martedì, 10 Dicembre, 2019

L’INTERVENTO INTEGRALE DI GIUSEPPE CONTE ALLA CAMERA

0

Informativa urgente del Presidente del Consiglio dei ministri Giuseppe Conte in merito alle modifiche del Trattato sul Meccanismo europeo di stabilità

Presidente, gentili deputate e deputati, sono qui per rendere una tempestiva informativa sulle modifiche del Trattato sul Meccanismo europeo di stabilità, non solo perché la ritengo doverosa dopo la richiesta che è pervenuta, ma anche perché ho sempre – e dico sempre – cercato di assicurare per parte mia un’interlocuzione chiara, trasparente con il Parlamento, nel rispetto delle prerogative sovrane che spettano a questo consesso a tutela dei diritti di tutti i cittadini. Non posso nascondere, tuttavia, che questa mia informativa non può essere degradata a ordinario momento della fisiologica interlocuzione che intercorre tra il Governo, e segnatamente il Presidente del Consiglio, e il Parlamento. Questo mio passaggio assume un rilievo particolare. Da alcune settimane i massimi esponenti di alcune forze di opposizione hanno condotto una insistita, capillare campagna mediatica accusandomi di aver adottato, nel corso di questo negoziato con le istituzioni europee, condotte talmente improprie e illegittime da essermi reso responsabile di alto tradimento. Sarei quindi uno spergiuro. Questo perché sarei venuto meno al vincolo assunto al momento in cui mi è stato conferito l’incarico di Presidente del Consiglio di essere fedele alla Repubblica, di osservarne la Costituzione, di esercitare le mie funzioni nell’interesse esclusivo della nazione.
Si è perfino adombrato che avrei tenuto questa condotta per biechi interessi personali anteposti al dovere di tutelare l’interesse nazionale. Questa accusa – possiamo, dobbiamo convenirne tutti – non rientra nell’ambito dell’ordinaria polemica politica. Quando sono venuto dinanzi a voi per chiedervi la fiducia, ho invocato per questa nuova stagione politica un linguaggio mite, ho auspicato che la politica con la “P” maiuscola potesse riporre una particolare attenzione alla cura delle parole. Le accuse che mi sono state rivolte, tuttavia, trascendono ampiamente i più accesi toni, le più aspre contestazioni che caratterizzano l’odierna dialettica politica, già di per sé ben poco incline alla cura delle parole. Siamo al cospetto di un’accusa gravissima. Se si arriva ad accusare apertamente, ripetutamente, in tutte le trasmissioni televisive, in tutti i canali social, il Presidente del Consiglio di avere tradito il mandato di difendere l’interesse nazionale e di avere agito per tutelare non si sa quale interesse personale, allora il piano delle valutazioni che siamo sollecitati a compiere è completamente diverso. Se queste accuse avessero un fondamento, saremmo di fronte alla massima ferita, al più grave vulnus inferto alla credibilità dell’autorità di Governo, con la conseguenza che chi vi parla non potrebbe esitare un attimo a trarne tutte le conseguenze: senza neppure attendere che mi venisse chiesto da chicchessia, sarei costretto a rassegnare all’istante le dimissioni da Presidente del Consiglio

Se però queste accuse non avessero fondamento, e anzi fosse dimostrato che chi le ha mosse era ben consapevole della loro falsità, avremmo la prova che chi ora è all’opposizione e si è candidato a governare il Paese con pieni poteri sta dando prova – e purtroppo non sarebbe la prima volta – di scarsa cultura delle regole, della più assoluta mancanza di rispetto delle istituzioni.
Se questo fosse il caso, infatti, saremmo di fronte a un comportamento fortemente irresponsabile, perché una falsa accusa di alto tradimento della Costituzione è questione differente dall’accusa di avere commesso errori politici o di avere fatto cattive riforme. È un’accusa che non si limita solo a inquinare il dibattito pubblico e a disorientare i cittadini che ci seguono, è indice della forma più grave di spregiudicatezza, perché pur di lucrare un qualche effimero vantaggio finisce per minare alle basi la credibilità delle istituzioni democratiche e la fiducia che i cittadini ripongono in esse. Pur di attaccare la mia persona e il Governo, non ci si è fatti scrupolo. E mi sono sorpreso, se posso dirlo, non della condotta del senatore Salvini, la cui disinvoltura a restituire la verità e la cui resistenza a studiare i dossier mi sono ben note.
Quanto del comportamento della deputata Meloni , mi sono sorpreso del suo comportamento perché non ci si è fatti scrupolo di diffondere notizie allarmistiche, palesemente false, che hanno destato preoccupazione nei cittadini e in particolare nei risparmiatori. È stato detto che sarebbe prevista la confisca dei conti correnti dei risparmiatori…..
È stato detto, più generale, che tutti i nostri risparmi verrebbero posti a rischio. È stato detto che il MES servirebbe solo a beneficiare banche altrui e non le nostre. È stato anche detto che il MES sarebbe stato già firmato, per giunta nottetempo. Anche chi è all’opposizione ha compiti di responsabilità.
Questa informativa è divisa in due parti. La prima parte è volta a ricostruire nel dettaglio i vari passaggi del negoziato sul MES e, in particolare, i vari momenti dell’interlocuzione sin qui avvenuta tra Governo e Parlamento. Sarà questa la parte determinante per valutare la fondatezza delle accuse che mi sono state mosse. Anticipo che, per consentire a voi membri del Parlamento di avere una più puntuale cognizione di tutti questi passaggi, lascerò un testo scritto del mio intervento, corredato anche da numerosi allegati – sono qui – che offrono un inoppugnabile sostegno documentale alla mia ricostruzione.
