venerdì, 4 Dicembre, 2020

L’omaggio della Einaudi a Gramsci, un compagno tradito da Sraffa e Togliatti

0

La cultura politica della sinistra ha inteso, con pochissime eccezioni, raffigurare Antonio Gramsci come un personaggio straordinario. Non ha esitato a cucirgli addosso le vesti di un vero e proprio eroe che avrebbe sfidato, al pari di Piero Sraffa, le bufere del Novecento (rimando al saggio di De Vivo edito da Castelvecchi nel 2018).

Insistente è da diversi anni il tentativo di farne un intellettuale e un politico che le stesse forze di destra (dai peronisti argentini e addirittura all’estrema destra) considerano una fonte di ispirazione per l’analisi della realtà.

In realtà, come mostrano le sue Lettere dal carcere (di recente ospitate da Einaudi nella collana dei Millenni a cura di Francesco Giasi) ha avuto un duplice ruolo. E’ stato un dirigente politico anti-stalinista e in genere indisciplinato che venne sconfitto almeno dal 1926; e un intellettuale che ha potuto fornire, forzosamente, a Togliatti e al Pci un’arma preziosa come quella della nazionalizzazione dei comunisti.

L’ampio rilievo che nei Quaderni del carcere Gramsci ha dato a Benedetto Croce e alla cultura politica e letteraria del post-Risorgimento (esaminata minutamente da Alberto Asor Rosa) è servita a dimostrare che il Pci affondava le radici nella storia e nella tradizione nazionale. Non poteva, quindi, essere liquidato come un partito bolscevizzato. Era quanto evocava il suo nome (Partito comunista, sezione italiana dell’Internazionale comunista, PCd’I). Lo si tenne in vita dal 1921 alla fondazione del Cominform, nel maggio 1943.

In realtà, le cose non stavano proprio così. Gramsci é stato un critico implacabile di quel retroterra politico-culturale nazionale. Non si è mai voluto identificare in esso, in nessun segmento, prendendo di mira i socialisti ai quali ha dedicato pagine di grande asprezza.

Quello di non avere alcun referente nella storia dell’Italia unita fu il rischio che i comunisti corsero nelle elezioni del 18 aprile 1948. Fortunatamente Einaudi un anno prima, nel 1947, decise di rendere pubblica la grande umanità che scorre in ogni pagina delle Lettere dal carcere, dandole alle stampe.

Contemporaneamente, i curatori del volume (cioè Palmiro Togliatti e Felice Platone) si preoccunparono di omettere dall’inserimento nel volume la corrispondenza tra Gramsci da un lato, Togliatti e Grieco dall’altra, del periodo 1926-1928.

E’ vero che lo scambio di martellate non è avvenuto attraverso la rete postale del carcere, ma è ancora più vero che le Lettere dal carcere per dieci anni documentano il sospetto, vissuto come una vera e propria ossessione, di Gramsci di essere stato abbandonato (anche nelle campagne per la sua liberazione), cioè tradito da Togliatti, Grieco e in generale dal partito. Uno storico assai geloso della propria lontananza dalle storiografie ufficiali dei partiti come Mauro Canali ha intitolato il suo saggio Il tradimento. Gramsci, Togliatti e la verità negata, edito da Marsilio.

Nella storiografia gestita dalla Fondazione Gramsci (togliattizzata: direi fino a Franco Ferri) scarso è stato l’interesse a riferire Gramsci al suo tempo e valirizzarne autonomia ed eterodossia. Si è puntato, invece, a farne un fenomeno paradigmatico di natura epocale e universalistica.

Vale, pertanto, la pena di sintetizzare i miti, le vere e proprie distorsioni della verità che hanno finora accompagnato la letteratura e spesso la stessa storiografia. Non si può, però, negare che la più giovane storiografia del Pci che ha gestito, e gestisce, la Fondazione Istituto Gramsci, grazie alle ricerche (e direi all’indipendenza di giudizio) di studiosi come, per esempio, Silvio Pons e Aldo Natoli ha dato un contributo di prima grandezza all’analisi critica della biografia di Gramsci. Lo stesso ex presidente Giuseppe Vacca pochi anni fa l’ha fatta oggetto-Vita e pensieri di Antonio Gramsci 1926-1937,edito da Einaudi- di una riscrittura attenta non evitando nessun passaggio una volta considerato assai ardito.

