lunedì, 17 Giugno, 2019

Lo smarrimento dell’orgoglio di sentirsi italiani

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Uno dei meriti, forse il più rilevante, della rivista “Limes” è quello d’essere impegnata da sempre a ricordare perché gli italiani non possono non sentirsi tali. Anche il numero 2/2019, intitolato “Una strategia per l’Italia”, è dedicato per intero alla riproposizione di questo impegno, offrendo ai lettori una serie di articoli che illustrano, a partire dall’Editoriale, perché sia importante per l’Italia proporsi, oggi, contro la pretesa di chi vorrebbe ridurre l’unità dell’ordinamento giuridico-politico attuale del Paese a un’”ammucchiata di piccole patrie”, come “Stato compiuto e ricentrato per contare di più” sulla scena mondiale.
La rivista, recita l’incipit dell’Editoriale, “è nata italiana e ambirebbe restarlo. Ne è condizione l’esistenza dell’Italia”. Per questo è necessario che la Repubblica italiana si “faccia Stato, nel senso forte e compiuto del termine. Altrimenti la storia la travolgerà”. L’Editoriale conclude lo svolgimento dell’interessante insieme di riflessioni in esso contenute, affermando che “Limes”, comunque, “resterà italiana. Anche se un giorno l’Italia fosse altrove”.
Cosa spinge Lucio Caracciolo, il direttore della rivista, a nutrire tanto pessimismo riguardo all’incapacità dell’Italia attuale di essere autorevole e autonomo protagonista della difesa, a livello internazionale, delle propria soggettività e dei propri interessi?
Le ragioni sono molte, le principali e le più preoccupanti delle quali sono riconducibili al fatto che gli italiani hanno scarsa contezza della propria storia e nessuna consapevolezza riguardo al modo più appropriato di difendere i propri specifici interessi.
L’idea di Italia – afferma Lucio Caracciolo nell’Editoriale – è un “mito formidabile”, che è stato capace di attraversare i secoli, sia pure con andamento carsico, senza però “coagularsi in Stato”; ciononostante, il mito è giunto sino ai padri fondatori della nostra Patria ed è, oggi, ancora sufficiente a smentire – continua Caracciolo – “la vulgata antitaliana, cui molti italiani indulgono”. La nostra nazione “non è artificio chiamato Risorgimento. È espressione di una sostanza antropologica, linguistica, culturale dalle radici bimillenarie”; ciò che molti italiani stentano ad ammettere è, infatti, inscritto nel mito, “inventato, curato e tramandato da esigue ma tenaci élite letterarie, use remar controcorrente”, che hanno contribuito ad affermare che l’Italia, sino al Risorgimento, è stata “molto più nazione che Stato”.
La mancata formazione di una correlazione stretta tra nazione e Stato è lo stigma originario cha ha caratterizzato la nascita dello Stato unitario, ma anche quella della Repubblica italiana; stigma che, dopo il secondo conflitto mondiale, è valso a ridurre l’Italia a “provincia europea dell’impero americano”, una condizione poi allentatasi, con la fine della Guerra Fredda e “la più lasca presa di Washington sul Vecchio continente”. Nel periodo successivo al crollo del Muro di Berlino, attenuatisi gli “entusiasmi” europeisti, l’Italia si è trovata inadatta ad affrontare le nuovissime sfide nascenti dall’emergere della nuova situazione internazionale; essa, l’Italia, si è così mostrata tanto impreparata ad affrontare tali sfide, da indurre gli italiani a cercare una via di difesa contro le conseguenze indesiderate delle sua impreparazione, consistita nella tendenza a “sbriciolare” quel poco di Stato del quale disponevano, sulla base di “antiche e nuovissime contese” fra diversi raggruppamenti di soggetti nazionali.
Ora l’Italia è giunta ad un punto di non ritorno, nel senso che gli italiani, se non vorranno perdere quel “poco di Stato” che ancora residua, devono decidersi a condividere scelte politiche che, tenuto conto delle sfavorevoli tendenze demografiche, economiche e socioculturali nazionali, consentano a ciò che resta del loro Stato di adottare una strategia geopolitica che, considerata la “decomposizione dell’eterogenea famiglia comunitaria”, sappia assicurare la possibilità di attuare una politica interna ed internazionale idonee a sottrarre gli interessi nazionali alle conseguenze negative delle logiche del confronto oggi in atto tra le maggiori potenze globali: USA, Russia e Cina.