La seconda parte, invece, quella finale, è rivolta ad anticipare lo scenario futuro in ordine al completamento di queste modifiche al MES e in ordine alle restanti riforme che compongono il complesso tema dell’Unione economica e monetaria.
Veniamo alla ricostruzione dei vari passaggi e dell’interlocuzione col Parlamento. Ricordo che la Commissione europea ha presentato, nell’ormai lontano dicembre 2017, un pacchetto di proposte per il completamento dell’Unione economica e monetaria – è lì che inizia il negoziato -, tra queste figurava la proposta di formare il Trattato istitutivo del Meccanismo europeo di stabilità, un Accordo intergovernativo firmato il 2 febbraio 2012 ed entrato in vigore a ottobre dello stesso anno a seguito della ratifica dei diciassette Stati dell’Eurozona a cui poi si sono aggiunti Lettonia e Lituania.
La creazione del MES è avvenuta a seguito di un’apposita modifica all’articolo 136 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, e ha dapprima affiancato poi sostituito il Fondo europeo di stabilità finanziaria, e il Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria nel compito di fornire, laddove necessario, assistenza finanziaria agli Stati membri della zona euro.
Sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità, sulle altre proposte della Commissione europea in merito al completamento dell’unione economica e monetaria, fin dall’avvio della mia prima esperienza di Governo, il Parlamento italiano è sempre stato puntualmente e costantemente aggiornato, come di seguito dimostrerò.
Innanzitutto, sono intervenuto, sia alla Camera, sia al Senato, il 27 giugno e l’11 dicembre 2018 per le comunicazioni in vista degli Euro summit, nei quali si è discusso delle proposte formulate dalla Commissione sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità.
Nelle comunicazioni rese il 27 giugno 2018, benché il tema centrale fosse quello dell’immigrazione, ho voluto esplicitamente affrontare anche la questione relativa alla riforma del MES. Al riguardo, ho affermato: “Non vogliamo un Fondo monetario europeo che, lungi dall’operare con finalità perequative, finisca per costringere alcuni Paesi verso percorsi di ristrutturazione predefiniti, con sostanziale esautorazione del potere di elaborare in autonomia politiche economiche efficaci”. Ancora, nell’occasione chiarivo: “È per questo che siamo contrari a ogni rigidità nella riforma del Meccanismo europeo di stabilità, soprattutto perché nuovi vincoli al processo di ristrutturazione del debito potrebbero contribuire, proprio essi, all’instabilità finanziaria, anziché prevenirla”. E concludevo: “Non vogliamo neppure pericolose duplicazioni con i compiti della Commissione europea per la sorveglianza fiscale, che rischierebbero, peraltro, di delegittimare la base democratica di queste funzioni essenziali per la stabilità finanziaria”.
Nel corso del conseguente dibattito alla Camera, la maggior parte dei deputati intervenuti non ha affrontato l’argomento, ad eccezione dell’onorevole Gelmini per Forza Italia, dell’onorevole Molinari per la Lega; entrambi si sono limitati ad esprimere valutazioni di principio, peraltro coerenti con l’indirizzo espresso sul punto nel mio intervento. Al Senato, gli unici ad intervenire sul tema sono stati la senatrice Bottici, la senatrice Bonfrisco e il senatore Marino. La senatrice Bonfrisco, in particolare, condividendo la posizione che avevo espresso nelle comunicazioni, affermava: “Lei ha già detto benissimo, Presidente Conte, che è forte la nostra contrarietà a un Fondo monetario europeo che somigli, magari, ad altri fondi monetari che hanno accompagnato le sventure di tanti Paesi del mondo, che esautori gli Stati membri nel perseguimento di politiche economiche efficaci”. C’è stato anche l’intervento del senatore Marino, concentrato sul tema, che ha messo in guardia dal rischio che il Meccanismo europeo di stabilità potesse essere trasformato in un Fondo monetario europeo. In quell’occasione, nessuno degli altri senatori intervenuti, compreso il senatore Bagnai, ha toccato l’argomento.
Anche alla luce del dibattito in Parlamento e delle risoluzioni approvate, nel vertice europeo del 29 giugno 2018, mi sono speso perché fosse adottata dai leader europei una dichiarazione che, nel dare avvio al MES – alla riforma, ovviamente, del MES -, orientasse il percorso nella direzione di un suo rafforzamento e nell’introduzione, tra le sue funzioni, di un sostegno comune – il cosiddettobackstop, common backstop – al Fondo di risoluzione unico (Single resolution fund). Quello stesso vertice ha dato mandato all’Eurogruppo di preparare i necessari termini di riferimento e di concordare la lista delle condizioni per l’ulteriore sviluppo del MES.
In quel primo Euro summit al quale ho partecipato, è stato inoltre deciso, con il sostanziale contributo dell’Italia, di continuare a lavorare alla riforma dell’unione economica e monetaria, purché ciò riguardasse un intero pacchetto di riforme, includendo, quindi, l’avvio di negoziati sul Sistema europeo di assicurazione dei depositi – il cosiddetto EDIS – e approfondendo la riflessione sullo strumento di bilancio dell’Eurozona, al fine di verificare la possibilità di svilupparne la funzione di stabilizzazione.
L’11 dicembre 2018 ci sono state comunicazioni alle Camere, nel corso delle quali ho riferito sugli sviluppi del negoziato in materia di rafforzamento dell’unione economica e monetaria. Vi risparmio, poi è nella relazione completa, quello che ho sintetizzato in quell’occasione.