Il fondatore e dirigente del Pcd’I, al pari del suo compagno Amedeo Bordiga, è stato accusato, fin dal 1926, dagli esponenti del Pcus di essere un seguace di Trotsky e dell’opposizione a Stalin. Gramsci si era permesso, in una lettera ai dirigenti sovietici della corrente maggioritaria (Bucharin-Stalin dai compagni italiani condivisa), di perorare il rispetto della libertà (e del diritto) di critica, e quindi di opposizione, per la corrente impersonata da Kamenev e Trostsky. Sarà invece demonizzata fino alla criminalizzazione aperta.

L’accusa ha finito per investire l’intero PcdI. Lo dimostra l’atteggiamento aspro, ritorsivo, quasi sempre pregiudizialmente negativo, di D.Z. Manuilskij, il responsabile delle questioni italiane per l’Italia del Pcus. Di qui lo scarso e tardivo interesse dimostrato da Mosca nel favorirne la liberazione dal carcere fascista, in uno scambio da Stato a Stato. Fino alla decisione, nel 1939, di sciogliere il comitato centrale del partito, sostituendo Ruggero Grieco con un fedele emissario del Komintern, Giuseppe Berti,

Nel 1927-1928, dall’interno del Pcd’I (ad opera di Ruggero Grieco, o dello stesso Togliatti) sarebbe stata messa a punto un’operazione prava, cioè di presentarlo come segretario del partito (e quindi responsabile, insieme a M. Scoccimarro e a U. Terracini, di tutti i reati di cui erano accusati nel processone in corso presso il Tribunale di Milano). E, insieme, di destinatario di un’operazione ben avviata di scambio tra Mosca e Roma, per la sua liberazione .

Una volta condannato, i più stretti collaboratori di Gramsci per dieci anni furono un economista di prestigio come Piero Sraffa (trasferitosi come docente universitario a Cambridge, nel Regno Unito) e soprattutto la cognata Tatiana Schucht. Sul ruolo di intelligente e affettuosa assistenza e collaborazione di questultima, per molti decenni:non si volle fare luce o ci si limitò, trattandosi di una donna, ad un prudente, compassato riferimento. Secondo un malvezzo maschilista venne spacciata per un’infermiera o una dama di compagnia.

A lei si deve il recupero e la salvezza dei manoscritti che saranno pubblicati come Quaderni dal carcere e il rispetto della volontà manifestata da Gramsci.

Togliatti e i dirigenti del Pci, insieme a diversi ricercatori della Fondazione Gramsci, non hanno mai avuto il coraggio di rivelare che le Schucht (cioè il ramo russo della famiglia Gramsci formato dalla moglie Giulia e dalle cognate Tatiana e Genia), erano delle collaboratrici del servizio segreto sovietico.

Né risulta che abbiano mai svolto delle appassionate ricerche presso il Kgb per verificare l’esistenza di relazioni o informazioni sul loro congiunto. Ma è opportuno aggiungere che ancora oggi gli archivi risultano a porte socchiuse o inconsultabili.

Analogamente non si conoscono gli esiti di eventuali controlli e rapporti redatti in seguito alla sorveglianza della polizia politica italiana. Quando all’inizio della seconda metà degli anni Trenta Gramsci viene dimesso dal carcere e ricoverato, da uomo finalmente libero, nella clinica romana Quisisana, l’Ovra era già in funzione.

Non mi pare dubbio che il suo massimo dirigente, Guido Leto, possa avere riferito il contenuto dei reports su Gramsci a chi come Palmiro Togliatti e Luigi Longo con la caduta del fascismo avevano favorito la sua attività di agente “doppio” (verso il fascismo e verso alcuni settori dell’antifascismo e dei servizi dai paesi alleati).

Il dissenso di Gramsci nei confronti della linea politica staliniana del Pcd’I (come il consenso alla politica del social-fascismo”) induce Togliatti a calare il silenzio sul suo vecchio compagno fino a lasciar circolare la voce che fosse stato oggetto di un’espulsione.

