giovedì, 21 Marzo, 2019

Lo “schianto” che ha rivoluzionato il mercato finanziario internazionale

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Secondo Adam Tooze, docente di storia economica alla Columbia University e autore del ponderoso volume “Lo schianto: 2008-2018. Come un decennio di crisi economica ha cambiato il mondo”, per capire le risposte economiche e politiche che sono state date alla crisi globale scoppiata nel 2007/2008, occorre innanzitutto collocarne l’epicentro, la crisi delle banche, nel suo contesto politico più ampio; in secondo luogo, occorre che si tengano presenti, da un lato, le modalità di funzionamento della moderna economia finanziaria e, dall’altro lato, il fatto che la diffusione della crisi globale è da ricondursi alla insufficiente considerazione della profonda interconnessione tra le economie nazionali, esistente già prima della Grande Recessione. Fatto, quest’ultimo, che porta ad escludere che la crisi globale sia scaturita da quella dell’economia americana, sebbene ad essa sia necessario ricondurne il suo inizio.
Adam Tooze sostiene che l’”idea di una crisi tutta americana”, accolta favorevolmente dai commentatori americani e da quelli del resto del mondo, ha oscurato le realtà dello stretta interdipendenza che si era ormai consolidata nel momento della crisi tra le diverse aree economiche del mondo. Così facendo, però, – afferma Tooze – le critiche sono state indirizzate in modo errato. La crisi, infatti, non è stata “semplicemente americana, ma globale e, soprattutto nordatlantica nella sua genesi”; inoltre, ha avuto l’effetto di ricondurre la responsabilità del governo dell’economia finanziaria mondiale sugli Stati Uniti, in quanto considerati, erroneamente, come l’unica economia in grado di creare nuova moneta. In realtà, oltre agli USA, la capacità di creare nuova liquidità era anche nella disponibilità dell’Unione Europea. A parere di Tooze, infatti, il potere di creare nuova moneta non dipende solo dalla forza economica di chi lo esercita, in quanto è “anche questione di azione e di scelte politiche”, rivelatesi “positive nel caso americano, disastrosamente negative nel caso dell’Europa”.
Chiarire gli effetti delle divergenti decisioni assunte al di là e al di qua dell’Atlantico, in fatto di politica monetaria, per contrastare gli effetti della crisi globale del 2007/2008, è per Tooze importante, non solo per una corretta percezione della crisi globale, ma anche e soprattutto per capire la pericolosa situazione emersa dalle divergenti decisioni delle due massime aree economiche ad economia di mercato (quella nordatlantica e quella europea), allorché una di esse, l’Unione Europea, ha presunto di agire sul piano economico e politico come se su tutto ciò che poteva essere deciso al suo interno potesse essere considerato indipendente da quanto accadeva nel resto del mondo.
Guardare alla crisi del 2007/2998 – afferma Tooze – “come a un evento fondamentalmente americano era una prospettiva allettante”; agli europei faceva comodo spostare le responsabilità oltre Atlantico; ma guardare alla crisi globale sulla base del suo impatto sul sistema economico americano voleva dire “fraintendere e sottovalutare la portata economica e storica di fondo”. E’ vero che il punto zero è stato sicuramente il crollo del mercato immobiliare americano; questo, però, non ha segnato la crisi dell’economia americana, ma quella di un settore particolare, che ha innescato la crisi dell’economia mondiale, “fino a scuotere i sistemi finanziari delle economie più avanzate del mondo: la City di Londra, l’Asia orientale, l’Europa e la Russia”, mentre la crisi dell’Unione Europea non è stata una crisi separata, in quanto è derivata, sia pure con qualche anno di ritardo da quella iniziata nel 2007/2008.
Ciò posto, secondo Tooze, diventa importante seguire la crisi finanziaria globale nel suo percorso verso l’esterno, partendo “dal suo fulcro nel Nord Atlantico”; ciò è necessario se si vuole capire, sia la sua “continuità tra il 2008 e il 2012”, sia il modo in cui le singole aree economiche hanno reagito agli esiti della turbolenza. A tal fine – avverte Tooze – occorre andare oltre “il consueto quadro di riferimento cognitivo della macroeconomia” ereditato dal primo Novecento. Questo quadro, nato “sulla scia delle due guerre mondiali”, era organizzato intorno a “Stati-nazione, a sistemi produttivi nazionali e agli squilibri commerciali che ne derivavano”. Si trattava di un quadro di riferimento che si identificava con la critica di John Maynard Keynes al “laissezfairismo” del primo liberismo; la crisi del 2007/2008, seguita allo smantellamento dell’impianto keynesiano, ha indotto molti critici internazionali d invocare il ritorno alle idee del “Maestro”.