Nel dibattito in Senato nessun parlamentare, tanto meno il senatore Bagnai, che pure era intervenuto in discussione generale, ha fatto riferimento alla materia. L’unica eccezione è stata quella del senatore Fantetti di Forza Italia, che ha semplicemente rivendicato la paternità del meccanismo di backstop, attribuendola al Ministro dell’economia del Governo Berlusconi, Giulio Tremonti. Nel dibattito alla Camera, invece, nessuno ha affrontato la questione.
Conseguentemente, agli indirizzi espressi dal Parlamento e sulla base dei lavori condotti dai Ministri delle finanze partecipanti all’Eurogruppo in formato inclusivo, il 14 dicembre 2018, l’Euro summit ha proseguito la discussione sul pacchetto globale di misure necessarie al rafforzamento dell’unione economica e monetaria. Posso dunque affermare che, poco meno di un anno fa, l’Italia da me rappresentata si è espressa in sede europea in maniera perfettamente coerente con il mandato ricevuto da questo Parlamento; su tali basi è stato dato l’incarico all’Eurogruppo di procedere alla predisposizione di una bozza di revisione del Trattato MES.
Ancora, il 19 marzo 2019, nel corso delle comunicazioni alle Camere in vista del Consiglio europeo del 21 e 22 marzo, benché quel Consiglio, a differenza di quello di dicembre, non avrebbe avuto un corrispettivo in forma di un Euro summit, mi sono egualmente soffermato diffusamente sul tema, in ragione dell’assoluto rilievo della questione e per il futuro assetto economico-finanziario dell’Unione europea, mosso dalla consapevolezza di quanto fosse decisiva un’interlocuzione costante con il Parlamento. Neanche in quell’occasione, né al Senato, né alla Camera dei deputati risultano richieste di ulteriori approfondimenti da parte dei parlamentari intervenuti in discussione generale o in dichiarazione di voto.
Nelle comunicazioni del 19 giugno, in vista, questa volta, dell’Euro summit che si è tenuto – lo ricordo – a Bruxelles il 21 giugno, ho nuovamente affrontato il tema, anche perché un generale consenso sulla bozza di revisione dell’Accordo MES era stato raggiunto il 13 giugno dai Ministri dell’economia dell’area euro.
In particolare, alla Camera ho descritto nel dettaglio i contenuti della riforma. All’esito di quella discussione è stata approvata dalla maggioranza parlamentare di allora una risoluzione che, in ordine alla riforma del Meccanismo europeo di stabilità, impegnava il Governo a non approvare modifiche che prevedano condizionalità che finiscano per penalizzare quegli Stati membri che più hanno bisogno di riforme strutturali e di investimenti, e che minino le prerogative della Commissione europea in materia di sorveglianza fiscale, e a promuovere in sede europea una valutazione congiunta dei tre elementi del pacchetto di approfondimento dell’unione economica e monetaria, il cosiddetto package approach, in modo da poter consentire una condivisione politica di tutte le misure interessate; e, poi, l’impegno a trasmettere alle Camere le proposte di modifica al Trattato sul MES elaborate in sede europea al fine di consentire al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato.
Nelle comunicazioni rese in Senato ho espresso il mio favor per questo approccio relativo all’intero pacchetto di riforme. In particolare, ho affermato: “Mi sento di sposare questo approccio, come Governo, perché effettivamente ritengo che proseguire soltanto in una singola direzione, posticipando le valutazioni complessive, non sia affatto un modo di procedere avveduto, accorto, raccomandabile. Dobbiamo avere una visione complessiva di questo percorso” – sostenevo in quell’occasione – “perché solo questa ci potrà, poi, portare ad esprimere una valutazione politica che sia rispondente ai bisogni dei nostri cittadini e agli interessi nazionali”.
In altre parole, ritenevo non appropriato che i Capi di Stato e di Governo decidessero senza un approccio consensuale sul quadro complessivo delle misure di approfondimento dell’unione economica e dell’unione bancaria e, quindi, non solo sulla riforma del Trattato sul MES ma anche sullo schema europeo di garanzia sui depositi e sul budget dell’Eurozona; ho anche sostenuto che fossero, comunque, necessari ulteriori approfondimenti tecnici.
Durante il dibattito, nel quale, comunque, pochissimi sono stati gli interventi sul tema, il senatore Bagnai, in particolare, affermava: “Mi permetta, quindi, signor Presidente del Consiglio, di ringraziarla per il fatto che lei, in applicazione di questa norma e in completa coerenza con quel principio di centralità del Parlamento (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, MoVimento 5 Stelle e Italia Viva), che fin dal primo giorno affermò in questa sede di voler rispettare, sia venuto ad annunciarci che questo approfondimento tecnico ci sarà”. In coerenza con le risoluzioni parlamentari approvate il 19 giugno, facendo valere l’impegno del Governo a rispettare la posizione espressa dal Parlamento sovrano (Commenti del deputato Claudio Borghi), ho chiesto, ho bloccato la nostra discussione durante l’Euro summit per circa un’ora – ricordo a memoria – e ottenuto (sto parlando dell’Euro summit del 21 giugno) l’inserimento nella dichiarazione del vertice del riferimento proprio all’approccio di pacchetto sui tre pilastri che tutti ormai ben conosciamo. Cito il punto specifico della dichiarazione dei leader: “Invitiamo l’Eurogruppo in formato inclusivo a proseguire i lavori su tutti gli elementi di questo pacchetto globale”. Inoltre, sulla riforma del Trattato MES, ancora una volta su richiesta specifica dell’Italia, si è deciso che le procedure per le ratifiche nazionali sarebbero state avviate solo quando tutta la documentazione fosse stata concordata e finalizzata.