E’ lo stesso Caracciolo ad indicare la necessità, per l’Italia, di adottare una tale strategia, che consenta di sottrarsi ai possibili danni che possono derivare dal duro confronto in atto che sta caratterizzando i rapporti tra le superpotenze, al fine di conservare o acquisire una posizione dominate a livello mondiale. In un recente articolo apparso su “la Repubblica”, col titolo “L’Italia sul ring tra USA e Cina”, Caracciolo osserva che, se l’Italia vuole sottrarsi alle conseguenza dell’”ira del campione in carica” (gli USA, nostro nominale alleato) e dei suoi “sfidanti” (la Russia e, in questo momento particolare, la Cina) deve decidere responsabilmente con chi stare, e quali comportamenti privilegiare sul piano internazionale. Ciò, in considerazione del fatto che Russia e Cina sono protese, la prima, a servirsi della particolare congiuntura politica del Paese, per riuscire ad influenzare la conduzione della politica interna italiana in senso antieuropeo, e la seconda, ad acquisire il controllo di importanti segmenti produttivi e di infrastrutture strategiche nazionali per la progressiva attuazione della “Nuova Via della Seta”, con cui realizzare una globalizzazione delle economie nazionali, alternativa a quella dominata dagli USA.
L’Italia, mossa dalle sue asfittiche condizioni economiche, da tempo sta immaginando, afferma Caracciolo, le relazioni tra le grandi potenze come un mercato, nel quale poter scegliere la posizione contrattuale più conveniente, senza considerare che il “gioco duro” in atto tra i tre supercompetitori, non solo riguarda la stabilità del mercato globale nel quale essa (l’Italia) è inserita, ma investe anche “le decisive dimensioni delle reti, delle nuove tecnologie, dell’intelligenza artificiale, oltre che la sfera militare”; tutte dimensioni, queste, sul cui controllo gli USA fondano la loro posizione dominante sul mercato globale. Lo status quo, pertanto, dovrebbe indurre chi governa l’Italia a valutare attentamente che un’apertura disinvolta ai competitori degli Stati Uniti, potrebbe dare luogo a una “severa” reazione di questi ultimi ai danni del Paese, anche “attraverso le agenzie di rating […], che smetterebbero di edulcorare il giudizio sullo stato delle nostre finanze pubbliche”.
Da queste considerazioni, la classe politica italiana dovrebbe trarre, a parere del direttore di “Limes”, il convincimento della necessità di porre rimedio allo stato di debolezza nel quale versa il Paese. Innanzitutto, l’Italia dovrebbe essere dotata di un “centro strategico nazionale”, gestito in modo affrancato da pregiudizi e da divisioni ideologiche; ciò, perché non è più ammissibile che “autorità locali, settoriali o addirittura singoli individui prendano impegni che riguardano la sicurezza dello Stato”; oppure, che si discuta quando e come devolvere l’autonomia finanziaria alle regioni più ricche del Paese, mettendo a repentaglio la sua unità giuridico-politica; od ancora, che si possa immaginare, per il miglioramento dei livelli di benessere degli italiani, la costituzione di città-Stato (Milano e Napoli), sino a sognare “regressioni pre-unitarie”, con la riedizione di Regni, quali quello Lombardo-Veneto e quello Borbonico, o con l’accoglimento delle pretese degli indipendentisti sardi per la costituzione di una “Sardigna Natzione”; o infine, che si possa continuare a fare affidamento sulla solidarietà di un’Unione Europea, come se essa stesse operando realmente per il bene di tutti i Paesi che la costituiscono.
In secondo luogo, poiché il Paese ha bisogno di attrarre investimenti esteri per rilanciare la propria economia, esso dovrebbe, tenere conto che non tutte le provenienze delle risorse finanziarie sono uguali (soprattutto se tali risorse sono destinate ad essere investite in comparti produttivi o infrastrutture strategiche), o quanto meno dovrebbe considerare che, per accettare le risorse estere, occorre concordare la decisone con i propri alleati. Ciò significa – osserva giustamente Caracciolo – che se, ad esempio, l’Italia dovesse decidere di legarsi al principale competitore attuale degli USA, dei quali l’Italia è alleata, l’accettazione delle risorse (se provenienti dalla Cina) dovrebbe essere concordata con Washington, per stabilire (così come hanno fatto altri Paesi) le “linee rosse da non superare”.
