinamica scientifico-tecnologica, ma come reazione degli stessi cittadini, originata dal sentirsi trascurati ed esclusi da ogni forma di confronto pubblico, oltre che dai depositari del sapere, anche da chi, in quanto politico, dovrebbe dare conto delle decisioni assunte nel loro interesse.

Gianfranco Sabattini

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