Mi sembra quasi superfluo confermare a quest’Aula un fatto di tutta evidenza, ossia che né da parte mia, né da parte di alcun membro del mio Governo si è proceduto alla firma di un trattato ancora incompleto. Nessun trattato è stato, infatti, sottoposto alla firma dei Paesi europei, ed è altrettanto evidente che, in quel caso, avrei personalmente preventivamente informato il Parlamento, non solo perché tenuto a farlo ai sensi della legge n. 234 del 2012, ma anche per l’assoluto rispetto che ho sempre dimostrato di tributare a queste istituzioni (Applausi dei deputati dei gruppi MoVimento 5 Stelle, Partito Democratico, Italia Viva e Liberi e Uguali).
Ma non è solo questo. Vedete, l’interlocuzione con il Parlamento non si è limitata alle sole occasioni nelle quali io personalmente ho reso comunicazioni alle Camere, in vista dei vertici europei; oltre alle attività svolte personalmente, sulle quali mi sono già soffermato, altri membri del Governo da me precedentemente guidato hanno contribuito ad alimentare il doveroso dialogo con il Parlamento. Più volte, vari Ministri, recandosi nelle Commissioni permanenti di Camera e Senato, hanno affrontato direttamente gli argomenti connessi alle prospettive di riforma dell’Unione economica e monetaria, agli intendimenti del Governo in quest’ambito e, nello specifico, alla riforma del MES.

L’allora Ministro dell’economia e delle finanze Giovanni Tria, nelle comunicazioni sulle linee programmatiche del suo dicastero rese davanti alla VI Commissione del Senato, nella seduta del 17 luglio 2018, ha affrontato, tra l’altro, il tema della revisione del Trattato istitutivo del Meccanismo europeo di stabilità. Invitato in audizione dinanzi alle Commissioni riunite XIV della Camera e XIV del Senato, nella seduta del 24 luglio 2018, anche il Rappresentante permanente d’Italia presso l’Unione europea, ambasciatore Massari, ha riferito sul MES. Inoltre, invitato in audizione dalle Commissioni congiunte V del Senato e V della Camera, nella seduta del 17 aprile 2019, a richiesta dell’onorevole Fassina, sempre il Ministro Tria riferiva nuovamente sul Trattato MES e il successivo 31 luglio rispondeva sullo stesso tema a un’interrogazione a risposta immediata presentata dall’onorevole Borghi, ribadendo – sono parole dell’allora ministro Tria – che “…nei prossimi mesi si dovrà seguire un approccio complessivo in una logica di pacchetto, con riferimento ai tre ambiti delineati a dicembre scorso: revisione del trattato MES, introduzione dello strumento di bilancio per la competitività e la convergenza e unione bancaria, incluso l’EDIS”. Lo stesso Ministro Tria ha adempiuto all’obbligo imposto dalla normativa italiana, inviando la bozza di testo di revisione del Trattato istitutivo del MES ai Presidenti delle Camere, con lettera del 9 agosto scorso. Anche l’allora Ministro per gli affari europei, Paolo Savona, invitato in audizione dalle Commissioni riunite e congiunte III e XIV del Senato, e III e XIV della Camera, nella seduta del 30 gennaio 2019, ha affrontato il tema. Inoltre, negli atti del Parlamento troverete traccia anche del puntuale aggiornamento sugli esiti dell’ultimoEuro summit, svolto dall’allora Ministro degli esteri Moavero Milanesi, presso le Commissioni riunite e congiunte III e XIV del Senato, e III e XIV della Camera, nella seduta del 27 giugno 2019. In ognuna di queste occasioni i parlamentari hanno potuto interloquire e sottoporre ai Ministri di volta in volta presenti ulteriori questioni e richieste di approfondimento.
In conclusione, considerando i numerosi interventi svolti in Assemblea e nelle Commissioni parlamentari, sia alla Camera sia al Senato, possiamo convenire che le accuse mosse in questi giorni da diversi esponenti politici di opposizione, circa una carenza di informazione e di consultazione su una materia così rilevante, così sensibile per gli interessi nazionali, siano completamente false , fermo restando che il Presidente Centeno redige un resoconto dei lavori dell’Eurogruppo che è disponibile sul sito ufficiale dell’Unione europea.
Desidero, inoltre, precisare che tutto quanto avveniva sui tavoli europei, a livello tecnico, politico, era pienamente conosciuto dai membri del primo Governo da me guidato, i quali prendevano parte ai vari Consigli dei ministri, contribuendo a definire la corale e collettiva posizione dell’Esecutivo italiano sul tema.
