domenica, 20 Gennaio, 2019

Scrive Lino Rossi:
Gli intellettuali sommersi,
affogati o semplicemente assenti?

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Un tempo li trovavi ovunque; erano chiamati in causa per qualsiasi motivo, anche quando i loro consigli non erano utili a nessuno. Anzi, si facevano chiamare in causa. Chiamavano per essere interrogati, come gl’indovini del passato. Una voce necessaria per evitare pericoli, indicare percorsi, generare opinioni fondate.
Erano presenti come le istituzioni. Usciti dalla torre d’avorio della cultura accademica, gli intellettuali, animati dalla passione civile erano pronti a sfornare illuminazioni, stigmatizzare comportamenti inadeguati, redarguire su ciò che era lecito o non lecito fare. Soprattutto in materia di democrazia.
Com’erano belle le sirene della cultura; a guardia di ogni deriva autoritaria. E utili. Scrivevano sulle riviste, già… le riviste. Che meravigliosi strumenti: facevano pensare e sorvegliavano sullo stato di salute della società e della politica. I quotidiani riservavano agli intellettuali gli editoriali o gli articoli di spalla: sempre in prima pagina.
Ma soprattutto li trovavi seduti sui banchi del parlamento. Ogni partito cercava di farne sfoggio, specie quelli di “sinistra”, come il PCI, che li aveva coltivati come un orto felice: l’orto prezioso della critica.
Come le piante, erano organici: la linfa del partito.
Critici soprattutto sugli altri e pronti a colpire con l’arma del sapere.
Dove sono finiti questi illustri detentori della saggezza pubblica?
Qualcuno si chiede dove siano finiti i partiti: i buoni committenti della manodopera intellettuale. Quelli di oggi si presentano meglio come industrie politiche o più semplicemente come botteghe del consenso.
A che serve pensare, riflettere, investigare? È più rapido agire o annunciare di agire. Ecco allora che si fa avanti una figura nuova: il portavoce.
Non serve un giornalista: era imparentato con la cultura, lavorava in odor di critica. Meglio sostituirlo. Cosa c’è di meglio di un portavoce. Portare la voce di chi decide, o decide di decidere. Un tempo si portavano le borse: stupida deriva della prima repubblica.
Il portavoce è un professionista della parola (altrui). E poi non occorre che pensi (buona regola per una spending revew culturale). Se pensano in troppi, i costi si alzano.
E gli intellettuali? Sono tornati nella torre d’avorio dell’accademia? No. Quella è già emigrata all’estero, almeno la migliore.
Hanno iniziato a protestare e a chiedere conto della loro insignificanza sociale? Neppure.
Tacciono; portano il silenzio. Non esiste ancora il portasilenzio, ma sembra essere la professione più adatta all’uomo di cultura di oggi. Almeno in Italia.
Non tutti, per fortuna. Qualcuno si azzarda a rompere il muro di sconfitta nel quale si è rinchiusa gran parte dell’intellighenzia nazionale.
– Tecnocrate, stai zitto! Si sente rispondere.
Già il sapere è tecnocratico.
Perciò ritorna nell’angolo e lascia il posto al portavoce di turno o si affida alla rete e ai suoi maestri. Bisogna comunicare efficacemente! Si diventa portavoce di se stessi tramite la rete. Ottimi i portavoce digitali: sollecitano gli istinti tribali; fanno emozionare e mobilitano affetti nonché indignazione, quasi sempre di breve durata.
E il dissenso? Quello no: sa di pensiero.
Sta zitto tecnocrate, con quel voler giudicare.
Qui ci si emoziona tutti insieme: ascoltiamo cosa dice il portavoce…
L’intellettuale scende dalla cattedra, lasciata a un parente o giocata come pegno d’amore.
Sommerso dalla decadenza che ha contribuito a costruire, entra nella penombra, nella zona grigia.
Magari ha letto Primo Levi e si contenta dell’ignavia di cui ormai vive schiavo: mi perdoneranno – si racconta – favoleggiandosi protagonista di una novella d’appendice postmoderna pubblicata su facebook.
Sommerso e salvato.
O forse annegato.
Cercava il salvagente del partito, ma nessuno getta più nulla in suo soccorso.
Taci tecnocrate e affoga.
Morire affogato nel fango postmoderno; che finale loffio!
Meglio tacere: assenza diplomatica.
Lino Rossi

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