domenica, 26 Maggio, 2019

Lo spartiacque tra rivoluzione e reazione, il Congresso di Livorno

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Dalla Grande Guerra alla guerra civile – Parte 14

Abbiamo appena narrato alcuni dei momenti più tragici e feroci con cui iniziò la reazione fascista, una volta concluso il biennio rosso; l’anno successivo, nel 1921, il popolo socialista subisce aggressioni brutali, si sbanda, non è in grado di reagire né di organizzarsi per difendersi o contrattaccare, è come un pugile intronato che subisce gli attacchi colpo su colpo, cosa è successo che lo ha tramortito in questo modo? Cosa è stato che ha illanguidito quasi fino all’impotenza la sua carica veemente e rivoluzionaria di soli pochi mesi prima? Solo il fallimento dell’azione insurrezionale dopo la fine dell’occupazione delle fabbriche? No, è successo qualcosa di più traumatico, di più profondamente lesivo della sua identità collettiva, qualcosa che ha scosso come un dirompente sommovimento tellurico le fondamenta stesse della sua unità ideologica e politica.

C’era stato il rovinoso Congresso di Livorno con cui si era aperto il 1921. Di questo dunque bisogna parlare, con una sorta di flash back, tornando cioè al gennaio di quell’anno, come risalendo dall’effetto alla causa, dal tracollo allo shock che lo determinò. Ma prima di narrare quegli eventi, è interessante capire come lo stesso Mussolini avesse fiutato la rovina che si stava preparando per il suo ex partito e con quanta animosità, livore ed anche con quale rovesciamento di posizioni si preparava ad affrontarla. Egli intuiva che la componente più massimalista bordighiana, avendo aderito alla posizione di Mosca, si apprestava a scindere il Partito Socialista Italiano (che egli chiamava sprezzantemente PUS), ma da lui, ex socialista massimalista rivoluzionario, mai ci sarebbe aspettata una lode tanto sperticata del capitalismo in quella occasione, sarà bene ricordarlo, specialmente a tutti coloro che ancora si ostinano a credere che il loro Duce, in fondo, restò sempre un socialista, anche se criptato, fino alla fine.

Ebbene Mussolini non fu mai né socialista né antisocialista, egli fu soprattutto se stesso, e tutto ciò che fece e disse fu sempre destinato alla sua autopromozione mussoliniana. Sentiamolo però stavolta direttamente lanciarsi, nella sua critica serrata alle posizioni filosovietiche dei socialisti, in una invettiva che risulta tanto anticomunista quanto anacronisticamente filocapitalista. Alla vigilia del XVII Congresso socialista egli così scrive: “Il capitalismo non è soltanto un apparato di sfruttamento come opina l’imbecillità pussista (pussista viene appunto da PUS), è una gerarchia; non è soltanto una rapace accumulazione di tristezze; è una elaborazione, una selezione, una coordinazione di valori, fattasi attraverso i secoli. Valori oggi insostituibili. Così accade che nei cieli algidi della Russia impallidiscono gli astri del comunismo, assurda dottrina che ha sempre accompagnato le epoche di miserie, e spuntano i nomi di Vaderlip e di Stinnes, formidabili capitani di industria, e torna in azione quella speciale organizzazione della produzione che si chiama “capitalistica”….La civiltà capitalistica è appena europea, mentre è destinata a diventare mondiale, Le spalle del proletariato sono ancora troppo gracili per assumere questo compito immane. Appare sempre più evidente che il proletariato si farà rimorchiare dalle minoranze “capitalistiche” colle quali si accorderà ad un dato momento per dividere il bottino, escludendo tutti i parassiti di destra e di sinistra che vivono al margine della politica”.

Quello di Mussolini sembra quasi un vero e proprio manifesto del populismo di ieri e di oggi, masse manovrate con l’unico scopo di farsi rimorchiare, di lasciarsi guidare dalle gerarchie delle lobbies capitalistiche per avere come compenso solo i resti di quello che egli stesso non chiama nemmeno “profitto” ma bottino, come se la sua coscienza sporca non potesse fare a meno di rimarcare che è il frutto di una rapina. Cosa altro ci vuole per capire che tuttora questo trascinamento delle masse è ciò che si persegue più di ogni altra cosa per favorire l’accumulazione infinita di capitale e la riduzione dell’essere umano e della natura a merce, mediante le gerarchie del profitto? Ma non finisce qui la sua invettiva antisocialista, egli infatti conclude dicendo “Il socialismo là dove è giunto al potere ha accumulato rovine su rovine. Ora è evidente che se il capitalismo riesce a trarre l’umanità a salvamento, esso si appaleserà più vitale, più storico di tutte le concezioni socialiste”

Oggi che il suo trionfo è pressoché globale, vediamo come sono ridotte l’umanità e la Terra, paurose diseguaglianze sociali ed economiche spingono intere masse ad emigrare, incalzate dai rovinosi cambiamenti climatici e dal dilagare dei rifiuti della civiltà dei consumi. Mai come ora, nell’epoca del trionfo del capitalismo, quasi fosse ormai un orizzonte metafisico indiscutibile e globale, la sopravvivenza dell’umanità sulla Terra appare a rischio. Dato che se la Terra non ha bisogno di noi, per rigenerarsi nel corso anche di milioni di anni, noi, nella sua storia, appariamo sempre di più come un arrogante incidente di percorso di cui essa può fare tranquillamente a meno.
Infine Mussolini, convinto ormai che il Congresso vada verso una svolta decisamente in senso comunista, lancia la sua veemente invettiva: “Quei due o tremila tesserati che si riuniscono a Livorno, non sono più nel solco della storia. Le società umane non si avviano verso il comunismo, marciano verso l’anticomunismo, cioè verso sempre più nette differenziazioni e gerarchie di valori. Il comunismo è per le tribù non per i popoli” Curioso che cento anni dopo “la tribù”, almeno nominalmente comunista, più numerosa rimasta sulla Terra si stia affermando con il suo capitalismo di Stato come superpotenza globale…cineserie che Mussolini non poteva comprendere allora.
Ma torniamo al Congresso di Livorno che si apre il 15 gennaio del 1921 a Livorno. Per comprendere bene ciò che vi accadde, bisogna retrocedere ancora un poco nel tempo ed osservare quel che era già successo in Russia e che Mussolini conosceva bene dai suoi informatori. Il II Congresso dell’Internazionale aveva evidenziato la necessità di mettere al margine ogni eventuale tendenza riformista e di omologare tutti i partiti socialisti alla strategia dettata da Lenin con l’applicazione dei suoi “21 punti”, in una adesione incondizionata ai principi della III Internazionale che proclamava il ruolo guida della rivoluzione sovietica per tutto il socialismo mondiale. Di conseguenza, il suo organo esecutivo, il Comintern, diramava la necessità di epurare in tempi brevi tutti coloro che non fossero in linea con i suoi principi.
Di fronte a tale eventualità, la componente riformista sapeva di essere più di altri nel mirino e di dover quindi organizzarsi per non essere epurata o messa all’angolo. Fu quindi la prima a compattarsi in vista del Congresso e a serrare le sue fila in due giorni concitati a Reggio, 10 e 11 ottobre del 20, con una sua organizzazione interna chiamata Concentrazione socialista.

Essa rivendicava il nome del PSI, quando il Comintern aveva detto espressamente che tutti avrebbero dovuto cambiare la denominazione del partito in “Comunista”, rigettava aspramente ogni forma di ostracismo, confermava però l’adesione “tattica” all’Internazionale Comunista, purché, come anche Mosca aveva lasciato ambiguamente intendere, “fosse salvaguardata l’autonomia dei singoli partiti nell’ambito di un centralismo democratico”, spingendosi addirittura ad ammettere anche l’uso della violenza e la dittatura del proletariato, qualora le condizioni fossero concretamente realizzabili, ma lasciando anche intendere espressamente che era in ogni caso a favore di “tutti i possibili tentativi di approssimazione del regime socialista”

I secondi ad organizzarsi furono a Milano i futuri scissionisti, la componente di Bordiga, Gramsci e Terracini, con la partecipazione anche di Bombacci. In tale occasione venne approvato un “programma manifesto” in cui si lasciava chiaramente intendere una adesione incondizionata ai ventun punti dell’Internazionale Comunista, e soprattutto il fatto che il Partito Socialista avrebbe dovuto cambiare il suo nome in Partito Comunista d’Italia, espellere i riformisti e darsi una organizzazione rigidamente centralizzata. Anche questa componente però dovette accettare un compromesso tra coloro che volevano intraprendere la via insurrezionale, sull’onda dell’occupazione delle fabbriche, e coloro che invece subordinavano tutto alla costruzione di un Partito Comunista che potesse, in funzione rivoluzionaria, anche competere elettoralmente con le altre forze politiche; come però la via elettorale potesse essere viatico di una prospettiva rivoluzionaria restò un mistero tipicamente verbale.

L’obiettivo di Bordiga nell’immediato, era tuttavia un altro: combattere strenuamente la componente massimalista di Serrati, perché evidentemente lui era il suo antagonista elettorale più temibile, dalla sua prospettiva, scrisse infatti lo stesso Bordiga: “Dietro Serrati si schiereranno tutti gli elementi del partito…che a Bologna si servirono di Lazzari e quegli altri che costituiscono il nerbo del massimalismo improvvisato a scopo di réclame elettorale…La lotta dei comunisti nel prossimo congresso sarà la lotta contro i serratiani” Ecco appunto, una lotta all’ultima poltrona, altro che rivoluzione! Ovviamente l’Internazionale Comunista e il segretario del Comintern Zinov’ev sostennero a spada tratta Bordiga, affermando che Serrati avrebbe dovuto, per restare nell’Internazionale, aderire al gruppo di Bordiga e cambiare nome al partito assumendo quello di Comunista. Il carico da 90 contro il povero Serrati ce lo mise lo stesso Lenin, stigmatizzando il fatto che la sua linea “non educava il proletariato ma portava sfacelo tra le sue file”, precisando che se Serati e i suoi avessero rassegnato le dimissioni, non bisognava “supplicarli affinché restassero”.

Lenin e Bordiga però, avevano una visione molto diversa delle prospettive comuniste in Italia. Il primo era convinto che Serrati ed i suoi si sarebbero piegati alla necessità di confluire nella componente di Bordiga per aderire ai ventun punti pedissequamente, magari non subito, ma sicuramente in prospettiva ed in nome dell’unità del partito. Bordiga, invece, era preoccupato solo di mantenere unita e “pura” la sua componente, contando soprattutto sul fatto che i giovani ne erano attratti più che da altre. Tra i due si rivelò più lungimirante Bordiga, infatti Lenin non conosceva bene l’attaccamento della base socialista alla propria tradizione e al proprio nome, che potremmo dire perdura tutt’oggi, nonostante il PSI sia ridotto ormai ad un fievole lumicino politico..mai dire mai…

Lo stesso Serrati difese strenuamente la sua posizione e l’autonomia del suo partito, pur non contestando frontalmente i ventuno punti, ma osservando che la situazione italiana non era matura per una prospettiva rivoluzionaria insurrezionale, infatti l’occupazione delle fabbriche non aveva aperto prospettive del genere e le agitazioni contadine non avevano avuto convergenze con le mobilitazioni operaie, essendo state guidate da movimenti che tutto erano fuorché socialisti, e che l’unico tentativo insurrezionale di Ancona era stato un fiasco. Ovviamente Serrati nulla disse dell’impresa fiumana e dei tentativi di coinvolgerlo nell’estendere la prospettiva rivoluzionaria da Fiume all’Italia, né accennò in alcun modo al fatto che il Partito Socialista mai aveva preparato i suoi quadri ad un panorama diverso da quello del confronto sindacale e parlamentare, pur riempiendosi la bocca di slogan rivoluzionari quasi tutti i giorni.
La preoccupazione maggiore di Serrati allora non era la componente che si avviava ad essere comunista, né l’allontanamento dei riformisti di Turati, ma la divaricazione rispetto alla Confederazione Generale del Lavoro e alla Federterra i cui iscritti erano allora ancora due milioni contro i duecentomila iscritti al Partito Socialista, questi, infatti, in caso di scissione con i riformisti, non avrebbero mai seguito lui, ma piuttosto Turati. C’era infine una sorta di orgoglio “storico” ad impedire a Serrati di accettare supinamente i diktat di Mosca: il ricordo orgoglioso di essere stato l’unico partito socialista europeo a mettersi contro la guerra quando gli altri avevano seguito pedissequamente lo sciovinismo dei loro paesi, e ben prima della rivoluzione russa egli sperò sempre che fosse l’Internazionale ad attenuare la sua posizione e mai considerò che essa mai lo avrebbe fatto senza prima mettere in subordine i partiti che dal Comintern dovevano dipendere in tutto e per tutto, sia per l’azione politica che per i finanziamenti. L’aspetto un po’ comico e quasi caricaturale di tale periodo precongressuale è che l’una parte cercava di mimetizzarsi nell’altra, fino a punte parossistiche.

I riformisti si erano mimetizzati a Reggio Emilia dietro i serratiani, come abbiamo visto nemmeno negando del tutto la violenza proletaria, i serratiani a Firenze, il 20-21 novembre del 1920, si mimetizzarono dietro la componente bordighiana, assumendo il nome di componente “comunista unitaria”, cercando così di salvare le capre unitarie e patriottiche con i cavoli internazionalisti e rivoluzionari, nell’intento di avvicinare e marcare sempre più da vicino “i comunisti puristi”. Si arrivò quasi alla farsa quando un gruppo di massimalisti della provincia di Bologna, nel tentativo di gettare un ponte, che più che altro era definito giustamente allora una “passeralla”, propose un fronte comune contro la destra riformista in nome di un partito da chiamare “Partito Socialista Comunista d’Italia”..mancava solo..“se dovèmo volè bene.”

Ovviamente Bordiga che voleva affermarsi proprio a scapito della componente massimalista, non abboccò in alcun modo, ribadendo, senza per il momento paventare mire scissioniste, che tutti gli aderenti al nuovo partito che sarebbe uscito dal Congresso avrebbero dovuto escludere tutti coloro che avevano aderito alla componente della Concentrazione socialista e che, parole testuali: “tutti gli iscritti al Partito che.. daranno il proprio voto contro il programma comunista e contro l’impegno all’osservanza completa delle 21 condizioni di ammissione alla III Internazionale” Le porte erano così chiuse ed ogni eventuale tentativo di ulteriore mimetismo destinato a sbattere contro quel muro che un bel giorno sarà il limite della Cortina di Ferro.
La scissione era praticamente già avvenuta prima ancora che il Congresso fosse celebrato, la frazione comunista parlava chiaramente di “due partiti..conviventi nel partito attuale” Restava solo di sentire i proclami delle tre componenti in gioco e ovviamente di contarsi. I rapporti di forza erano comunque già misurabili ed il Congresso non fece che ratificarli senza spostare i numeri in maniera sostanziale, come magari alcuni speravano sotto sotto.. I serratiani si presentavano forti di 100.000 voti contro i 60.000 dei comunisti, mentre la componente riformista di Turati ne poteva contare solamente 15.000

Fino all’ultimo, si sperò da parte del Comintern che i serratiani avrebbero finito per “trangugiare il coccodrillo russo” e che i riformisti se ne sarebbero andati lemme lemme dal Congresso con la coda tra le gambe , così come stava avvenendo in altre realtà europee. Serrati per questo era oggetto di attacchi feroci da parte di vari altri rappresentanti di partiti comunisti europei. Il discorso del rappresentante del Comintern fu un vero e proprio atto di accusa verso di lui, che però non fece altro che compattare le file dei suoi sostenitori a quel punto inorgogliti dalla necessità di controbattere una invettiva che appariva tanto schematica ideologicamente quanto del tutto fuori dalla realtà italiana. Terracini cercò di ribaltare la situazione presentando la scissione come la naturale conseguenza di ciò che nel nostro paese era maturato durante quel biennio precedente e non come qualcosa calato dall’alto, parlò in particolare di “periodo rivoluzionario”, di una “tendenza storica” del proletariato italiano destinato a conquistare il potere e per questo inconciliabile con le prospettive dei riformisti che rifiutavano la missione universale della rivoluzione russa, e ribadì che l’allontanamento avrebbe favorito anche Turati, dandogli così la possibilità di agire con mani ancora più libere, in maniera “forse utile”

In un passaggio del suo discorso Terracini, incalzato, fu molto esplicito e disse: “Io non vi faccio torto di avere occupato le fabbriche. Vi accuso di avere portato gli operai ad una situazione rivoluzionaria, di avere fatto correre agli operai il pericolo di una sanguinosa carneficina, e di non averli armati!” Già..ma dove stavano lui, Bordiga e Serrati quando D’Annunzio che aveva riconosciuto pure l’Unione Sovietica, proprio in quel frangente rivoluzionario, varava la Carta del Carnaro e gliele offriva? Le sue conclusioni erano abbastanza perentorie: “Non ordini né improvvisazioni, ma sbocco logico di un movimento proletario che da dopo la guerra non sa più che fare perché manca una guida. Bisogna creare il partito. Oggi il partito socialista italiano deve creare una situazione definitiva e scindersi dai socialdemocratici: o li espellerete o ne usciremo noi per creare il partito comunista” Il dado era già tratto.
Il paradosso fu che, dopo una discussione sul ruolo dei sindacati e su come si sarebbe dovuto lavorare per conquistarli alla causa comunista, uno dei popolari invitati si alzò dicendo “Io dico che noi siamo più avanti di voi” e Terracini rispose: “Il partito popolare compie, nella storia del movimento proletario, una funzione della quale noi comunisti dobbiamo essergli grati” Prove di intesa per un connubio che prima o poi porterà ad un abbraccio in nome della democraticità? Nella storia certi segnali vanno intesi. Tutto fa brodo, ieri come oggi, pur di mettere i socialisti riformisti all’angolo.

Terracini fu poi esplicito, si trattava di sottrarre al sindacato i suoi capi e portare ad esso le masse controllate dal partito comunista. Egli concluse infine sottolineando che accettare i 21 punti non significava accettare la disciplina della Terza Internazionale e che però l’espulsione dei riformisti non era derogabile, le ultime parole furono un appello agli unitari di Serrati per unirsi ai comunisti e stringersi con loro nelle file rivoluzionarie della Terza Internazionale, “degni dei grandi sacrifici dei fratelli russi”..come se gli italiani i sacrifici non li avessero mai fatti.. Seguirono altri interventi ma i più significativi furono quelli di Bordiga e quello di Turati, l’uno precedette il discorso di Serrati, l’altro lo seguì.
Bordiga riaffermò nettamente la necessità di operare un taglio netto con il passato della II Internazionale, e sottolineò il dovere di accettare, senza se e senza ma, i ventuno punti della Internazionale Comunista, egli attaccò tutta la tradizione e la storia del socialismo di prima della guerra, come se prima della rivoluzione russa non fosse mai esistito nulla di significativo né di autenticamente socialista, definendo le esitazioni dei socialisti in quel frangente solo subalternità ad una tradizione fallimentare. Ma questo suo schematismo anziché avvicinare a lui le posizioni dei serratiani, alla fine, le allontanò, specialmente dopo il mirabile discorso di Turati.
Il leader socialista che aveva a suo favore anni ed esperienza, anziano forse per allora, ma non certo rispetto ad oggi, essendo poco più che sessantenne, ricostruì la storia del suo Partito come storia di una lotta per l’affermazione di un socialismo senza aggettivi, libero da ogni violenza e da ogni deriva dittatoriale, e libero soprattutto da soluzioni miracolistiche che pretenderebbero, con la rivoluzione di un giorno o di un anno, di cambiare tutto.

A Terracini ricordò che proprio il Partito Socialista aveva 30 anni prima costruito le condizioni affinché il proletariato conquistasse il potere politico, emendando da una parte il corporativismo e dall’altra l’anarchismo insurrezionalista. Per alcuni, disse, questo nucleo di socialismo, anche minoritario, che restava nel partito era quello “dei socialtraditori, il vile trasformismo, il marcio riformismo, per altri il socialismo vero, che può essere minoranza oggi, maggioranza domani, ma che salva il Partito, che conduce la classe, che tesse la sua tela ogni giorno e compie quella dura e tenace fatica di cui parlava Engels, che non fa miracoli, che non si culla nelle illusioni delle cose precipitate, che crea una cooperativa oggi, domani fa un sindacato di resistenza, posdomani si occupa della cultura operaia…che si occupa dei Comuni, del Parlamento, di tutti gli organi, a poco a poco, giorno per giorno, che crea lentamente ma sicuramente la maturità delle cose e degli animi, crea lo Stato di domani e gli uomini capaci di manovrare il “timone”. Al di fuori di questo, diceva profeticamente Turati, non vi era che “clamore, sangue, orrore, reazione, delusione”
Definì il bolscevismo null’altro che una nuova forma di “nazionalismo russo” e come dargli torto visti gli esiti successivi dello stalinismo e quelli postbolscevichi del putinianesimo? Allora, disse Turati, esso poteva avere un ruolo come opposizione all’imperialismo dell’Intesa (oggi forse a quello della NATO) poteva essere una guida per i popoli asiatici (e in effetti, considerato ciò che poi accadde in Cina, è vero) ma non si poteva “sostituire né imporre all’Internazionale maggiore di quei popoli più evoluti della storia” Il “positivista” Turati aveva ragione, la storia lo ha ampiamente confermato nella sua centenaria sentenza.
Così Turati da accusato divenne accusatore, da condannato divenne trionfatore del Congresso, applaudito in gran parte anche dai serratiani e mostrando un solco insanabile con la componente comunista, anzi, sfidandola apertamente a mantenere i suoi assunti. Ad essa non rimase che chiudersi in una sdegnata riaffermazione della irriducibilità della propria posizione comunista. Turati aveva compiuto un piccolo miracolo, aveva, sollecitando l’orgoglio socialista italiano, con la sua storia e le sue conquiste innegabili per la gente più povera e disgraziata, allontanato i serratiani dai bordighiani, tenendoli ancora nell’alveo socialista e scongiurando un loro passaggio, anche temporaneo, nelle file comuniste. Lo aveva fatto anche meglio di Serrati stesso.

I risultati della votazione non cambiarono di molto la situazione iniziale Su 172.000 voti, i serratiani ne presero 98.000, i turatiani 15.000 e poco meno di 59.000 i comunisti, i quali, appreso il risultato, si ritirarono dal teatro Goldoni e la mattina successiva si riunirono nel teatro San Marco “per deliberare la costituzione del Partito comunista, sezione italiana della III Internazionale” il cui congresso fondativo si esaurì in sole due sedute sbrigative: una per approvare lo statuto ed una per ratificare la nomina della Direzione di quello che divenne il Partito Comunista d’Italia. Ad onor del vero, c’è da dire che la stragrande maggioranza della federazione giovanile fu attratta irrimediabilmente dalle sirene comuniste ed aderì in blocco al nuovo partito.

I socialisti che restarono invece approvarono un ordine del giorno con cui si ricorreva al Comitato esecutivo del Comintern chiedendogli di valutare meglio la situazione italiana e di ridiscutere un po’ tutta la linea, era solo una pausa di una rovinosa sequenza autolesionista di scissioni. Non molti anni dopo lo stesso Gramsci, in un appunto riportato da Tog:liatti, definì quella scissione, per il modo in cui si era verificata e per ciò che aveva significato: “il più grave trionfo della reazione”
Turati, in nome dell’unità del partito, perse l’occasione per andarsene anche lui, la guerra e le sue profonde cicatrici infatti non rendevano possibile l’operazione riuscita quindici anni prima di trionfare sui sindacalisti rivoluzionari per tornare alla guida del partito. Forse uscendo in quel frangente, prima della successiva espulsione, avrebbe avuto il tempo e il modo di organizzare meglio l’azione riformista e di crescere nei consensi. Ma il saggio fondatore del Partito Socialista pensava allora che non si dovesse disorientare ulteriormente la massa dei lavoratori che fu infatti presa da uno sconfinato sconforto quando fu chiaro l’esito finale di quel congresso, anche in questo caso, a descriverlo suonano ancora lapidarie le parole di Nenni: “Fu un disastro, da quel momento ogni azione d’insieme divenne impossibile per il proletariato. Centomila compagni scoraggiati non rinnovarono la tessera, rifiutandosi di scegliere tra comunisti e socialisti. La lotta tra i due partiti operai prese un carattere di violenza inaudita, e si vide lo spettacolo, forse unico, di una classe che si dilacera proprio in un momento in cui è attaccata da un nemico spietato ed implacabile.
Fu davvero “il più grave trionfo della reazione.”

Carlo Felici

© 14 continua

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