In particolare – un attimo di pazienza – nel Consiglio dei ministri del 21 dicembre 2018, il Ministro per gli Affari europei Paolo Savona ha presentato la Relazione programmatica sulla partecipazione dell’Italia all’Unione europea relativa all’anno 2019, allegata al verbale del Consiglio dei ministri. Nella Relazione programmatica si legge, tra le altre cose, quanto al MES: «L’Italia sarà favorevole a iniziative volte a migliorare l’efficacia degli strumenti esistenti, rendendone possibile l’utilizzo ed evitando l’attuale effetto “stigma” – tra virgolette -, si opporrà tuttavia all’affidamento al MES di compiti di sorveglianza macroeconomica degli Stati membri che rappresenterebbero una duplicazione delle competenze già in capo alla Commissione europea». Nel successivo Consiglio dei ministri del 27 febbraio 2019 è stata presentata e illustrata, nel dettaglio, la Relazione consuntiva sulla partecipazione dell’Italia all’Unione europea relativa all’anno 2018. Nella Relazione consuntiva si legge, tra le altre cose, con specifico riferimento alla riforma del MES: “Il compromesso raggiunto ha riguardato, innanzitutto, la revisione dei suoi strumenti finanziari di supporto precauzionale. Rispetto ai rapporti di collaborazione tra MES e la Commissione, all’interno e fuori dei programmi di assistenza finanziaria, un accordo comune tra le due istituzioni ne ha sancito la collaborazione nel disegno della condizionalità connessa ai programmi e ne ha prefigurato la complementarità dei ruoli nell’analisi sulla sostenibilità del debito”. “Inoltre” – leggo sempre dalla relazione allegata al verbale del Consiglio dei ministri – “è stato previsto un possibile ruolo di facilitatore da parte del MES del dialogo tra creditori e Stati membri nel caso di operazioni di ristrutturazione del debito (con un coinvolgimento da parte del MES di tipo informale, non vincolante, su basi confidenziali e, soprattutto, attivabile solo su richiesta dello Stato membro)”. “Relativamente alla revisione delle cosiddette CACs presenti nella documentazione legale sottostante i titoli di Stato emessi dai Paesi dell’area euro, infine, l’accordo raggiunto – veniva chiarito – prevede che siano introdotte CACs di tipo “single-limb” entro il 2022, includendo questo impegno nel Trattato MES”.
Ora, è importante sottolineare, fin da ora, come anche l’accordo raggiunto in sede di negoziato su queste cosiddette clausole di tipo “single-limb” fosse specificamente affrontato nella relazione.
Voglio anche richiamare l’attenzione sul passaggio della relazione che, lo ricordo, è stata condivisa dal Consiglio dei ministri e poi approvata dal Parlamento, in cui si dà atto che grazie anche all’iniziativa italiana è stato evitato che nell’accordo finale fossero contemplate misure, chieste da diversi altri Stati membri, relative a meccanismi di ristrutturazione automatica del debito sovrano e al ruolo del MES nella sorveglianza fiscale o nell’analisi di sostenibilità del debito e che il Governo ha dato seguito agli atti di indirizzo formulati dal Senato della Repubblica e dalla Camera dei deputati in relazione al pacchetto di proposte legislative e di comunicazioni presentate alla Commissione europea il 6 dicembre 2017 su vari aspetti del completamento e rafforzamento dell’Unione economica e monetaria. Nel corso di questa seduta, parliamo della seduta del Consiglio dei ministri del 27 febbraio 2019, il Consiglio dei ministri ha preso atto, all’unanimità, di questo passaggio; nessuno dei Ministri presenti, compresi quelli della Lega, ha mosso obiezioni sul punto e in particolare sulla relazione da presentare alle Camere. Entrambe…

Entrambe le Relazioni sono state presentate alle Camere, come previsto all’articolo 13 della legge n. 234 del 2012, e approvate definitivamente dal Parlamento dopo un’ampia discussione sviluppatasi nel corso di diverse sedute delle Commissioni. Alla Camera dei deputati, a seguito degli ulteriori pareri favorevoli sulla relazione delle Commissioni, dalla I Commissione sino alla XIV Commissione, politiche dell’Unione europea, la XIV Commissione alla Camera approvò la Relazione programmatica il 21 marzo 2019. In particolare, la V Commissione, bilancio, della Camera, presieduta dall’onorevole Borghi, che vedo molto attivo, nella seduta del 6 marzo 2019 espresse parere favorevole sulla Relazione programmatica con la seguente condizione: “siano adottate in tutte le sedi istituzionali dell’Unione europea iniziative volte a sospendere, ove possibile, ogni determinazione conclusiva in merito agli atti di cui in premessa, nell’attesa degli esiti delle prossime consultazioni elettorali per le elezioni del Parlamento europeo”. Le elezioni si sono completate da tempo. Il parere favorevole viene condiviso dall’onorevole Claudio Borghi, presidente della Commissione, e, in rappresentanza del Governo, il sottosegretario Massimo Garavaglia, nel prendere le distanze da un precedente intervento critico del deputato Bellachioma, ritiene equilibrata la proposta di parere favorevole poi approvata (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, MoVimento 5 Stelle, Italia Viva e Liberi e Uguali – Commenti dei deputati del gruppo Lega-Salvini Premier).

Al Senato, la XIV Commissione Politiche dell’Unione europea, in sede referente, nella seduta del 24 luglio 2019, approva entrambe le Relazioni, programmatica e consuntiva, con il voto favorevole dei gruppi del MoVimento 5 Stelle e della Lega e previ i pareri favorevoli della I Commissione permanente in data 10 aprile, III, IV, VII, VIII, X, XI e XII Commissione.
Evidenzio che i passaggi parlamentari sulle due Relazioni, in cui era già presente il contenuto della riforma del Meccanismo europeo di stabilità, sono stati molteplici e tutti conclusi con voto favorevole alla linea tenuta dal Governo durante i negoziati. Ricordo anche che i Ministri erano, inoltre, membri del Comitato interministeriale per gli affari europei, anch’esso disciplinato, come sapete, dalle leggi n. 234 del 2012, presieduto dall’allora Ministro Savona, nel quale avrebbero potuto legittimamente sollevare il tema e manifestare eventuali perplessità.