Fin dal suo arresto, avvenuto a Milano nel 1927, i suoi rapporti con Palmiro Togliatti sono stati inesistenti o indiretti. Li teneva, per conto di entrambi (e del Centro estero del partito), un loro vecchio comune amico (erano stati compagni di università a Torino), l’economista Piero Sraffa.

In base ad un’intesa concordata, la corrispondenza dal carcere intrattenuta dalla cognata russa Tatiana, con una certa regolarità fu portata all’attenzione (con la consegna delle copie) a Sraffa che le faceva pervenire al Centro estero del partito, a Parigi, e a Togliatti.

Qualche dubbio sull’esistenza di un consenso su questa triangolazione può derivare da un episodio cruciale. Fin dalla prima metà degli anni Trenta Gramsci si fece scrupolo di precisare ai suoi due principali interlocutori (Tatiana e Sraffa, appunto) che i propri manoscritti non dovevano avere come destinatari né il Pcd’I né, direi soprattutto, lo stesso Togliatti. Era il segno plateale della rottura politica e personale intervenuta.

Tra loro ogni scambio (anche elementare come di saluto, di auguri ecc.) venne a cessare del tutto dopo il 1926 e fu sostituito da un atteggiamento di crescente rancore e dissenso.

Il punto estremo fu la decisione di Gramsci di affidare a Sraffa e alla cognata Tatiana una vera e propria missione, cioè di escludere Togliatti dalla gestione dei suoi scritti.

Le cose, in realtà, andarono diversamente, cioè all’opposto.

Il trattamento da un punto di vista sanitario di Gramsci in carcere e nelle case di cura (a Formia e alla fine al Quisisana di Roma) fu ispirato a criteri di grande attenzione. I suoi medici facevano parte del team che aveva in cura lo stesso Mussolini.

All’illustre carcerato furono riservati favori negati ad altri come potere scrivere, disporre di carta e penne, ricevere libri, riviste e regali fino a suscitare l’invidia e le reazioni di altri compagni di partito con lui detenuti. Ma le condizioni di vita restarono quelle di un carcere fascista, cioè terribili.

Il sospetto nutrito, fino alla morte, da Gramsci di essere stato trattenuto in carcere anche più a lungo del tempo previsto dalla normativa in vigore, lo indusse a coltivare l’idea di essere stato oggetto di tradimento da parte dei suoi compagni più stretti, a cominciare da Togliatti. La ricerca, molto poco in sintonia con quella di Giuseppe Vacca, di uno storico come Mauro Canali lo testimonia.

Di qui sentimenti diversi e penosi come il proposito di togliersi la vita, di rifugiarsi in Urss o di rintanarsi in Sardegna a Santu Lussurgiu circondato solo dai suoi famigliari.

Il proposito, una volta scarcerato, di voler abbandonare la vita politica suonò come intenzione di lasciare il Pcd’I, ma anche alimentò la voce che Gramsci fosse stato cacciato, cioè espulso.

L’avversione a Togliatti fa parte dell’azione svolta dai famigliari del ramo russo, per fargliela pagare.

Si trattò di una vera e propria denuncia inviata al presidente del Comintern Dimitrov. Dall’esito dell’inchiesta da lui affidata ad una compatriota bulgara molto indipendente e comunque non condizionabile, trasse origine un episodio che è stato rigorosamente tenuto nascosto al corpo del partito italiano e ai numerosi lettori delle edizioni Einaudi: l’esclusione di Togliatti, di fatto, decretata da Dimitrov (non senza, probabilmente, il consenso di Stalin) dalla vice-segreteria del Comintern. Mi pare sia stato uno dei pochi leaders del Komintern invitato a Ufa, nella repubblica sovietica della Baskiria, cioè a ridosso degli Urali.

Resta da chiedersi come mai questi pessimi rapporti di Togliatti, insieme all’assenza di ogni rapporto, dopo l’episodio del 1926, tra i due principali fondatori e dirigenti del Pcd’I, e anzi il clima di incomunicabilità e di ostilità che ne scaturì, non abbia impedito a Togliatti un’operazione assai fortunata: di dare la caccia ai manoscritti di Gramsci e di predisporne una pubblicazione nell’Urss e una, dopo la guerra, in Italia (quella con Giulio Einaudi).

A venirgli incontro fu l’economista Piero Sraffa. Anch’egli era stato destinatario da parte di Gramsci della raccomandazione di estromettere Togliatti da ogni possibile contatto sui suoi manoscritti. Ma Sraffa non volle schierarsi contro di lui. E, comunque, la partita fu giocata in sedi (il Komintern, il Pcus, il Pci) in cui egli non aveva alcuna voce.

E’ una bizzarria che vi sia ancora chi questa vicenda la consideri un pericolo, cioè fonte di polemiche da evitare in ogni modo. Ma obdurutum est cor ejus, se si tratta di qualche esponente dell’aristocrazia (da borgo o da suburra) reclutato dalla rivista storica di Torino che fu diretta da un coraggioso combattente antifascista e partigiano come Franco Venturi.

I metodi usati per mettere le mani su quelli che saranno pubblicati come Quaderni dal carcerehanno poco a che fare con l’etica. Molto di più,invece, con l’influenza, il potere decisionale e il cinismo acquisito da Togliatti in seno al Comintern.

Ma c’era stata una guerra senza esclusione di colpi tra lui e le sorelle Schucht. Da parte loro, probabilmente ispirate da qualche alto dirigente del Pcus, ci fu il tentativo di fare fuori (e non solo politicamente) Togliatti.

Inscenarono le loro lamentele sul modo in cui egli aveva trattato Gramsci (per quanto concerne la liberazione dalle galere fasciste e la valorizzazione dei suoi manoscritti) rivolgendosi prima al presidente del Komintern, G. Dimitrov. L’inchiesta si concluse accreditando come fondate le accuse delle Schucht.

Ma quando esse si resero conto che nessun seguito operativo venne dato all’inchiesta della bulgara Stella Blagoeva, portarono la loro aspra campagna contro Togliatti al livello più altro, cioè scrissero direttamente a Stalin. Un ampio saggio di Silvio Pons conditto sugli arcivi sovietici ha delineato la tortuosa vicenda.

Sfortunatamente la segreteria del Komintern si precipitò a nominare una commissione molto vicina a Togliatti. Alla fine, a lui venne affidato il compito di provvedere alla pubblicazione degli scritti carcerari di Gramsci.

Per i volumi iniziali, l’editore Giulio Einaudi lasciò che recassero delle brevi prefazioni (redatte anonimamente da Felice Platone, per conto di Togliatti). Veniva celebrato il legame di ferro, se non la dipendenza, della riflessione teorica di Gramsci da un pensiero rispetto al quale aveva mostrato sempre renitenza: il marxismo-leninismo. Un eterodosso come Gramsci fu spacciato per un allievo solerte e un continuatore indefesso dei paradigmi dello stalinismo.

Dunque, il suo ultimo desiderio di escludere il partito e lo stesso Togliatti dovette soccombere di fronte alla volontà di impadronirsene da parte di quello che le sorelle Schucht amarono chiamare un ex amico ed ex compagno, anzi “un italiano qualsiasi”.

E’, però, vero, anche se non può valere come scusante, che senza questi modi molto spicci e poco raccomandabili non si sarebbe avuta la conoscenza e il grande apprezzamento conquistato dagli scritti gramsciani in Italia e nel mondo.

La Fondazione Istituto Gramsci nacque come un organo di partito assoggettato al controllo sia della Direzione nazionale del Pci sia dell’Istituto del marxismo-leninismo di Mosca.

Tra i suoi compiti c’era quello di compiere (come scrivono Togliatti e Donini) qualunque taglio ed omissione sui manoscritti di Gramsci pur di salvare l’immagine preferita del Pci. Progressivamente questa linea di condotta si è esaurita.

Direi che ha prevalso un merito, cioè di conciliare la storia del Pci con la filologia, le fonti, gli archivi, senza il cappio di virtuosismi e deferenze al patriottismo di partito. Mi pare un esito (certamente sacrilego) non da poco.

 

Salvatore Sechi

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

Leave A Reply