domenica, 5 Luglio, 2020

L’ombra di Carlos, Gheddafi e Habash sulla strage di Bologna

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La ritorsione dei fedayyn contro l’Italia per la violazione del “lodo Moro” e la risposta all’estromissione della Libia da Malta. La Procura generale di Bologna e l’ossessione del terrorismo fascista.

Intervista al Prof. Salvatore Sechi, docente universitario di Storia Contemporanea.

Nel marzo 2017, concluse le indagini, la Procura ordinaria di Bologna chiede il rinvio a giudizio di Gilberto Cavallini, legato ai Nuclei armati rivoluzionari (Nar), ma chiede pure l’archiviazione del filone di indagine sui mandanti e finanziatori della strage del 2 agosto 1980. Ma, alla fine di ottobre dello stesso 2017, la Procura generale presso la Corte di Appello di Bologna avoca a sé l’indagine sui mandanti e i finanziatori della strage. Le indagini preliminari si sono concluse all’inizio di quest’anno 2020.

«Conosco solo i resoconti della stampa sulla decisione della Procura di Bologna. Purtroppo noi ricercatori, al pari qualche volta degli stessi avvocati difensori, siamo esclusi dall’accesso alla documentazione raccolta dai giudici a conclusione delle indagini preliminari.

Resta dominante la preoccupazione di circoscrivere la ricerca della verità giudiziaria ad una sorta di gioco a tre (cioè giudici, accusa e difesa). È il riflesso castale, da unti del Signore, che ha sempre avuto nel nostro paese l’amministrazione della giustizia.

Da quanto ho potuto leggere, l’impressione è che la Procura generale di Bologna abbia fatto proprie molte delle richieste avanzate da un gruppo di pressione. Non di rado molto ideologico e oltremodo aggressivo, esibiva sospetti o avanzava certezze che erano il frutto estrapolato da deduzioni, con poche e nulle prove. Mi auguro di poter esaminare la documentazione probatoria che ha portato a confermare le sentenze finora emesse sulle responsabilità di gruppi di neofascisti nell’attacco terroristico alla stazione centrale di Bologna».

È possibile che sia stato proprio questo condizionamento a far seguire alle indagini un percorso a senso unico, visto che alcune riunioni dei magistrati inquirenti si svolsero addirittura in locali di proprietà del Pci?

«Per legittimarsi come forza di governo i comunisti non di rado si sono messi sotto l’ala protettiva dei magistrati. Secondo le analisi di studiosi diversi (come Giovanni Fiandaca e Luciano Violante) non sarebbero estranei alla sindrome della creazione di una repubblica giudiziaria. Le condizioni, se non il tentativo, sarebbero state create in occasione della massima débâcle della politica, cioè negli anni dominati dall’attività dei magistrati milanesi di Mani Pulite. Il bilancio, purtroppo, è stato il seguente: molto rumore, per nulla. La corruzione, infatti, non è stata debellata e, seppure in forme diverse dal passato, continua a signoreggiare in molte sedi e istituzioni.

Sarei, invece, molto cauto nel tirare conclusioni dalla circostanza che lei cita, cioè le riunioni tenute da alcuni inquirenti in sedi del Pci, a Bologna. Questa decisione, assunta di concerto dalla federazione del Pci e dai magistrati ad essa più vicini, è stata poco responsabile, e va censurata come un abuso di potere o una manifestazione eclatante di esso. Ma non ne tirerei la “lezione” cui lei accenna.

Mi lasci ricordare che i fascisti, ai tempi dei Fasci di combattimento, e a lungo successivamente, hanno trovato accoglienza, nelle sedi di proprietà di esponenti della massoneria. Ma questa associazione non riuscì ad evitare di essere sciolta, e in parlamento a difenderla fu Antonio Gramsci».

Come mai non sono state prese in considerazione le numerose segnalazioni che indicavano la pista palestinese e il cd “lodo Moro” come una delle possibili da seguire per giungere alla verità sulla strage?

«In realtà è stata presa in considerazione inizialmente con l’intento di confonderla con la “pista libanese”. È stata esorcizzata dalle campagne intimidatorie di un gruppo di pressione che si è rimpannucciato dietro l’associazione dei parenti delle vittime. In generale l’obiettivo unico ed esclusivo che hanno avuto in testa è stato quello di mettere sul conto delle organizzazioni neo-fasciste ogni tensione anti-istituzionale.