In aggiunta, rilevo che, dopo attenta verifica dell’agenda della segreteria della Presidenza del Consiglio, della mia segreteria, è stato possibile accertare che numerose sono state le riunioni alle quali hanno preso parte, come risulta dalle convocazioni formali, Ministri, Vice Ministri, sottosegretari e comunque vari esponenti politici delegati dalle forze di maggioranza a confrontarsi sulla materia. In particolare, tra il giugno 2018 e il giugno 2019, io ho convocato, per discutere dell’argomento nel dettaglio, dei vertici governativi e ben quattro riunioni proprio in materia di unione bancaria e monetaria, in cui si è approfonditamente discusso anche del MES. Sempre nello stesso periodo, si sono poi svolte sette riunioni in materia di governance economica dell’Unione europea. Più di recente, nel corso di questo mio secondo mandato di Governo, l’interlocuzione con il Parlamento è continuata costantemente, come dimostrano la risposta della sottosegretaria Agea all’interrogazione presentata nella XIV Commissione della Camera, nella seduta del 21 novembre 2019, e l’informativa resa dal Ministro Gualtieri alle Commissioni riunite VI e XIV del Senato nella seduta del 27 novembre 2019, qualche giorno fa.
Alla luce della ricostruzione appena sopra riassunta, corroborata da precisi riscontri documentali – ricordo qui numerosi allegati -, nessuno può oggi permettersi non dico di sostenere apertamente, ma anche solo di insinuare velatamente l’idea che il processo di riforma nel Meccanismo europeo di stabilità sia stato condotto segretamente o, peggio, firmato nottetempo (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, MoVimento 5 Stelle, Italia Viva e Liberi e Uguali – Commenti del deputato Claudio Borghi). In realtà, non solo c’è stata piena condivisione all’interno del Governo, ma su questa materia vi è stato, con il Parlamento italiano, un dialogo costante, un aggiornamento approfondito.
Qualche considerazione finale. La discussione che si sta portando avanti in Europa sul tema del MES e sulle altre riforme connesse è fondamentale per l’Italia e per il futuro stesso dell’Unione. Il Parlamento italiano ha riconosciuto l’importanza di questo passaggio, sottolineando nei suoi pronunciamenti, nella Risoluzione votata lo scorso giugno, che è necessaria “una valutazione congiunta dei tre elementi del pacchetto di approfondimento dell’Unione economica e monetaria”. Ho citato tra virgolette. Questo dibattito, tuttavia, non andrebbe strumentalizzato con notizie distorte, alimentato da accuse, come abbiamo visto, prive di fondamento, che rischiano di danneggiare il nostro Paese  e di compromettere – esse sì – l’interesse nazionale. Innanzitutto, va preliminarmente chiarito, forte, in maniera decisa e convinta, che il nostro Paese ha un debito pubblico pienamente sostenibile, come pure riconoscono i mercati, la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale; per cui non si intravede all’orizzonte nessuna necessità di attivare il Meccanismo europeo di stabilità, primo punto. Questo dibattito, al contrario, potrebbe essere l’occasione per ribadire e rilanciare il ruolo del nostro Paese nel contribuire a disegnare la nuova architettura dell’Unione economica e monetaria europea in senso coerente con l’interesse della nazione. Le attuali polemiche rischiano di distrarre, di distogliere dalla necessità di esprimere una strategia complessiva di riforma dell’architettura europea della quale l’Italia deve essere attiva protagonista. Fermiamoci a considerare le parti della riforma che, anche nel dibattito pubblico, hanno attirato le critiche maggiori. In merito al pericolo di un automatismo nella ristrutturazione del debito che verrà introdotto dal Trattato riformato, è opportuno ribadire – ma il Ministro Gualtieri ufficialmente lo ha chiarito – che il nuovo Trattato non modifica affatto la disciplina relativa al coinvolgimento del settore privato nell’eventuale ristrutturazione del debito pubblico del Paese che beneficia dell’assistenza finanziaria del MES. Al punto 12B del preambolo del nuovo Trattato si legge infatti – lo rileggiamo insieme -: “In casi eccezionali, una forma adeguata e proporzionata di partecipazione del settore privato, in linea con le prassi del Fondo monetario internazionale, è presa in considerazione nei casi in cui il sostegno alla stabilità sia fornito in base a condizioni che assumono la forma di un programma di aggiustamento macroeconomico”. Il testo del precedente Trattato, allo stesso punto, recita: “In linea con la prassi del Fondo monetario internazionale, in casi eccezionali si prende in considerazione una forma adeguata e proporzionata di partecipazione del settore privato nei casi in cui il sostegno alla stabilità sia fornito in base a condizioni che assumono la forma di un programma di aggiustamento macroeconomico”. Non può dirsi che vi siano cambiamenti sostanziali (Commenti del deputato Claudio Borghi). Allo stesso modo, il nuovo Trattato lascia a una valutazione tutt’altro che automatica la verifica della sostenibilità del debito e delle condizioni macroeconomiche dei Paesi beneficiari dell’intervento del MES, coerentemente con quanto preteso all’Italia, che si è opposta ad altri Paesi che avrebbero, invece, voluto maggiori automatismi. Infatti, l’articolo 13 del nuovo Trattato, che disciplina la procedura di concessione del sostegno alla stabilità, recita che al recepimento della domanda di aiuto finanziario da parte di un Paese membro del MES – e cito – “il Presidente del Consiglio dei governatori in carica, il direttore generale e la Commissione europea, di concerto con la BCE, di assolvere insieme i seguenti compiti” e alla lettera b) indica tra questi compiti proprio quello di “valutare la sostenibilità del debito pubblico e la capacità di rimborso del sostegno alla stabilità. La valutazione è effettuata all’insegna della trasparenza e della prevedibilità, al contempo consentendo una sufficiente discrezionalità”; è scritto proprio così. Quindi, quest’ultima previsione vale ad attenuare fortemente qualsiasi forma di automatismo che poteva essere, invece, nelle precedenti versioni.
Senza che mi soffermo ulteriormente su questo punto, in più parti il Trattato ritorna sul ruolo centrale della Commissione europea rispetto alla coerenza di indirizzi e valutazioni che deve esistere tra questa e il MES, né potrebbe essere altrimenti, come ribadisce l’articolo 12, comma 5, del nuovo Trattato, secondo cui “nell’esercizio dei compiti attribuitile dal presente del Trattato la Commissione europea assicurerà che le operazioni di assistenza finanziaria effettuate dal MES ai sensi del presente Trattato siano, ove pertinente, coerenti con il diritto dell’Unione europea, in particolare con le misure di coordinamento delle politiche economiche previste dal Trattato sul funzionamento dell’Unione europea”. Il nuovo Trattato, vedete, non solo evita pericolosi automatismi ma introduce anche il common backstop, che garantisce risorse addizionali per gli interventi del Fondo di risoluzione unico previsto dal Meccanismo di risoluzione unico, rendendo più robusto il supporto in caso di crisi bancarie.
Il negoziato ha conosciuto, a ripercorrerlo, molti passaggi critici, dove alcune proposte di modifica in senso peggiorativo per i nostri interessi nazionali sono state respinte dietro alla forte indicazione politica dell’Esecutivo e grazie anche al contributo decisivo del Parlamento. Ad esempio, è stata contrastata la convinta pretesa di alcuni Paesi che sino all’ultimo hanno insistito per attribuire al MES un ruolo guida o, comunque, equiordinato alla Commissione quanto all’analisi della sostenibilità del debito, un’insidia terribile. Se alcuni profili possono essere oggetto di una valutazione differente ci sta, c’è un margine di opinabilità. Possiamo affermare che il negoziato sin qui condotto ha raggiunto un punto di equilibrio in linea con gli interessi nazionali e, soprattutto, ha portato alla introduzione del cosiddetto backstop.
Da non trascurare, in ogni caso, il restante negoziato, che riguarda documenti, testi che non possiamo trascurare perché parimenti importanti in quanto suscettibili di definire la concreta fisionomia operativa dello strumento. Non ci lasciamo distrarre: l’Italia, proprio con riguardo al controverso tema delle cosiddette CACs single-limb dovrà battersi per ottenere che venga mantenuta la possibilità di effettuare subaggregazioni tramite cui il voto può essere reso per gruppi che vengono aggregati appositamente, al fine di differenziare le posizioni dei diversi obbligazionisti. Questo risultato della sua subaggregazione, infatti, va giudicato – e gli analisti lo sanno – come particolarmente adatto alla specificità del debito pubblico italiano, composto da una molteplicità di strumenti diversi sia per caratteristiche finanziarie sia per termini di scadenza, per indicizzazione, per tipologia di investitori, tale da richiedere necessariamente una diversificazione della proposta per poter assicurare un equo trattamento.
L’Italia è, quindi, tuttora impegnata – non lo dimentichiamo – in una negoziazione volta alla definizione del quadro comune di regole che mantenga l’elasticità del modello dual-limb e in alcuni casi addirittura l’aumenti, pur limitando il rischio di hold out tipicamente esercitato da investitori altamente speculativi. Questo aspetto, se mi permettete, si collega anche al tema del mantenimento o meno delle soglie minime che individuano i quorum deliberativi vincolanti erga omnes in caso di voto degli obbligazionisti, dei creditori obbligazionisti.
Per quest’ultimo aspetto alcuni Paesi chiedono insistentemente l’abbassamento di queste soglie. Ecco, qui invece l’Italia considera imprescindibile il mantenimento delle attuali soglie dei due terzi.
Vorrei, però, estendere la riflessione oltre la mera ricognizione delle modifiche del Trattato e la vorrei estendere al contributo che il nostro Paese può fornire al rafforzamento dell’Unione economica e monetaria in vista della costruzione di un’Europa più rispondente agli interessi e ai bisogni dei nostri cittadini. Il Meccanismo europeo di stabilità è solo una parte di una nuova architettura europea che deve essere credibile rispetto alle circostanze attuali e alle circostanze future e, vorrei dire, anche futuribili. Il MES rappresenta una forma di assicurazione collettiva contro il rischio di contagio, fornendo secondo procedure chiare e certe aiuto finanziario ai Paesi membri in momentanea difficoltà secondo una logica di sano ma responsabile mutuo soccorso e limitando così anche i pericoli di contagio. Non a caso, lo ricorderete, nasce dall’esperienza tragica degli anni 2011 e 2012, quando il panico si diffuse sul mercato europeo dei titoli sovrani con conseguenze che ricordiamo tutti davvero perniciose.
Il MES non è indirizzato contro un particolare Paese o costruito a vantaggio di qualche Paese a scapito di altri: è, come ho ricordato, un’assicurazione contro il pericolo di contagio e panico finanziario e va a vantaggio di tutti. Come ogni strumento di stabilità, anche questo necessita di un quadro chiaro e trasparente, in modo che vi siano garanzie di rimborso secondo un piano predefinito di caso in caso. L’elemento di mutuo soccorso sta nel fatto di garantire agli altri Stati membri la disponibilità di fondi a costi ragionevoli quando non si riesce ad avere accesso ai mercati finanziari se non a costi elevatissimi e insostenibili che di per sé minano, questi costi, la stabilità finanziaria.