Infine, l’Italia dovrebbe ricostruire le proprie “burocrazie profonde” che, a causa della dura contrapposizione ideologica che ha caratterizzato la vita politica nazionale durante la Guerra Fredda, non è stato possibile orientare in modo univoco alla “tutela” degli interessi nazionali. In altre parole, l’Italia dovrebbe riconfigurare il proprio “Stato profondo”, con burocrazie in grado di assicurare, “indipendentemente dal colore politico di chi governa”, la raccolta e la gestione delle informazioni, al fine di garantire il supporto strategico necessario alla politica internazionale del Paese, affrancata da scelte casuali e irresponsabili.
Posto che l’Italia sia messa nella condizione di fare fronte alle urgenze sopra descritte, a quale strategia internazionale – si chiede Caracciolo – può convenientemente appellarsi, attenendosi però al rispetto dei vincoli che le derivano dalle sue attuali alleanze? A parere del direttore di “Limes”, “prima di tutto e malgrado tutto” deve essere salvaguardata la relazione con il nostro principale alleato, gli Stati Uniti, e devono anche essere stabiliti punti fermi riguardo all’atteggiamento dell’Italia nei confronti delle decisioni dei principali partner europei.
Il rispetto degli obblighi nei confronti di Washington, non dovrà tuttavia significare sudditanza al volere statunitense, ma l’instaurazione di un rapporto di correttezza diplomatica che consenta all’Italia, una volta accettato il principio della pre-negoziazione delle scelte, di chiedere a Washington, in primo luogo, di non pretendere l’impiego di militari italiani in missioni estere che destabilizzino gli equilibri politici esistenti all’interno di aree di nostro interesse; in secondo luogo, di chiedere, in sostituzione di un ulteriore approfondimento dei contrasti con la Germania, una sua pressione su quest’ultima perché, abbandonando le proprie stantie idee ordoliberiste, contribuisca a realizzare equilibri interni tra i diversi Stati aderenti all’Unione Europea, compatibili con il “risanamento” dei sistemi economici nazionali maggiormente in dissesto; in terzo luogo, per quanto riguarda i nostri rapporti con la Cina, di chiedere di non ostacolare l’adesione dell’Italia “ai dossier economico commerciali della Via della Seta”, posto che le forme con cui dovesse avvenire l’adesione saranno preventivamente concordate; infine, di si dovrebbe chiedere agli USA di non ostacolare la politica italiana volta all’approfondimento dell’interdipendenza energetica con la Russia, senza una partecipazione italiana alla sua destabilizzazione.
Sul fronte europeo, i suggerimenti di Caracciolo, riguardo ai più convenienti rapporti da intessere con i principali partner, riflettono un buonsenso del quale le forze politiche che attualmente governano l’Italia sembrano esserne privi. Ad ogni buon conto, tale buonsenso dovrebbe motivare l’Italia a considerare le relazioni con la Francia e la Germania di maggior interesse rispetto a qualsiasi altra, “giocando di sponda” su ciò che le divide (ad esempio – sottolinea Caracciolo – l’Italia potrebbe “allearsi” con Berlino, per contenere i francesi nella loro propensione a destabilizzare o a tener destabilizzate, per il loro esclusivo interesse nazionale, certe aree del Nordafrica; oppure “allearsi” con Parigi, per premere sui tedeschi al fine di arrivare alla decisione di riformare le regole dell’eurozona, in direzione contraria alla volontà di Berlino di voler ad ogni costo salvaguardare la stabilità dell’euro). L’Italia, inoltre, dovrebbe dissociarsi dalle pretese dei Paesi del fronte del Trimarium, nonché rifiutare le “sirene” dei movimenti sovranisti sparsi in molti Paesi europei e premere perché i Paesi comunitari del Nord-Europa partecipino alla stabilizzazione dell’area mediterranea.
Può l’Italia attenersi, a livello internazionale, a questa conveniente strategia comportamentale? Caracciolo ne dubita; ciò perché gli italiani, a suo parere, pur non essendo contenti della debolezza internazionale del loro Stato, mostrano una spiccata propensione ad indebolirlo ulteriormente, coltivando fantasie interne separatiste ed indipendentiste e smarrendo ogni traccia del significato che il Risorgimento ha avuto nella formazione del nostro “focolare” nazionale. Si tratta di una triste conclusione che lascia solo intravedere, per il Paese, l’impossibilità, almeno nel breve periodo, di fuoriuscire dal tunnel di una crisi politica ed economica, che per molte sue responsabilità si è trovato a dover percorrere dopo la fine della Guerra Fredda.

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