domenica, 15 Settembre, 2019

L’Italia dei Comuni. Piccoli, divisivi e facili a ‘sciogliersi’

0

Dati 2013

La politica e la stabilità di un Esecutivo e più in generale di un Paese si misurano anche in base all’efficienza delle amministrazioni locali, negli ultimi anni tra nuove leggi elettorali, veri e propri terremoti politici e nuovi attori e movimenti sulla scena elettorale stiamo assistendo all’incremento dei provvedimenti di scioglimento dei Comuni. Quando un Comune viene commissariato gli organi di rappresentanza democratica vengono sospesi, ed entrano in gioco i commissari straordinari, prefetti mandati dal ministero dell’interno a riempire il vuoto creato.
Lo scioglimento è previsto e disciplinato dal TUEL (Testo unico delle leggi sull’ordimento degli enti locali).
lo scioglimento dei consigli comunali può essere disposto solo nei casi e per i motivi tassativamente previsti dalla legge. Secondo la vigente normativa, lo scioglimento è disposto per due ordini di motivi:
– per il compimento di atti contrari alla Costituzione o per gravi e persistenti violazioni di legge, nonché per gravi motivi di ordine pubblico, ipotesi quest’ultima che, concernendo la tutela della sicurezza e dell’ordine pubblico, resta di competenza degli organi dello Stato;
– per impossibilità di assicurare il normale funzionamento degli organi e dei servizi, ipotesi tipizzata dalla legge in caso di dimissioni del sindaco, impedimento permanente, rimozione, decadenza o decesso dello stesso, dimissioni di oltre la metà (ultra dimidium) dei consiglieri, riduzione del consiglio alla metà dei componenti per impossibilità di surroga, mancata approvazione del bilancio, approvazione di una mozione di sfiducia. Allo scioglimento dei consigli per infiltrazioni e condizionamenti di tipo mafioso la legge riserva autonomo rilievo. Anche questa fattispecie, analogamente a quella dei gravi motivi di ordine pubblico, è riservata alla competenza statale, rientrando nelle funzioni in materia di lotta alla criminalità organizzata.
Infatti molte modifiche sono state apportate, con l’entrata in vigore della legge 15 luglio 2009, n. 94, alla disciplina dei procedimenti di scioglimento dei consigli comunali e provinciali conseguenti a fenomeni di infiltrazione e di condizionamento di tipo mafioso. Il procedimento viene scandito da precisi termini fin dalle prime fasi, in omaggio al principio generale della certezza temporale della conclusione del procedimento (art. 2 della legge n. 241/1990), alimentato negli ultimi anni da numerosi interventi del legislatore. La nuova disciplina ha determinato un considerevole incremento dei provvedimenti adottati, come rilevato dai dati relativi all’anno 2012 (+ 400%) ed ai primi mesi dell’anno 2013.
Sempre seguendo questa logica e secondo il rapporto ANAC su corruzione sommersa e corruzione emersa in Italia del 2013 negli ultimi anni il fenomeno della corruzione in Italia si rivela sostanzialmente stabile, ad eccezione che nel 2009 in cui il numero dei reati di corruzione (nella sua accezione aggregata) passa da 975 a 120513 (il dato del 2009 è riconducibile ad un aumento rilevante delle denunce registrate dalla Guardia di Finanza).
Tornando ai Comuni dai dati forniti dal Viminale negli anni dal 2013 al 2016, rileveremo oltre allo scioglimento per infiltrazione mafiosa, il commissariamento per dimissioni (sia dei consiglieri che del sindaco) e quello per mancato bilancio, rendiconto gestione e dissesto.
Per quanto riguarda i motivi di infiltrazioni mafiose si registra una costante, dopo il boom iniziale del 2013, soprattutto a Sud e in particolare le regioni della Ndrangheta e della Camorra (Calabria e Campania). Con un notevole ridimensionamento della Mafia come causa dello scioglimento negli anni successivi.
Dal 1991, anno in cui l’istituto è stato introdotto, ad oggi i provvedimenti che hanno sciolto consigli comunali per l’ingerenza della criminalità organizzata sono stati quasi 300. Il provvedimento ha un elevato peso politico, e più degli altri vive di riflesso gli eventi politici nazionali. Non è un caso che un anno record per i provvedimenti di commissariamento per mafia è stato il 2012, con l’arrivo del governo tecnico guidato da Mario Monti (Fonte Openpolis)
