mercoledì, 20 Gennaio, 2021

L’inenarrabile Miserabilismus del governo Conte

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Ora, dopo la conferenza stampa di Matteo Renzi, tutti sappiamo quanto sia inane e pericoloso il governo Conte. E’ troppo tardi, ma diciamo le cose come stanno: siamo al limite, ma ancora in tempo per sostituirlo perché non contagi col suo virus di incompetenza e cialtroneria altre parti del nostro paese.
Che fosse un accrocco degli incapaci di Cinque  Stelle, Pd e Leu lo si era capito da un pezzo. Direi fin dalla sua nascita.
Da quando Zingaretti e Franceschini hanno proposta un’intesa organica col partito di Beppe Grillo (giustizialista, antieuropeista, anti-parlamentare ecc.), la segreteria di Zingaretti non esiste e non conta niente. Riescono a fare solo la ruota di scorta al prode Di Maio.
L’obiettivo per cui lo stesso Renzi mise al mondo Conte fu di arginare una tempesta peggiore: l’accesso alla presidenza del consiglio degli amici caserecci di Trump, cioè la destra peggiore, più stolta, che circola in Europa, vale a dire Lega di Salvini e  i Fratelli d’Italia della Meloni. E’ un vero peccato che Conte non segua le inchieste televisive del programma Report di Tommaso Montanari, per rendersi conto da quale mastice, amicizie, legami ecc., questi partiti sono tenuti insieme.
Fu l’inizio della pandemia a febbraio-marzo dell’anno scorso a rivelarci quanto Conte fosse inadeguato a tenere il timone. Sarebbe stato necessario varare un gabinetto di solidarietà nazionale, limitato nel tempo e nel programma, al solo fine di fronteggiare la diffusione del coronavirus 19.
Ma Conte non ha voluto  rinunciare allo spaccio di grandeur, l’ambizione di sentirsi addirittura temuto se non riverito. Scordando di venire dal nulla (cioè di  essere  una creatura del grillino Bonafede, insediato alla Giustizia, uno dei ministri meno  invidiabili), ha inventato il rito sciocco di inviare a Salvini, Meloni e Berlusconi programmi confezionati qualche ora prima delle riunioni convocate  e di ridurre ad una manciata di minuti la loro durata.
La gestione della salute pubblica, affidata al ministro Speranza, è stata l’esibizione di una spudorata vocazione fallimentare. Grazie ad un commissario bon a tout faire come Arcuri, gli italiani non hanno ricevuto in tempo né a sufficienza mascherine e  tamponi, aghi  e fiale. Gli ospedali sono insufficienti e disorganizzati per  non infliggere (addirittura a un corpo miracoloso e straordinario come il  nostro personale  sanitario) lunghissime ore di file e di sovraffollamento sotto la pioggia, come si è visto a Napoli. Sia per un semplice controllo sia per la vaccinazione.
Il ministero per la salute ha dato una dimostrazione sovrana di incapacità. Ogni giorno fornisce il rendiconto funebre della sua inettitudine. Non solo non riesce a distribuire dosi sufficienti per fronteggiare l’influenza stagionale, ma non dispone di un piano nazionale aggiornato  per contrastare il virus.
Il ministro Speranza  invece di riconoscere questo gravissimo deficit, mente o evita di incontrare chi – come la redazione di Non è l’arena – gli pone domande precise sulle responsabilità apicali del ministero. Oppure rilascia dichiarazioni enfatiche, al limite di un dozzinale nazionalismo, sul successo nel mondo dei metodi adottati.
Eppure non c’è niente di peggio che il bollettino sullo stato dell’epidemia che ogni giorno viene esibito. Dai dati rilevati non si capisce qual’è l’età dei morti e la causa dei decessi. Tantomeno viene rivelata dove è stato preso il contagio.
Pertanto il Ministero e il governo non sono in grado di dire se i focolai sono le scuole, i mezzi di trasporto (treni, bus, auto e metrò). Chi, come la ministra De Micheli è stata incapace di piegarli ad un uso sociale e sanitario ha fatto di più. Non è stata in grado di fermare la dissipazione miliardaria mensile per tenere in vita un cadavere come l’Alitalia o di imporre ai Benetton il risarcimento dovuto ai parenti dei morti sulle loro carrette autostradali.
La ministra pidiessina ha lasciato, invece, montare una campagna infinita e indecente contro i ristoranti, bar, negozi che ora boccheggiano verso la chiusura definitiva.
Per non parlare del massiccio attacco alla formazione scolastica elementare, superiore e universitaria (compresi archivi, musei e biblioteche chiusi a doppia mandata da chi non ne conosce l’uso né il valore). A scatenarlo sono i divieti (frutto di risaputa ignoranza) dei ministeri che si occupano di scuola, ricerca e in generale affari culturali.
E’ gente di mondo, politicanti arraffa arraffa, palazzinari del potere. Non avrebbero il minimo dubbio o incertezza, pur di essere nominati ministri, ad amministrare carceri, lotterie, centri commerciali, carciofaie e azalee.
L’opera di “pulizia“ praticata con baldanza su beni artistici e culturali può essere un investimento differito: perché non affidare a Mister Virus (detto Gigetto Di Maio) il compito di esportare all’estero ministri come Azzolina, Franceschini e Gaetano Manfredi? Potrebbero in maniera eccellente insegnare come per desertificare la ricerca e gli studi esistano soluzioni e interventi meno roventi di quelli storicamente adottati dai nazisti.
Ma è soprattutto sul governo del Recovery Fund (cioè la lista di interventi da finanziare con i fondi d Next Generation Eu) che Italia viva ha colpito forte e con successo. Siamo a un passo dal 15 febbraio, cioè la data in cui occorre mandare a Bruxelles i piani dei progetti di spesa e dei settori di intervento per la ripresa e la risilienza per adeguarli alla scadenza di metà aprile.
Prima che Renzi alzasse la voce c’erano stati negoziati riservati ed una sintesi di raccordo che Conte aveva messo in piedi con Enzo Amendola (ministro degli affari europei) e Roberto Gualtieri (ministro dell’Economia).
Ora la cifra complessiva da allocare non è più di 192 miliardi, ma di 210. I bonus (cioè gli incentivi) sono scesi del 21%, mentre gli investimenti sono balzati sopra il 70%.
E’ scomparsa la regalia all’Eni di 3,1 miliardi per finanziare i progetti “green”. Manca, però, ogni indicazione di sostegno e di riforme al turismo, alle infrastrutture, alla disoccupazione di massa che farà seguito allo sblocco dei licenziamenti, alle autostrade, alla rete unica,  all’acciaio.
Essendo la cultura (o l’opportunismo politico) di Conte di origine grillina, egli è stato inguaribilmente coerente nel ridurre al minimo il ruolo del Parlamento, nell’esaltare un modello di potere poco democratico e molto cesarista come quelli del governo per decreti-legge, nella mancata assegnazione ad un’autorità delegata dei servizi segreti (che il presidente si tiene stretti a sé come armi improprie).
Siamo in presenza di un tentativo maldestro di concentrare i poteri nella propria persona, esattamente come intendeva fare il capo della Lega Salvini. Ed è preoccupante che sia Conte sia il suo ministro degli Esteri si rechino a rendere omaggio a un generale libico che ha tenuto prigionieri, in condizioni orribili, una ventina di nostri connazionali.
Continua ad essere necessario, per la millesima volta, rilevare che per mettere a punto provvedimenti per la crisi dell’Ilva, dell’Alitalia, delle forniture sanitarie e delle vaccinazioni esista nel nostro paese un solo commissario esperto, il Signor Arcuri.
Conte non se ne vergogna. Non può farlo perché è stato il custode dell’immobilismo e anche del degrado.
Il nostro Pil è il più basso di tutti i paesi europei. Le nostre scuole sono state chiuse oltre ogni limite immaginabile (arrecando una ferita terribile all’ultima generazione). La pandemia ci vede al primo posto per contagi e decessi.
Ciò malgrado il premier, scortato dal distrattissimo e ininfluente segretario del Pd, insiste a non voler accedere ai fondi stanziati dal MES, rinunciando così a risorse immediatamente disponibili. Perchè? Per assecondare gli umori, le idiosincrasie e i pregiudizi di un partito comico come Cinque Stelle.
Con la crisi di governo aperta dalle dimissioni della delegazione di Italia Viva, il blocco degli interessi votato alla conservazione si è stretto, inviando e-mail soddisfatte e incensatorie, intorno a Conte. Gli italiani, per fortuna, amerebbero un altro premier, cioè un altro programma, e la difesa delle procedure democratiche che sono state a lungo calpestate da un accordo di potere e spartitorio.

 

Salvatore Sechi

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