Premetto subito che l’avventurismo e la ricerca della rivalsa sul regime democratico uscito dall’antifascismo non sono stati estranei alla storia di molti gruppi eversivi legati (e anche slegati) al Msi».

Ma qual era la forza della bandiera dell’antifascismo subito fatta sventolare sulla strage di Bologna?

R. «Nell’assenza di indagini e di prove è stata una copertura ideologica volta a creare una grande unità politica, influenzare l’opinione pubblica e poter sostenere che i protagonisti della destabilizzazione erano, come al solito, gli sconfitti del 25 aprile 1945. La lettura delle carte mostra che da parte dei magistrati inquirenti venne compiuta un’ampia ricerca su sintomi, indizi, predisposizioni, anche disegni eversivi, di nuclei delle forze armate, giornalisti, professionisti e dirigenti politici in qualche modo riconducibili all’area dell’estrema destra».

Quale significato attribuisce loro?

«Mi pare doloroso, ma chiarissimo: molti settori della popolazione non si sentivano protetti o rappresentati dalle istituzioni liberaldemocratiche create dopo la caduta del fascismo, e nel silenzio o col favore della clandestinità ordivano trame. Anche una parte consistente dei giovani, sia da destra sia da sinistra, non si è identificata nelle prassi di governo dell’antifascismo, e ha scelto la via non solo della denuncia, ma della rivolta anche armata».

Esistevano nel Paese i prolegomeni di un’operazione destabilizzatrice e anche golpista?

«Non c’è dubbio. È impressionante leggere quanti membri, anche di primo piano, della vita politica e della società avevano aderito ad un’associazione segreta golpista come la P2. Per non parlare del ribollire di pulsioni antidemocratiche, come documenta il volume, a cura di Giuseppe De Lutiis, La strage. L’atto d’accusa dei giudici di Bologna (Editori Riuniti, Roma 1986, con prefazione di Norberto Bobbio). Mi pare vi sia stata adunata una parte della sentenza-ordinanza dei giudici istruttori Vito Zincani e Sergio Castaldo (depositata il 14 giugno 1986) insieme con il capitolo VI della requisitoria dei pm Libero Mancuso e Attilio Dardani, che era stata depositata un mese prima.

È, però, mancato qualcosa che un magistrato non può considerare un elemento minore, o sottovalutarlo, cioè la prova che a sistemare le cariche esplosive alla stazione centrale di Bologna siano stati quelli, vari e diversi (molte volte assolti subito dopo), che il Pm aveva imputato.

Voglio dire che una cosa è descrivere, come è stato fatto, il golpismo, cioè un clima politico anti-democratico che montava nel paese, un’altra cosa è dimostrare che esso abbia avuto dei protagonisti, degli esecutori, con nomi e cognomi».

In quaranta anni di indagini non è stata trovata una sola traccia che dimostrasse realmente la presenza dei quattro condannati all’ergastolo sul luogo dell’attentato. Non le sembra singolare che nessuno, a Bologna, si sia mai fatto avanti per dire: “Li ho visti”?

«Non bisogna dimenticare che la storia del Msi non è riducibile a quella dei Nar. Fioravanti, la Mambro e i loro sodali hanno compiuto aggressioni, assassini, attentati. Sono dei killers politici professionali e non pellegrini armati di vincastro. Bisogna avere, però, il senso delle proporzioni».

Che cosa intende dire?

«Intendo dire che la decisione di colpire non delle persone, come hanno sempre fatto i terroristi neri, ma una città, una comunità come quella di Bologna, è – se l’avessero eseguita i Nar o qualunque altro gruppo terroristico – un salto di qualità allucinante.

Il disegno dell’estremismo di destra era di poter compiere un’operazione delittuosa di grande proporzioni perché potesse scattare una reazione di massa e legittimare, quindi, l’intervento dei corpi armati e dei comandi militari per una soluzione politica reazionaria. Una vecchia strategia e una vecchia storia».

Tutto questo è rimasto una perorazione politico-ideologica?