Nel negoziato abbiamo cercato e ottenuto regole che fossero vantaggiose per l’Italia sia nel remotissimo – remotissimo sottolineo – caso in cui dovessimo arrivare a chiedere anche noi fondi al MES, sia in quelli, molto più frequenti, in cui l’Italia si ritrovasse dal lato di coloro che erogano il prestito e il modo migliore per affrontare questa complessa e articolata riforma non è affidarsi a sterili polemiche che vorrebbero alimentare una rappresentazione manichea tra i presunti gelosi custodi dell’interesse patrio e i succubi proni, pronti a raccogliere i diktat europei. Il modo più efficace – è studiare, innanzitutto, per poi elaborare  – è portare ai tavoli negoziali proposte serie, concrete e attuabili, in modo da poter incidere quanto più possibile sul processo di riforma in atto nel senso più conforme agli interessi dell’Italia.
Nel dibattito in corso si è levata qualche opinione – non mi è sfuggita – di chi ritiene negativo l’aver inserito nel Trattato il concetto di sostenibilità dei debiti di chi riceve il prestito e parimenti negativo l’avere definito regole chiare per la restituzione dello stesso. Non dobbiamo dimenticare, tuttavia, che se il meccanismo di stabilità non fosse affidato a regole chiare e certe quanto all’accesso ai fondi e alla loro restituzione staremo ora a discutere – ecco, vedetela diversamente dal lato opposto – dell’avventatezza di avere consentito che il risparmio dei nostri concittadini possa essere impiegato a favore di Paesi che non appaiono in grado di restituire i prestiti.
È un bene, è un bene – e lo dico sentitamente – che il Parlamento sia protagonista, è un bene che vi sia un confronto su temi così rilevanti per il nostro futuro e per il futuro dei nostri figli. Sono certo che da questo confronto possa nascere un impulso positivo per il nostro contributo nel negoziato europeo. Perché questo accada, tuttavia, bisogna mantenere l’approccio che il Parlamento aveva giustamente sollecitato lo scorso giugno e che il Governo ha seguito nelle sue negoziazioni, e cioè il fatto che si guardi all’architettura che veniamo definendo in Europa nel suo complesso secondo una logica di pacchetto. L’Italia deve continuare a lavorare perché l’architettura che stiamo costruendo sia nel complesso solida, sia nel complesso efficace; dobbiamo lavorare in Europa affinché il processo di completamento dell’unione economica e monetaria porti a una piena integrazione dei mercati finanziari ed elimini le debolezze ancora presenti nella sua costituzione. Questa è la via maestra per la difesa dei nostri interessi, per un’Europa più forte, più inclusiva, più solidale, più sostenibile.
In luogo di proclami privi di ogni contenuto propositivo, ritengo che dobbiamo concentrare i nostri sforzi affinché la nuova architettura non si regga su un’unica gamba rappresentata dalla riforma del MES. Se l’ambizione prospettata dai Paesi che adottano la moneta unica si traducesse esclusivamente in questo, ciò significherebbe che i Governi non hanno appreso a sufficienza dalla storia dell’ultimo decennio. Ecco perché, in ottemperanza alla logica di pacchetto che il Governo ritiene essere elemento imprescindibile del negoziato, accanto al MES devono coesistere strumenti di bilancio comuni con fondi superiori e scopo più ampio. Il BICC è un passo nella giusta direzione, ma dobbiamo fare di più e di meglio, a partire dall’assicurazione europea contro la disoccupazione. Inoltre è essenziale che si definisca compiutamente un sistema di assicurazione comune dei depositi, l’EDIS, che possa portare a una vera mutualizzazione dei rischi.
La valutazione del Governo con riguardo alle riforme in discussione al prossimo Eurogruppo fissato per il 4 dicembre non può prescindere dalla consapevolezza che ci sia ancora molta strada da percorrere in questa direzione e che la logica del pacchetto sia la modalità migliore per procedere oltre con riguardo al completamento del MES, allo strumento di bilancio per la competitività e la convergenza e alla definizione della roadmap sull’unione bancaria. Per quanto mi riguarda, tornerò presto a ragguagliarvi sullo stato del negoziato, tra qualche giorno, il prossimo 11 dicembre, in occasione delle comunicazioni che renderò in vista del prossimo Consiglio europeo di dicembre. In prospettiva appare necessario pervenire a una più piena integrazione dei mercati finanziari europei, che a tutt’oggi presentano una frammentazione che incide negativamente sull’allocazione efficiente delle risorse, sulla crescita, sullo sviluppo sociale e frenando la riduzione degli squilibri fra Paesi. Elemento chiave per completare questa integrazione è la creazione di un safe asset per i Paesi dell’unione monetaria, essenziale come tasso di riferimento per la conduzione della politica monetaria, come strumento finanziario per favorire la diversificazione dei portafogli bancari, nonché quale elemento di stabilità complessiva dell’unione monetaria europea di fronte a rischi di shock.

Questi sono i paletti su cui l’Italia può, deve trattare; questo è l’orizzonte anche di lungo periodo che deve guidare i nostri passi. Il Governo italiano ha rispettato alla lettera la sostanza della risoluzione votata dal Parlamento lo scorso giugno e, come in passato, agirà sempre nel rispetto del mandato conferito. Auspico che il Parlamento, con la sua autorevolezza, in virtù della sua legittimazione democratica, contribuisca a portare in Europa la voce di un Paese forte, di un Paese coeso, che si impegna a rafforzare le istituzioni europee secondo un piano che, nel rispetto, ovviamente, del nostro interesse nazionale, conduca a un’architettura più robusta, a un’equilibrata condivisione dei rischi, che avrebbe quale effetto finale quello di ridurli per tutti.

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply