sabato, 7 Dicembre, 2019

L’Italia delle stragi sotto gli occhi di magistrati. Solo distratti?

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Sette magistrati si confessano sul decennio delle stragi che dal 1969 al 1980 hanno insanguinato il nostro paese e messo a rischio il nostro regime democratico. Lo fanno nel volume L’Italia delle stragi, a cura di Angelo Ventrone, Donzelli, Roma, 2029. Non ce l’avrebbero fatta a realizzare questo ambizioso obiettivo di imporre agli italiani una linea di forzata persuasione, cioè di terrore e violenza armata.

L’insuccesso fortunatamente è ormai sotto gli occhi di tutti. Ma dalla strage di Piazza Fontana (a Milano nel dicembre 1969) all’ultima, quella presso la stazione centrale di Bologna (il 2 agosto 1980) i tentativi sono stati diversi e costanti.

I giudici (P. Calogero, G. Tamburino, G. Zorzi, L. Grassi, V. Zincani, G. Turone e C. Nunziata) sembrano concordi nell’individuarli. E coraggiosamente accettano la responsabilità di farne il nome ai lettori.

Si tratterebbe di una vera e propria “mano nera” neo-fascista (cioè Avanguardia nazionale e Ordine nuovo).

Vale la pena di rilevare, incidentalmente, un piccolo particolare. Le due associazioni furono sciolte dal ministro Taviani nel 1976. Ed erano state molto a lungo sotto la vigilanza del nostro ministero dell’Interno.

Se anche non l’avessero fatto sempre felicemente e tempestivamente, i responsabili del Viminale hanno collaborato -fino a prova contraria- con tutti magistrati prima citati nelle molte indagini giudiziarie da essi proposte e seguite.

A chi si riferiscono (la domanda è rettorica) queste toghe quando, nel volume (addirittura nelle alette pubblicitarie del volume stampato da Donzelli) denunciano l’esistenza di ”un lucido disegno eversivo di destabilizzazione degli assetti democratici della nostra Repubblica”?

Dal momento che le parole pesano, hanno un senso anche in bocca ai magistrati, si amerebbe sapere l’anno, il giorno, il mese, il luogo in cui essi (cioè Calogero, Tamburino, Grassi, Turone, Zincani, Nunziata ecc.)abbiano alzato la voce o arroventato la penna per denunciare agli altri poteri della Repubblica e in primo luogo ai cittadini l’esistenza di questa micidiale trama eversiva da parte di gruppi ed esponenti della estrema destra ex, post e neo-fascista.

L’avrebbero fatto, dichiarano i giudici prima citati, di concerto con “importanti settori di servizi italiani e internazionali” nel tentativo di “contrastare un presunto e persistente pericolo comunista”.

Curiosamente nel loro cahiers des doleances manca il riferimento ad un settore eversivo che in molte loro sentenze è stato messo in prima fila. Mi riferisco a ufficiali e gruppi delle forze militari italiane e alleate, soprattutto nel Veneto.

La Rosa dei Venti e tutte le sigle che uno studioso come Giacomo Pacini ha elencato nel volume Le molte Gladio (edito da Einaudi) sono diventate improvvisamente associazioni di patrioti, di saggi e pensionati cultori dell’interesse generale?

La distinzione tra eversione fascista e golpismo comunista che anima le riflessioni dei magistrati sollecitati da Angelo Ventrone sono intrise di un collante ideologico. È il solito, ormai melenso e ininfluente in quanto viene esibito dal 25 aprile 1945 ad oggi, cioè quello dell’antifascismo.

In base a questo presupposto, il Pci non può essere sospettato di avventure eversive perché è stato uno dei principali esponenti della lotta antifascista.

È verissimo, cioè incontestabile. Basta mettere tra parentisi la proposta di “riconciliazione” nazionale (Ai fratelli in camicia nera) avanzata nel 1936, su un organo autorevole come Stato Operaio, dall’intero gruppo dirigente dei comunisti italiani (in esilio, in carcere o in ancora in libertà).

E far finta che non siano mai esistite le campagne di stampa e le apologie di Togliatti a difesa di Hitler (e contro i regimi liberal-democratici) dopo la scellerato accordo spartitorio tra il ministro nazista degli esteri Von Ribbentrop e quello sovietico Molotov nel 1939. Siamo al tempo, per intendere l’importanza della proposta, della guerra di Etiopia e di quella di Spagna.

L’antifascismo non è stata una strada che i comunisti abbiano imboccato e percorso con la coerenza che amano esibire.

A un gruppo di importanti magistrati nel momento in cui si avventurano sul terreno della storia bisognerebbe chiedere: il ribellismo che, nella storia della nostra Repubblica, è sfociato nel terrorismo e in una sorta di guerra per bande, ha potuto o no avvalersi di episodi e teorizzazioni della violenza armata che hanno fatto parte, fino ad una certa fase, della storia politica dei comunisti anche italiani? È noto come l’album di famiglia.

Fino a quale anno è durata l’organizzazione para-militare di cui il Pci si è avvalso prima di identificarsi nell’azione e nella dimensione del parlamento, anzi del parlamentarismo?

Fino a qualche tempo fa a chiedercelo siamo stati Gianni Donno, Victor Zaslavski ed io. Ma la domanda, anzi l’abbozzo di una risposta è ora di uno studioso autorevole (e dirigente della Fondazione Istituto Gramsci) come Silvio Pons.

C’è un filone che, al pari di questo, ma ad esso connesso, i magistrati hanno lasciato cadere o apertamente sottovalutato: quello delle complicità, degli scambi di favori, delle reciproca neutralizzazione nel culto del silenzio, del non-detto, che ha avuto luogo tra la polizia fascista (l’Ovra) e i partiti antifascisti.

Le ricerche di una studiosa di rango come Giovanna Tosatti (alla quale dobbiamo la Storia del Ministero dell’Interno, edito dal Mulino a Bologna) si spera possano illuminare questo buco nero. Ma mi pare si possa dire che lo scambio di indulgenze, il vincolo a tacere, abbia avuto come uno dei principali protagonisti il Pci.

Infatti Guido Leto, nel manovrare tra la Repubblica sociale e i governi della coalizione antifascista la consegna delle migliaia di casse in cui erano stivati gli archivi dell’Ovra ha ricevuto i maggiori sostegni nella sua carriera di “agente doppio” da Togliatti e Sereni.

A chi, oltre i governi, se non ai magistrati spettava, e spetta, il compito di recuperare quelle carte e offrire gli italiani l’elenco di chi ha avuto a lungo interesse a far soccombere,facendolo naufragare in una ripresa della guerra civile, l’iter del nuovo regime liberal-democratico?

Salvatore Sechi

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