giovedì, 19 Settembre, 2019

L’Occupazione delle fabbriche e il biennio rosso verso la fine

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Dalla grande guerra alla guerra civile – Parte 11

Prima di continuare a narrare i fatti del 1920 con l’occupazione delle fabbriche, torniamo un poco indietro ad osservare certi cruciali passaggi istituzionali. Come abbiamo già visto, i tumulti dovuti in gran parte all’aumento del costo della vita, proseguirono in un vortice di violenza crescente, con negozi saccheggiati dai rivoltosi e la merce in gran parte portata alle Camere del Lavoro, quando non addirittura trafugata. In questo clima di grande disordine ed incertezza, maturò la crisi del governo Nitti, che si reggeva in gran parte sulla fiducia dei popolari, dovuta all’insofferenza di questi ultimi per il mancato riconoscimento della libertà associativa dei sindacati cattolici, fino a che l’11 maggio arrivò il voto di sfiducia e Nitti dovette rassegnare le sue dimissioni. Il re allora offrì proprio ad un popolare come Meda, l’incarico di formare un nuovo governo, ma egli rifiutò, così come Bonomi; fu gioco forza allora ritentare con Nitti, il quale si trovò di fronte ai tumulti di piazza del 24 maggio con gli scontri della guardia regia di cui abbiamo già parlato, e durò in carica solo pochi giorni, anche perché ebbe la sciagurata idea di aumentare anche il prezzo politico del pane per colmare il disavanzo, egli dovette così affrontare la crescita di ulteriori proteste, quindi, si dimise di nuovo.

Restava in corsa solo quel vecchio volpone di Giolitti che aveva in mente una manovra finanziaria che colpisse almeno in parte lo spirito reazionario delle classi privilegiate. Per ingraziarsi il favore dei popolari, Giolitti si impegnò ad istituire l’esame di Stato e mandò al ministero dell’Istruzione Benedetto Croce che era appunto favorevole ad essi. Per portare avanti la sua riforma fiscale, egli previde di rendere nominativi i titoli azionari e trovò per questo una sostanziale fiducia da parte della componente riformista dei socialisti, ma non troppa da quella dei popolari perché la nominatività dei titoli colpiva non pochi patrimoni di varie congreghe religiose. Non parliamo poi del mondo della finanza e dell’industria, che era il diretto bersaglio dell’opera del governo e che inevitabilmente gli fu ostile.

Arriviamo quindi alla fine dell’estate del 1920 e al punto di maggiore affermazione del biennio rosso con l’occupazione delle fabbriche. Bruno Buozzi aveva elaborato un memoriale che venne presentato dalla FIOM e che includeva tutta una serie di proposte di miglioramenti salariali e normativi che trovò però la ferma opposizione degli imprenditori, i quali erano già stati penalizzati dall’esaurimento delle commesse di guerra.

I dirigenti della FIOM erano consapevoli che non si poteva tirare la corda più di tanto, i tempi erano difficili, le condizioni di sopravvivenza altrettanto, così come portare avanti uno sciopero ad oltranza, rischiosissimo per il pericolo delle numerose eventuali defezioni degli operai, oltre al fatto che la componente più anarchica ed estremista rischiava di avere la meglio. La decisione finale della FIOM, in un animatissimo congresso straordinario tenutosi a cavallo di Ferragosto, fu quella di costringere i lavoratori a restare chiusi nelle fabbriche; in caso di serrata, infatti, si decise che nessuno sarebbe uscito dal suo stabilimento. Giolitti consapevole che questa volta lo scontro sarebbe stato ad altissima tensione, tentò di tutto per arrivare ad una disperata mediazione, ma il suo intento inzialmente fallì e si arrivò inevitabilmente alla serrata che alla fine di agosto partì dall’Alfa Romeo e si estese poi a tutta l’Italia.

La risposta degli operai fu immediata, non uscirono dalle fabbriche e le occuparono immediatamente, assicurando da una parte una produzione anche se a ritmi ridotti, e dall’altra una sorveglianza armata delle “guardie rosse” per prevenire eventuali colpi di mano. Giolitti però, sebbene pressato costantemente dagli industriali, non ordinò l’attacco alle fabbriche, ma predispose solo di assediarle con la forza pubblica, sperando che prima o poi la tensione calasse. Fu solo grazie a lui se la situazione non degenerò in una vera e propria lotta armata nella fase più cruenta di quella che andava configurandosi sempre di più come una guerra civile. Lui stesso ribadì a chiare lettere che aveva fiducia nella CGL e che essa era ben riposta: “La Confederazione Generale del Lavoro, nella quale io allora ebbi fiducia, ha dimostrato di meritarla, perché la gran massa degli operai ha approvato le sue proposte allo scopo di por termine al conflitto”.

La tensione però, nonostante la convergenza dell’ala sindacale e della componente riformista del PSI verso la mediazione di Giolitti, restava altissima perché una larga parte del sindacato e dei socialisti era ancora preda a velleità rivoluzionarie e volle proclamare in una riunione congiunta gli Stati Generali Operai, proprio come preambolo rivoluzionario in contrasto con la componente riformista. In ogni caso, Giolitti ebbe la meglio, il 19 settembre ci fu un incontro tra componenti sindacali ed industriali e si arrivò ad un accordo, alla fine di quel mese, la prospettiva rivoluzionaria si dissolse e le fabbriche furono sgomberate. Egli stesso ebbe a dire, in quella occasione, che proprio lui aveva incoraggiato quell’esperimento per fare in modo che “gli operai imparassero dall’esperienza, constatando l’impossibilità di tenere in piedi la produzione senza tecnici, crediti o capitali”. In effetti, i capitali dei “padroni del vapore” erano già finiti all’estero ed essi stessi con l’occupazione avevano potuto interrompere l’accumulo di prodotti senza dover pagare i salari, smerciando al contempo le scorte a prezzi superiori.

Nonostante l’agitazione del pericolo bolscevico, nessun ufficio di associazione degli industriali, agrari o commercianti era stato saccheggiato, nessuna cassaforte scassinata, nessuna amministrazione controllata dai conservatori costretta alle dimissioni, nessuna redazione di alcun “giornale borghese” data alle fiamme, nessuna casa di alcun avversario politico assaltata. Tutti metodi che avrebbero invece caratterizzato sistematicamente l’azione delle squadre fasciste.

Ancora una volta, con l’ennesimo contraccolpo con cui venne negata anche la possibilità che gli operai potessero presidiare le fabbriche, il sogno rivoluzionario si rivelava una farsa di parolai intenti più che altro a mantenere le loro rendite di posizione nell’ambito del loro movimento e sindacato. E’ lo stesso storico Tasca, che possiamo annoverare tra i fondatori del Partito Comunista d’Italia e già socialista allora, a fare menzione esplicita di una “orgia di parole” riferita a quelle circostanze. Apoteosi della parola eretta a simulacro rivoluzionario asfittico fu il proclama di Togliatti, il quale, proprio nel corso dei cosiddetti Stati Generali Operai, sentenziò: “Vogliamo sapere se si arriva ad un attacco violento ed insurrezionale, vogliamo sapere quali sono i fini che si vogliono raggiungere. Noi non attaccheremo da soli, per poterlo fare occorrerebbe un’azione simultanea delle campagne e soprattutto un’azione nazionale.”

“Vogliamo sapere…vogliamo sapere…” vuol dire, in buona sostanza, che non sapevano nemmeno loro cosa fare, e una rivoluzione senza sapere cosa fare risulta evidentemente solo una presa per i fondelli, per non parlare del fatto che il contatto con le masse rurali era, come dimostra palesemente la conclusione dello stesso Togliatti, completamente assente. Ma il bello è che contemporaneamente a questi tentativi conciliatori, una delegazione di rappresentanti di spicco della CGL firmava a Mosca un patto per “il trionfo della rivoluzione sociale e della Repubblica Universale dei Soviet”. Possiamo ben capire come Mosca di fronte a tutto ciò, si sia stufata e abbia poi imposto il suo diktat per espellere la componente riformista dal Partito Socialista Italiano, anche se poi, come vedremo, si ebbe solo una autoespulsione in senso inverso di coloro che creeranno il Partito Comunista d’Italia aderendo ai “paletti” di Lenin. Se dunque l’apice delle proteste fu la palese dimostrazione della impossibilità di ogni eventuale esito rivoluzionario, d’altro canto esso rese esplicito agli industriali l’intrinseco senso di debolezza della cosiddetta classe operaia e dei suoi vertici, e fece capire loro che, con una azione decisa, la situazione si sarebbe potuta tranquillamente ribaltare.

Maturò quindi la convinzione sia di dover liquidare Giolitti sia di affrontare tali questioni in modo radicalmente diverso rispetto ai tentativi conciliatori, andando piuttosto verso lo scontro diretto con apposite milizie paramilitari, in un sussulto reazionario repressivo volto a riportare l’ordine voluto dagli stessi “padroni del vapore”. Unica nota positiva è che almeno questa sorta di capitolazione, nell’immediato, non fece vittime, i morti questa volta furono pochissimi, così come i disordini durante l’occupazione, anche se effettivamente qualche morto ci fu, ricordiamo un operaio Mario Sonzini e una guardia carceraria, Costantino Scimula, entrambi fascisti, catturati dalle guardie rosse, condannati a morte e ammazzati a revolverate dentro una fabbrica.

Eppure Mussolini in quella circostanza aveva quasi lodato le conquiste operaie dicendo testualmente: “Se la rivoluzione, a prescindere dagli episodi più o mano cruenti che possono accompagnarla, è trasformazione di preesistenti rapporti giuridici, non v’è dubbio che quella testè conclusasi è una rivoluzione…Come già detto e ripetuto noi non siamo affatto contrari alla riforma che la Confederazione generale del lavoro è riuscita a strappare…Noi chiediamo che il controllo si eserciti sul serio, da persone competenti e superiori ad ogni sospetto..”

Poi Mussolini però rivolse la sua staffilata a Giolitti: “Dal punto di vista poliziesco, l’onorevole Giolitti ha torto. Finché egli ci dice che nelle attuali contingenze non poteva, dal punto di vista della polizia, agire diversamente, noi possiamo anche credergli, ma che cosa ha fatto Giolitti per evitare che il movimento sindacale giungesse a quegli estremi che dovevano rivelare l’insufficienza se non l’impotenza dello Stato?….Chi rifonderà alla Nazione, le centinaia e centinaia di milioni di ricchezza non prodotta o dispersa?…Un conto , in altri termini, è il controllo sindacale, un altro è la guardia rossa, la caccia all’uomo, il ripristino di certi sistemi inquisitoriali e l’esplosione di istinti criminali e barbarici”.

Mussolini è abilissimo nella sua opera cerchiobottista, da una parte lusinga la CGL per la sua capacità di ottenere miglioramenti sindacali, dall’altra accusa Giolitti di debolezza e infine comincia ad accreditarsi come colui che può liquidare le spinte rivoluzionare e riprendere su altre basi lo sforzo conciliatorio, che, evidentemente, si rivelerà poi pienamente corporativo. Per Mussolini resta fondamentale separare l’operato della CGL da quello del PUS, vanificando ogni intento riformista al suo interno e stigmatizzando il PUS come totalmente pervaso da una deriva bolscevica. Lo confermano queste sue parole: “noi invitiamo i cittadini e particolarmente i fascisti, a prepararsi con tutti i mezzi per schiantare i piani bolscevichi del PUS. Noi non vogliamo caserme o conventi comunisti, non vogliamo dittature di politicanti. Quando la lotta sarà giunta al dilemma: o Italia o Russia, bisognerà impegnare il combattimento e spingerlo ad una decisione.” Tale decisione e mobilitazione avviene proprio in quei mesi e si giova della frustrazione che pervade le masse precedentemente spinte all’occupazione delle fabbriche, le quali ripiegano in un sordo rancore, in un progressivo avvilimento ed in una crescente sfiducia nel loro capi, risultando completamente frastornate. D’altro canto, cresce da parte di agrari, industriali, ex combattenti, borghesi, studenti e militari in servizio, la voglia di farla finita, di approfittare di questa debolezza per imprimere una svolta agli eventi in senso reazionario.

In soli due mesi, dalla fine dell’occupazione delle fabbriche al dicembre 1920, i fasci di combattimento passano da 190 a 800, e in altri sette mesi quasi raddoppiano fino a 1500 nel luglio del 1921. La guerra civile in corso quindi ebbe solo una breve pausa, per riprendere purtroppo con tutto il suo vigore, nei mesi successivi. Tra il luglio del 1920 e quello del 1921 la sinistra dei rivoltosi ebbe 250 vittime, mentre i fascisti persero 154 uomini, e le forze di polizia 50, in un susseguirsi ininterrotto di rappresaglie cruente, distruzioni e violenze smisurate, mentre l’opera dei fascisti, organizzati militarmente con i camion che li portavano velocemente da una sede all’altra da assaltare, per poi fuggire con altrettanta velocità, riuscì a devastare ben 726 sedi socialiste, case del popolo, cooperative, leghe di contadini, sezioni e sedi di giornali e di partito, oltre a colpire in modo mirato i loro capi.

Il 1920 si conclude con la fine cruenta dell’impresa fiumana, con un Natale di sangue che scende come una lugubre lapide sul vero episodio rivoluzionario di quel periodo, l’unico che possa essere chiamato tale, l’unico che aveva avuto un certo successo anche se parziale e del tutto effimero.

Fu il momento di massima espressione della guerra civile combattuta tra italiani. Gli stessi che avevano compiuto nelle trincee e oltre il Piave lo sforzo sovrumano di una vittoria costata più di mezzo milione di morti, finirono per spararsi tra di loro. Come vedremo nel prossimo capitolo, più in basso di così l’Italia non poteva scendere.

© 11 continua

Carlo Felici

 

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