Tuttavia, sebbene l’economia keynesiana continui ancora ad essere indispensabile “per cogliere le dinamiche del crollo dei consumi e degli investimenti, l’aumento della disoccupazione e le opzioni disponibili per la politica monetaria e fiscale dopo il 2009”, quando si tratta “di analizzare l’inizio delle crisi finanziarie in un’epoca di acuta globalizzazione, l’approccio macroeconomico standard ha i suoi limiti”, in quanto a regolare il commercio internazionale non sono più le economie nazionali, ma “le società multinazionali che coordinano ‘catene di valore molto ampie’” e gestiscono “il business globale del denaro”.
Per comprendere, quindi, le tensioni che si sono create all’interno del sistema finanziario globale dopo il 2007/2009, bisogna andare oltre la “macroeconomia keynesiana” e analizzare – afferma Tooze – l’economia globale, non in termini di interazione economica internazionale tra le diverse economie nazionali (“modello insulare”), ma in termini di “matrice incrociata” delle interazioni a livello mondiale tra banca e banca, necessarie per l’attuazione degli “impressionanti aggiustamenti” delle partite finanziarie connesse ai “traffici” internazionali. Ciò che l’America, l’Unione Europea e le altre importanti aree economiche del mondo integrate nell’economia mondiale hanno sperimentato, dopo il 2007/2008, è stata un’”implosione del credito interbancario”.
Di fronte a questa implosione, le autorità americane hanno reagito immediatamente, con la Federal Riserve Bank statunitense impegnata a proporsi con fornitore di liquidità di ultima istanza per il sistema bancario globale, autorizzando un gruppo selezionato di banche centrali (tra le quali la Banca Centrale Europea) a concedere, a richiesta, crediti in dollari. Quella della Federal Reserve Bank è stata una risposta alla crisi delle banche che contraddiceva il pensiero unico del neoliberismo, affermatosi dopo gli anni Settanta del secolo scorso. I decenni precedenti la crisi del 2007/2008 erano stati dominati dall’ideologia del libero mercato e della riduzione dell’interventismo statale; ciò, tuttavia, non aveva significato la soppressione di ogni forma di regolazione del mercato e, in generale, dell’economia, ma solo la sua delega ad “agenzie ‘indipendenti’”, definite impropriamente “banche centrali indipendenti”, la cui funzione era quella di “garantire disciplina, regolarità e prevedibilità” di tutto ciò che accadeva nel mercato globale.
Con l’inizio della crisi globale, l’opinione pubblica mondiale è giunta così a “scoprire” che, contrariamente a ciò che l’ideologia neoliberista sosteneva, si viveva in un un’epoca di notevole intervento regolatore del mercato finanziario mondiale, che “aveva più in comune con le operazioni militari e la medicina d’urgenza”, che con una governance sottoposta alla legge a e al controllo democratico dei popoli. Tutto ciò è valso a svelare al mondo una verità inaspettata, ovvero che le basi del moderno sistema monetario internazionale, prive di fondamenta materiali, avevano assunto una natura prettamente politica. All’apice del nuovo sistema, era stata collocata la “moneta a corso forzoso” (o fiat-money), dichiarata a corso legale dalle autorità che la emettevano, senza alcuna garanzia, se non il suo status istituzionale.
Nel “modello insulare” di interazione economica internazionale, in uso per gran parte del XX secolo, le unità di riferimento erano le economie nazionali che commerciavano tra loro, gestendo i loro avanzi e disavanzi commerciali e accumulando crediti e debiti nazionali; al contrario, con la nuova economia macrofinanziaria e la “matrice intrecciata” delle relazioni bancarie, gli aggregati economici nazionali sono stati sostituiti dalle posizioni dei bilanci bancari, divenuti il “campo di battaglia del sistema monetario globale”. A livello mondiale, alla vigilia della crsi, un centinaio di “grandi banche” (systemically important financial insitutions) provvedevano a fornire al mercato globale la necessaria liquidità; si trattava di una realtà che è venuta allo scoperto in occasione della crisi del 2007/2008, con la quale – afferma Tooze – sono state “strangolate le politiche democratiche su entrambe le sponde dell’Atlantico”.