Da ben 38 Comuni commissariati nel 2013 passiamo ad appena 5 nei tre anni successivi, certo la Mafia resta un cancro da combattere e da estirpare nella penisola italica, ma il ridimensionamento può essere spiegato da un lato con Comuni che restano commissariati anche se non compaiono nei registri degli anni successivi come il famigerato caso di San Luca nel reggitano calabrese. Dall’altro invece un altro fenomeno risulta dai dati mostrati negli anni 2013-2016, molti Comuni finiti tra le indagini dei Prefetti per infiltrazioni criminali, sono stati sciolti all’inizio per dimissioni del Sindaco o dei consiglieri (vedi Roma, Nicotera e Corato). Quindi non è che la causa di scioglimento per mafia sia scomparsa, semplicemente o non sono state indette nuove consultazioni comunali (il Comune è comunque sciolto) oppure possiamo ritrovare quello stesso Comune sciolto sotto la voce ‘causa dimissioni’
Molto più interessante risulta così il fenomeno del commissariamento del Comune in seguito alle dimissioni del Sindaco o dei consiglieri. Una causa che continua a portare sempre di più allo scioglimento della Giunta e al conseguente commissariamento, ma soprattutto evidenzia quanto la politica nazionale influenzi quella locale e viceversa. Nonostante il periodo analizzato sia quello in cui non ci sono consultazioni politiche, negli anni è la politica a portare al commissariamento. Nei tre anni analizzati poi, nonostante il 2013 sia l’anno in cui il commissariamento tocca l’apice per numero (un record eguagliato solo dal 2005), i comuni sciolti per dimissioni dei consiglieri erano il 30%, passando per il 46, 90% del 2014 per finire a un 41, 14% che unito alle dimissioni del sindaco (16,46%) del 2015 non raggiungono l’apice del 2016, ben il 69, 94%.
In realtà però anche se appare come un continuo terremoto politico, il quadro degli enti locali contiene una piccola ‘falla’ della giurisprudenza che se da un lato ha lo scopo di tenere unita la giunta, dall’altro anche a causa dei frazionamenti politici ne provoca di fatto sempre più spesso lo scioglimento.
Dopo la legge n. 81 del 1993, sottratta al consiglio la funzione di eleggere il sindaco e la giunta, è divenuto invece centrale, nel nuovo sistema, il collegamento tra la figura del sindaco e il consiglio, in base al principio di fondo “aut simul stabunt, aut simul cadent”. In questa logica, ogni evento che comporti la cessazione del sindaco (o del presidente della provincia) dalla carica comporta la cessazione del consiglio stesso; sicché a dimissioni, impedimento permanente, rimozione, decadenza, decesso del primo consegue inevitabilmente lo scioglimento del secondo; così come, inversamente, una riduzione della composizione del consiglio al di sotto del quorum legale, derivante da dimissioni o decadenza dei consiglieri, determina il rinnovo anche del sindaco.
L’ultimo punto su cui bisogna tenere alta l’attenzione è quello che riguarda un aspetto importantissimo della gestione della cosa pubblica, il bilancio e la gestione dei Comuni.
Anche se risulta marginale per quanto riguarda le percentuali sul commissariamento, lo scioglimento occupa un posto di enorme rilievo perché è quello che evidenzia veri e propri problemi di cattiva gestione, ovvero l’incapacità di approvare il bilancio nei tempi dovuti.
Se nel 2013 la mancata ratifica del bilancio e il ‘rendiconto gestione’ insieme toccavano poco più del 4% dei casi di scioglimento de Comuni, tre anni dopo il dato raddoppia quasi, ma ciò che merita ancora di più attenzione è che tra i Comuni del 2016 che non sono riusciti ad approvare il Bilancio figurano alcuni di dimensioni piccolissime, che non riescono nemmeno ad arrivare ai mille abitanti, quelle cittadine dal classico ‘una chiesa, una piazza… un comune’.
Nel 2016 tra i Comuni che non sono riusciti ad approvare il Bilancio ci sono infatti Carezzano, nell’alessandrino, con appena 428 abitanti; Ventotene (Latina) con 751 e il molisano Castellino del Biferno che è stato sciolto per dissesto e conta appena 550 anime.

Un dato che dovrebbe far discutere sull’Italia che aveva promesso di abolire le Province durante i reclame sulla spending review, ma che non riesce ad accorpare piccoli aggregati di case che rivendicano il nome di Città più in nome del campanilismo che di altro e che hanno ingenti costi (inutili) su tutti i contribuenti.

Fonti:
Dati relativi allo scioglimento dei consigli comunali e provinciali (Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali), anni 2013; 2014; 2015; 2016.

TUEL  (Testo unico delle leggi sull’ordimento degli enti locali)

 

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply