venerdì, 27 Novembre, 2020

Lo strano spot Tena e la discriminazione degli anziani

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L’emergenza covid ha portato al centro del dibattito un tema che per molto tempo era rimasto in secondo piano: quello della discriminazione degli anziani. Le dichiarazioni di Giovanni Toti sull’ “improduttività” degli anziani sono state accolte fortunatamente da numerose proteste, così come non sono piaciuti all’opinione pubblica gli svariati appelli degli ultimi mesi al raggiungimento di un’ “immunità di gregge” dal sapore malthusiano. Eppure pochi commentatori – ad eccezione di Agnese Baini in un recente articolo su “Jacobin” e Lea Melandri in un’intervista a “Vita.it” – hanno cercato di indagare in modo sistematico il senso di queste espressioni di odio, di ricostruire il clima culturale entro il quale prendono forma. All’origine di esse c’è infatti un preciso impulso autoritario, antiumanista, la cui influenza investe in profondità lo spirito del nostro tempo.
Tracce di questo impulso si possono trovare, inaspettatamente, nella nota pubblicità dei dispositivi Tena diretta dal regista de “La Favorita” Yorgos Lanthimos. Essa è stata presentata alla stampa come un tentativo di demistificare una visione stereotipata della terza età, di associare a quest’ultima un senso di indipendenza e di autodeterminazione. Eppure dalle sue immagini emerge qualcosa di diverso, financo di opposto: un’idea della terza età come categoria tipizzata, detentrice di coordinate socio-culturali codificate, separata e contrapposta al resto della comunità. C’è uno strano ma profondo legame tra l’atmosfera che nutre questa pubblicità e una serie di proposte di cui negli ultimi tempi si sente parlare sempre più spesso: quella di confinare forzatamente gli anziani durante l’epidemia da coronavirus o quella di istituzionalizzarli in case di riposo.
Lo spot della Tena mostra una serie di donne non giovani, quasi del tutto svestite, accompagnate da un commento che vorrebbe ricostruire la presunta mentalità di un individuo anziano: «È tutto meno complicato. So cosa voglio!» – dice una voce – «Il sesso continua a piacermi, forse più di prima. Farlo mi ricarica e dopo ho le gambe molli!» dice un’altra, ridacchiando. Un’altra parla della propria incontinenza: «Le chiamo le gocce dello sternuto!» e ridacchia di nuovo. Nel frattempo la macchina da presa si accanisce su queste donne con obiettivi grandangolari, le inquadra con sguardo morboso e compiaciuto. C’è, in questo modo di filmare, una profonda volontà “oggettificante”, in un senso uguale e contrario a quello che si applica alle donne giovani.
Ciò che accomuna questa pubblicità con le proposte di confinamento forzato o con l’istituzionalizzazione degli anziani è quella che in psicologia viene definita la figura del “salvatore”. Il “salvatore” è colui che nasconde dietro un’apparente intenzione consolatoria una sotterranea volontà svalutante, appropriativa, che mortifica l’altro da sè nel momento stesso in cui finge di accoglierlo. Un comportamento che trova un’efficace rappresentazione in un recente titolo del “Corriere.it”, che recita: “Ex ballerina malata di Alzheimer sente ‘Il lago dei cigni’ e inizia a danzare: il video commuove”, con allegato un video in cui una signora in sedia a rotelle viene citata con nome e cognome. Con la scusa di “proteggere” gli anziani o – come nel caso della pubblicità – di proclamare la loro autodeterminazione, essi vengono reificati, trasformati in figure caricaturali e privati di una soggettività molteplice. Della terza età viene data cioè una lettura essenzialista, come se una serie di caratteristiche innate e salienti la differenziassero da una non meglio precisata “età adulta”. La stereotipizzazione di queste peculiarità asserite ne ostacola l’inclusione nella comunità e sancisce un’implicita, non dichiarata sottomissione.
Il ruolo degli anziani nel mondo capitalistico diverge sensibilmente da quello che assumevano in altre società. Essi non sono più i grandi saggi della tradizione confuciana, la cui esperienza li rendeva un esempio da seguire e un modello da imitare. Né tantomeno sono i capitribù di molte realtà arcaiche, ammirati per la loro autorevolezza. Corrispondono piuttosto alla categoria borghese di soggetti improduttivi, non funzionali alla razionalizzazione sociale. La loro emancipazione dal lavoro salariato li rende soggetti eccentrici e incomprensibili al sistema, che non trova altro modo per relazionarsi a loro che non sia quello dell’appropriazione e del dominio. Ecco perché esso insiste nel sottolineare le loro presunte differenze e sminuisce ciò che li accomuna al resto del consesso sociale.
In questa concezione gioca naturalmente un ruolo centrale il pensiero identitario sia di destra che di sinistra. Il marxista afroamericano Adolph Reed Jr. ha scritto pagine memorabili sui pericoli dell’ “identity politics” e sulla tendenza a far discendere dal genere o dal colore della pelle alcune specifiche caratteristiche identitarie. L’attribuzione di identità rigide e codificate – l’identità bianca, nera, maschile, femminile, giovane o anziana – ha sempre implicato un’estromissione di tutto ciò che non quadrava con queste codificazioni, una rimozione di tutte le infinite, incalcolabili sfumature dello spirito umano. È in fondo questa l’essenza più pura e pericolosa della discriminazione, che etimologicamente deriva dal latino “discriminatio”, cioè separazione, divisione. Partecipano dello stesso atteggiamento i convincimenti sessisti di chi vorrebbe attribuire alle donne in menopausa delle caratteristiche specifiche, o quelli di chi crede che l’intelligenza sia legata all’età. Si potrebbe anzi dire che il razzismo e l’autoritarismo comincino sempre con il rifiuto di considerare il diverso come un simile, di scoprire il terreno universale su cui si fondano tutte le differenze.
Non c’è da sorprendersi, dunque, se in un clima culturale come quello contemporaneo sorgano proposte come quella di Beppe Grillo, che lo scorso anno suggeriva di privare gli anziani del diritto di voto. Idee come questa sono l’espressione di quello stesso paradigma escludente che troviamo nello spot Tena, che divide le comunità sulla base di dati presuntamente biologici: giovani contro vecchi, bianchi contri neri, uomini contro donne. E così facendo impedisce loro di unirsi, a prescindere dall’età, dal genere o dall’etnia, contro quel sistema che cerca di dominarli.

Giulio Laroni

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