domenica, 25 Ottobre, 2020

L’intervento di Riccardo Nencini in Senato

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Signor Presidente, onorevoli colleghi, il provvedimento oggi in discussione annovera due ordini di problemi – uno di merito e uno di metodo – ma soprattutto la perdita di un’opportunità e un’occasione. In Assemblea abbiamo dibattuto più volte, in ragione del coronavirus, anche dell’organizzazione dei poteri dello Stato e abbiamo condiviso a lungo – maggioranza e opposizione, quindi in maniera trasversale – la considerazione per cui ridisegnare post-Covid i poteri dello Stato appartenga a una condizione favorevole, trasversalmente condivisa da parte di entrambi i rami del Parlamento.
Infatti, non vi è dubbio che nel corso di questi mesi – a dire il vero, non soltanto in Italia – si siano ridisegnati poteri e funzioni in ordine e in virtù di una verticalizzazione delle funzioni statuali. Quindi, quale migliore occasione di quella attuale, in cui stiamo affrontando la pandemia con decisione, determinazione e direi anche con buonissimi risultati (a differenza di altri Stati), per fermarsi e aprire una fase costituente che all’interno preveda anche una revisione del numero dei parlamentari, ma dentro un’organizzazione dei poteri dello Stato organica e costituzionalmente definita. Dico questo perché una cosa è prevedere il taglio dei parlamentari prima di questa vicenda drammatica e altra cosa è discuterne a monte. Tralascio il fatto che chi allora condivideva queste mie stesse ragioni e avrebbe usato gli stessi argomenti che uso io, oggi ne utilizzerà di diversi e io lo ascolterò decisamente molto volentieri.
Sottolineo tale aspetto perché si prefigurano qui due ordini di Stato (e guardo negli occhi il rappresentante del Governo). Non c’è dubbio che sia così e, quindi, perdiamo una doppia occasione. C’è, da una parte, chi ritiene che lo Stato prossimo venturo debba organizzarsi sulla base di due pilastri (un Esecutivo più forte e presidenti di Regione più autorevoli, in una sorta di binomio non costituzionalmente previsto, ma di fatto organizzato) e dall’altra chi – come me anche se non sono il solo – pensa che si debba invece procedere verso una tripolarizzazione nuova: poteri legislativi consolidati da una parte, società di mezzo rafforzata dall’altra e, più che i Governatori, i sindaci se vogliamo davvero lavorare per una rinascita che coincida con un rinascimento del Paese.
Signor Presidente, mi siano consentire tre considerazioni prima di arrivare alle conclusioni. Chi legge il provvedimento in esame noterà, scritto in maiuscolo, sei volte la parola «Covid».
Questo vuol dire che è stato organizzato il decreto tenendo conto, e non si può fare diversamente, di una emergenza continuativa. Se è così, e non si è conseguenti, mi viene in mente una battuta del comico Guzzanti quando diceva che solo ripetendo gli stessi errori si ha la certezza di eseguirli alla perfezione, perché non possiamo nemmeno, signor Presidente e rappresentante del Governo, mettere sulla nostra scacchiera – e l’abbiamo fatto giustamente – una polemica avviata con il Governo francese quando tenne le elezioni comunali nel cuore della pandemia e allo stesso tempo (è la mia terza e finale considerazione) eseguire una procedura che ricorda un errore drammatico compiuto dal Governo francese che oggi viene ammesso anche dal presidente Macron.

Tralascio la questione della raccolta delle firme. Io appartengo ad un partito che ha una grande storia ma, anche per ragioni anagrafiche, ho vissuto soprattutto la fase successiva, quindi so cosa significa raccogliere le firme, so cosa significa chiedere le autocertificazioni. Per altri questa è una procedura grammaticale da testo universitario. Per Emma Bonino, per chi le parla e non so se per molti altri in quest’Aula il significato del funzionamento di questo meccanismo è invece, reale. Lo metto quindi da parte e vengo ai tre punti della proposta finale, che prevede la separazione dei tempi delle consultazioni elettorali, di qualsiasi ordine e grado esse siano. rispetto alle procedure referendarie. In primo luogo l’Italia, se non ricordo male, ha adottato nel 1978 il Patto internazionale sui diritti civili e politici Se si adotta un provvedimento bisogna esserne conseguenti perché mancare di farlo potrebbe essere motivo di incostituzionalità della norma, proprio perché quel patto prevede parità di condizione nelle informazioni e nell’espressione del voto. Oggi, il comitato che fa seguito a quel patto sostiene che questa misura e questo contenuto non viene esperito dalla norma oggi in discussione.
In secondo luogo, le consultazioni di cui stiamo parlando rispondono a criteri, motivazioni e ragioni normative diverse. Ne cito una: nel referendum l’astensione è considerata una modalità di espressione della volontà del singolo cittadino ma non è così nell’elezione. È vero che è stata depennata una forma di censura risalente all’immediato dopoguerra ma è altrettanto vero che il voto mancato viene annoverato nella categoria di un disvalore etico e morale. Il referendum non risponde a questo criterio, anzi lo ribalta, lo rovescia. Quindi mettere assieme due fattori di questa natura è dal punto di vista normativo decisamente contraddittorio.

Vi è poi, in conclusione, il dato finale degli elettori e delle elettrici italiane all’estero. Il numero è stato ricordato – quattro milioni e mezzo – ma non è stato ricordato che un milione e mezzo di questi ultimi vivono in Sudamerica e che, signor Presidente e rappresentante del Governo, il Sudamerica è chiuso. Ci sono città in lockdown e ci sono città che hanno avviato soltanto ora la fase 2. Che tipo di campagna elettorale si fa? Come votano i nostri concittadini da Buenos Aires, a Rio de Janeiro, a Panama? È una domanda oziosa o è una domanda alla quale il Governo deve una risposta se unifichiamo le due procedure elettorali? Dove le città sono in lockdown, i consolati sono chiusi. Se sono chiusi come fanno a espletare le loro funzioni? Dove si è passati dal lockdown alla fase 2 – e immagino e auspico che si passi immediatamente alla fase successiva anche se dai dati che leggo sul Sudamerica le cose non stanno assolutamente così – gli uffici sono stati da poco riaperti e hanno poco personale. Manca inoltre l’aggiornamento anagrafico-elettorale e siamo alla metà di giugno, immagino quindi che abbiano da espletare un discreto lavoro arretrato.

Aggiungo che ci sono servizi collaterali indispensabili che non dipendono dalle procedure ministeriali; tutto quello che riguarda tipografie, poste e trasporto aereo è figlio di una condizione pandemica che può evolvere in alto o in basso. Chi è nella condizione oggi di giudicare che piega potrà prendere, ad esempio, il Brasile?
Se le condizioni sono queste e la norma dice che la campagna informativa deve iniziare almeno sessanta giorni prima dell’indizione del referendum, chi è in grado – e mi rivolgo al Governo – di assicurare che una norma di buon senso, prima ancora che di legge, possa essere garantita?

Da qui la mia considerazione che le due procedure debbano essere separate. Basta rileggersi una frase che riguarda la differenza fra il senso comune e il buon senso riportata nel XXXII capitolo dei «Promessi Sposi». Manzoni dice che se in qualcosa la memoria del tempo, cioè di allora, concordava, era nell’attestare che non fu fatto assolutamente nulla.

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