Tale stato di cose sta a dimostrare il totale coinvolgimento anche dell’Unione Europea e, in particolare, dell’eurozona, investite dal processo di propagazione della crisi; trattare, perciò, la crisi dell’Unione (occorsa qualche anno dopo il 2007/2008) considerandola esclusivamente europea è stato del tutto fuorviante, come lo era stato sostenere che essa (la crisi) fosse un evento tutto americano. L’idea che l’Unione Europea fosse estranea agli esiti della crisi iniziata col crollo del mercato immobiliare americano era del tutto illusoria, come dimostrano le vicende occorse, nel 2010, nell’eurozona; malgrado l’evidenza, i conservatori ordoliberisti di Berlino e Francoforte hanno continuato a persistere nei loro convincimenti e a non assumere decisioni adatte ad evitare che la situazione precipitasse, concorrendo a peggiorare la crisi globale. E’ stato a questo punto che, a parere di Tooze, gli americani, al fine di impedire il default della Grecia, hanno mobilitato il Fondo Monetario internazionale, affinché fosse “salvata” l’Europa del XXI secolo.
Il “salvataggio” della Grecia nel 2010 ha impedito che la crisi globale si aggravasse, ma ha consentito che gli Stati Uniti, l’Europa e il Fondo Monetario internazionale si “stringessero” in un blocco di grandi decisori, per mettere a punto una tecnica globale di intervento; quella che Larry Summers (importante economista keynesiano americano) aveva avuto modo di rivelare a Yaris Varoufakis (in procinto di diventare Ministro delle Finanze del proprio Paese) alla vigilia della concessione, nel 2015, del secondo maxiprestito alla Grecia. Com’è noto, la tecnica globale d’intervento, messa a punto e sperimentata sulla pelle dei cittadini greci, per sventare il pericolo che crisi regionali potessero creare difficoltà al funzionamento del nuovo mercato finanziario globale, prevedeva il finanziamento dei Paesi in crisi (anche se sull’orlo della “bancarotta” e nella condizione di non poter garantire la restituzione del finanziamento ricevuto). Qui sta l’inganno della tecnica di salvataggio messa a punto dai “Signori” dell’economia finanziaria mondiale: pur sapendo che i prestiti potevano non essere restituiti dal Paese che riceveva l’”aiuto”, la garanzia della restituzione alle banche finanziatrici del prestito veniva “scaricata”, attraverso il trasferimento dell’onere del prestito, sui cittadini dei Paesi più direttamente coinvolti dalla situazione di crisi del Paese finanziato. La gestione del secondo maxiprestito concesso alla Grecia, così come l’ha descritta e rivelata Yaris Varoufakis, è di per sé illuminante: se le modalità di gestione dei problemi dell’eurozona non cambieranno, i cittadini dei Paesi che, come l’Italia, soffrono della difficoltà di rilanciare la crescita e di contrastare la disoccupazione e il diffondersi della povertà, sanno ora quali rischi il futuro può riservare loro.
Ciononostante, le istituzioni europee sembrano soffrire di una strana contraddizione; da un lato, aderiscono all’idea di un interventismo pubblico a livello mondiale per la stabilizzazione del mercato finanziario internazionale, mentre, dall’altro lato, all’interno dell’eurozona, esse persistono nell’imporre ai Paesi membri misure di politica economica e monetaria poco adatte a garantire la stabilità (economica e finanziaria, oltre che politica) dell’intera area comunitaria. Di ciò ne è convinto lo stesso Tooze, come risulta dai suoi interventi su importanti giornali europei e americani.
Con riferimento all’Italia, infatti, egli osserva che, nel duro confronto col Governo italiano sulla finanziaria del 2018, le istituzioni europee hanno assunto un atteggiamento poco consono rispetto alla stessa stabilità globale. Le istituzioni comunitarie potranno anche prevalere nei confronti del Governo italiano, ma la loro vittoria, afferma Tooze, potrebbe portare allo spostamento della politica italiana su posizioni ancora più populiste e nazionaliste, oppure potrebbe rinforzare la posizione di chi ritiene che sia meglio uscire dall’Europa.
Bruxelles, ricordando le proprie responsabilità rispetto alla stabilità del mercato globale, deve affievolire la sua posizione critica nei confronti di un Paese grande come l’Italia, evitando il rischio di una “vittoria” alla quale potrebbe seguire lo “schianto” irreversibile del “disegno europeo”; ciò, solo per il rifiuto ideologico di condividere i rischi nella gestione di un’area valutaria (quella dell’eurozona) strettamente interconnessa con le altre aree valutarie presenti nel mondo.

Gianfranco Sabattini

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