Gli imputati rimasti alla sbarra, dopo aver messo sotto schiaffo centinaia e centinaia di persone (che poi si sono dovute liberare per l’infondatezza delle accuse a loro carico formulate dagli inquirenti), sono appunto quattro soggetti. Si possono definire ad alta densità criminogena, ma con nessuna prova a carico degna di questo nome. I processi fondati non su pistole fumanti, ma su indizi non sono verità giudiziarie.

Lo scenario potrebbe cambiare radicalmente?

«Sì, se la Procura generale riuscisse a dimostrare quando, dove e con quali partecipanti, con quali finanziamenti, con quali accordi ecc., sia stata messa a punto l’orrenda carneficina del 2 agosto. Si deve trattare di una straordinaria potenza probatoria e non di algoritmi lessicali o escogitazioni di carattere deduttivistico tratte dagli schemi ideologici della guerra fredda. Finora l’impressione è che si tratti delle migliaia di carte recapitate al dott. Giuseppe Amato, della Procura ordinaria di Bologna, e che egli, a mio avviso saggiamente, ha ritenuto inconsistenti come prove e quindi cestinabili».

Da questo punto di vista quale forza di maggiore persuasione avrebbe la pista palestinese?

«Guardi che la follia e la mancanza di realismo non sono una prerogativa dell’estremismo neofascista. Hanno a lungo coinvolto l’estrema sinistra, specificamente i terroristi di ogni ordine e grado, e in particolare le organizzazioni para-militari dei palestinesi. L’isolamento, una grande sconfitta subita, la marginalizzazione geografica e sociale alimentano risposte disperate, funerei torpori della ragione.

Dico questo perché un attentato a una comunità come quella di Bologna e dell’Emilia Romagna è razionalmente incomprensibile. Comuni e Regione, partiti, sindacati, rete delle cooperative e del volontariato hanno sempre aiutato i palestinesi sia sul piano politico sia su quello del sostegno pratico (con ospedali, assistenza alimentare e finanziaria ecc.). Colpirli in maniera così massiccia e cieca non ha nessuna spiegazione ragionevole. Ma il terrorismo, di destra e di sinistra, non si muove sempre in questa prospettiva. Non usa la ragione, ma l’emotività, il rancore, lo spirito di rivalsa e di vendetta ecc.».

Perché ritiene non realistica, ma – se capisco bene – più credibile la pista palestinese e in questo contesto il “lodo Moro”?

«In realtà se dovessi esprimere un’opinione, l’attentato alla stazione centrale di Bologna può essere dovuto ad un accordo tra i servizi segreti del colonnello libico Gheddafi, l’Fplp di George Habash e l’Organizzazione dei Rivoluzionari Internazionalisti di Carlos, la primula rossa del terrorismo internazionale legatissima ai primi due».

Può fornire una scheda informativa degli episodi più interessanti di questa traccia?

«La riprendo da un questionario sottoposto a Carlos dal quotidiano romano “Il Tempo” (in data 3 agosto 2014), ma al quale egli non ha voluto dare un seguito.

Carlos riceveva dalla Libia grandi soldi e anche armi ed esplosivi (probabilmente quantitativi di C4). A Tripoli tra la fine di maggio e la prima metà del luglio 1980 (cioè a ridosso dell’attentato alla stazione centrale di Bologna) soggiornarono Carlos, e uno dei suoi maggiori luogotenenti, Johannes Weinrich.

Il 12 luglio 1980 da una relazione informativa della Stasi (cioè il controspionaggio della Ddr, la Germania orientale), basata su un’intercettazione, si rileva che Carlos in data giugno 1979 prese contatti col dirigente dei servizi palestinesi Abu Ayad (il vero nome era Salah Khalaf), cioè il numero due (dopo Arafat) di Al Fatah.

Un uomo di Carlos pernottò a Bologna la notte del 1º agosto (cioè il giorno precedente la strage). Si chiamava Thomas Kram. Era un libraio di Bochun, ma anche un esperto di esplosivi (secondo quanto si legge in un mandato di cattura della Corte federale di Germania del dicembre 2000). Egli dirigeva le “Revolutionäre Zellen” (le Cellule rivoluzionarie di Berlino), i cui capi in gran parte erano confluiti nelle fila dell’Organizzazione dei rivoluzionari internazionalisti fondata e diretta da Carlos».

Negli Atti parlamentari si può leggere che secondo i rappresentanti dell’ex Pci nelle commissioni parlamentari d’inchiesta sul terrorismo, Kram non aveva alcun legame con Carlos.

«Sono stati tratti in inganno da qualche piccolo imbroglione. Infatti, Kram era non solo legato a Carlos, ma occupava addirittura il settimo posto nella regia di comando della sua organizzazione.

Tre giorni dopo l’attentato a Bologna, cioè la sera del 5 agosto, Kram tentò di entrare a Berlino Est anticipando l’arrivo nella stessa città (ma con provenienza da Budapest) di J. Weinrich. Costui, prima di legarsi a Carlos (diventandone il suo braccio destro) era stato un dirigente delle Cellule rivoluzionarie.

Alla moglie di Carlos, Magdalena Kopp, è attribuita la redazione di un rapporto interno dedicato proprio alla strage del 2 agosto 1980 a Bologna».

La faccio la domanda che i parlamentari di sinistra hanno sempre formulato con grande sicurezza: dov’è la prova che i palestinesi dell’Fplp si siano rivolti a Carlos per affidargli l’esecuzione di una vendetta per la violazione del “lodo Moro”, dopo che il governo italiano aveva rifiutato la loro richiesta di liberare Abu Saleh Anzeh?

«La prova viene dal vicedirettore della seconda divisione «R» del Sismi (1° novembre 1979 – 30 giugno 1981), che era addetto a ricevere le informative provenienti dal capocentro del Sismi a Beirut, colonnello Stefano Giovannone. Si tratta del generale Silvio Di Napoli.

Nel corso di una deposizione, resa l’8 ottobre 1986, al magistrato veneziano inquirente (sul traffico di armi tra l’Olp e le Brigate rosse) Carlo Mastelloni, dichiarò: “Ricordo che, dopo gli arresti degli Autonomi e del giordano, il Giovannone fu veramente preoccupato per le reazioni palestinesi e suggerì, dopo che i predetti furono condannati, di adottare forti riduzioni di pena. Preso atto di tanto il Fplp fece richiesta di clemenza; diversamente sarebbero ripresi gli attentati in Italia anche senza la loro etichetta”.

Di pugno di Mastelloni è la dichiarazione finale dello stesso Di Napoli:

“Dopo la prima condanna inflitta agli autonomi e al giordano pervenne da Giovannone l’informativa secondo cui il Fplp aveva preso contatti col terrorista Carlos. Ciò avallò la minaccia prospettata da Habbash”, cioè di attuare una rappresaglia contro l’Italia per avere disatteso, e anzi platealmente violato, il “lodo Moro”.

Il secondo testo virgolettato non è stato inserito nella richiesta di archiviazione nei confronti di Thomas Kram e Christa-Margot Fröhlich, avanzata dai magistrati Enrico Cieri e Roberto Alfonso».

Quali rapporti Kram ha avuto con Carlos?

«Kram ha dichiarato alla stampa tedesca di avere incontrato Carlos almeno 3-4 volte. Una volta avvenne a Budapest alla fine di ottobre del 1980, ma dal passaporto di Kram si deduce che egli entrò nel territorio della Ddr, dove operava Carlos, almeno una sessantina di volte. Nel dicembre 1987 Kram optò per la clandestinità, e vi rimarrà per 19 anni.

La Stasi, in un rapporto interno in data 18 gennaio 1985, ha ascritto a Carlos “l’attentato dinamitardo sul treno Bologna-Firenze del 23.12.1984”. In Italia si suole chiamarlo la strage del Rapido 904, che causò 17 morti e 257 feriti».

Dell’Olp faceva parte anche l’Fplp, l’organizzazione diretta da George Habash, che si può considerare di estrema sinistra.

«L’Fplp è stata un’organizzazione marxista-leninista, legata alla Libia e all’Urss (dai quali era finanziata e armata), che ha agito a lungo all’interno dell’Olp. Lo si può chiamare l’epicentro, se non l’inventore, del terrorismo internazionale. Basta pensare al fatto che tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta furono circa 30 i dirottamenti aerei compiuti, insieme a rapimenti, attentati, azioni a mano armata contro civili ecc.

In Italia (prima a Perugia e poi a Bologna, dove faceva finta di essere uno studente universitario) aveva un proprio esponente in stretto contatto con George Habash, che era alla testa dell’Fplp. Era di origine giordana e si chiamava Abu Saleh Anzeh. Fu in contatto, per un verso, con Carlos e, per un altro verso, col colonnello Stefano Giovannone, un esponente del Sismi legatissimo a Moro. Avevano in comune l’interesse per la soluzione del problema arabo-israeliano e la creazione di uno stato palestinese accanto a quello di Israele».

Il 13 novembre 1979 Abu Saleh Anzeh fu arrestato (e poi condannato). Come andarono effettivamente le cose?

«L’accusa era di avere collaborato, con esponenti romani di Autonomia operaia (Daniele Pifano, Giuseppe Nieri e Giorgio Baumgartner) al trasporto di due missili terra-aria Sam7-Strela. Erano di fabbricazione sovietica ed avevano come destinazione finale l’Olp. La quale ne rivendicherà la proprietà e per il sequestro pretese dall’Italia un costoso risarcimento.

Del proprio militante, condannato dal Tribunale di Chieti il 25 gennaio 1980, prima l’Fplp e poi lo stesso Arafat, per conto dell’Olp, chiesero l’immediata liberazione, in nome del lodo Moro, ma neanche l’autorità giudiziaria dell’Aquila, presso la quale l’anno dopo si tenne il processo di appello, volle sentire ragioni.

Non si resero conto del motivo di questa insistenza, che sarebbe aumentata di intensità successivamente. Il gruppo dirigente palestinese era preoccupato, come rivelò il Sisde nel gennaio 1980, del fatto che Abu Saleh Anzeh “conoscerebbe le strutture clandestine del Fronte e i suoi collegamenti politici occulti”.

Di qui la pressione diplomatica su diversi fronti, a cominciare dai paesi arabi, svolta da Habash, ma anche una lucida volontà che “non escluderebbe il ricatto terroristico nei confronti dell’Italia” pur di riuscire a ottenere un provvedimento di assoluzione per il loro agente e di riduzione della pena per i tre autonomi romani. E per i missili sequestrati dalle nostre autorità, l’Fplp chiede il risarcimento del prezzo pagato per il suo acquisto, cioè 60 mila dollari».

Quanto si legge in un appunto del Sismi in data 12 maggio 1980 si può considerare una svolta?

«Il Sismi riferisce una minaccia dei fedayyin. Avrebbero ripreso la propria “libertà d’azione nei confronti dell’Italia, dei suoi cittadini e dei suoi interessi, con operazioni che potrebbero coinvolgere anche innocenti”. Tali erano le vittime bolognesi della strage del 2 agosto.

Fanno anche di più, per la verità. Scoprono le carte su chi avalla, oltre a finanziare ed armare, la loro campagna di ricatto e minacce sull’Italia, cioè sulla Libia.

In che senso?

«La Libia viene definita “il principale sponsor del Fplp”, in seno al quale gli esponenti di Gheddafi prendono le parti dell’ala che preme per un’operazione punitiva nei confronti dell’Italia.

Nell’estate del 1980, precisamente tra agosto e settembre, l’irritazione nei confronti dell’Italia del colonnello libico e dei suoi collaboratori era diventata di massima indignazione».

Per quale ragione?

«Per il ruolo di primaria importanza che aveva avuto Roma nell’arginare e alla fine porre fine alla grande influenza acquisita dai libici nell’isola di Malta. Infatti, per conto della Nato, il nostro paese aveva sottoscritto un trattato di protezione e sicurezza col premier don Mintoff.

Ma la garanzia dell’Italia sull’indipendenza e sulla neutralità di Malta contrastava con l’esercizio del protettorato vero e proprio esercitato fino a quel momento da Gheddafi».

Quando è precipitata la situazione?

«La situazione precipita rapidamente. Il generale alla testa del Sisde, Giulio Grassini, l’11 luglio 1980 viene informato da Gaspare De Francisci, direttore dell’Ucigos, del livello di deterioramento dei rapporti con i palestinesi per la mancata liberazione di Abu Saleh Anzeh. A segnalarla è quasi sicuramente il nostro capo-centro a Beirut, Stefano Giovannone che è in rapporti strettissimi col leader dell’Fplp Habash.

Negli ambienti del Fplp, scrive De Francisci, “non viene escluso che da parte della stessa organizzazione possa essere tentata in qualche modo una ritorsione nei confronti del nostro paese e intraprese azioni dirette anche a liberare il predetto straniero» (cioè Abu Saleh Anzeh che era stato traferito nelle carceri di Trani).

Chi ha confermato l’esistenza di questo vero e proprio preannuncio di un’azione violenta contro l’Italia?

«Come ho detto prima, fu un dirigente del Sisde, il generale Silvio Di Napoli in una testimonianza resa al giudice veneziano Carlo Mastelloni. Egli confermò che l’Fplp si era rivolto a Carlos col quale, dopo una breve interruzione, erano ripresi i contatti e la collaborazione di un recente passato».

Che cosa fece Carlos una volta investito di questa missione di infliggere una rappresaglia all’Italia?

«Non risulta che egli si sia recato a Bologna a piazzare la bomba in stazione. Sappiamo che in città la notte del 1º agosto era presente un esponente della sua organizzazione ed esperto di esplosivi, Thomas Kram. Ma da un’altra fonte documentale, è emerso che egli ordinò in Bulgaria una fornitura di armi fra i quali i missili terra-aria Sam7-Strela di fabbricazione sovietica».

Gli stessi che Abu Saleh Anzeh e i tre dirigenti romani di Autonomi operaia prelevarono da una nave battente bandiera libanese nel porto di Ortona, e per questo trasporto furono arrestati e condannati?

«Non possiamo dirlo con certezza, ma è assai verosimile. Sappiamo, però, che Carlos nel settembre 1979 li richiese a Sofia tramite un funzionario dei servizi segreti della Libia che si trovava in Ungheria, dove Carlos aveva installato una propria base. In questo carico di armi c’erano, appunto, i due missili citati.

Il saggio di Giacomo Pacini sul lodo Moro e le ricerche di Gabriele Paradisi, che ho richiamato nella nota bibliografica in fondo a questa intervista, contengono una documentazione ricca e finora insuperata sui rapporti tra l’Fplp, i nostri servizi segreti e il governo Cossiga. I lavori di Cutonilli e Priore, Lelio Lagorio e Giuseppe Zamberletti hanno lumeggiato le complesse e dure relazioni tra il nostro governo e la Libia e in generale i nuovi equilibri internazionali. Purtroppo, sui magistrati, che dovrebbero avere gli stessi metodi di ricerca e anche di valutazione degli storici, non hanno avuto alcuna influenza».

La figura di Abu Saleh Anzeh, si esaurisce tutta qui, anche se non è poco?

«Anche se i magistrati mi pare l’abbiano sottovalutata, in realtà il 26 giugno 2017, in commissione Moro Bassam Abu Sharif, già braccio destro di Arafat, ha ricordato ai molti falsi smemorati un elemento nevralgico: Abu Saleh Anzeh fu la persona contattata dai Servizi italiani (credo su indicazione del colonnelloGiovannone) il giorno dopo il sequestro Moro per sollecitare la mediazione dell’Olp con le Brigate rosse con l’obiettivo di ottenere la liberazione del leader democristiano. Purtroppo Sharif non ha consegnato la versione definitiva della sua testimonianza».

Che valore aveva il “lodo Moro” dal momento che i magistrati bolognesi non hanno mai voluto riconoscerne ad esso se non uno segmentale e ininfluente?

«Trovo questo comportamento dei giudici di Bologna comprensibile, ma poco convincente. Si fonda sulla circostanza che alla legittimazione del lodo Moro mancava, malgrado le numerose prove date di esistere ed operare da parte dei nostri servizi e di altri tribunali, una sanzione non dico burocratica, ma formale».

Ma, insomma, Prof. Sechi, esiste o no un documento, un atto firmato da Moro e da Arafat che giustifichi la locuzione “lodo Moro”?

«Mi consenta di dire che questa domanda è mal posta perché si fa finta di dimenticare che col terrorismo nessuno Stato formalizza dei negoziati. Nessuno fa degli accordi, come si fa nelle relazioni tra Stati. Lo scambio di impegni e le intese si stabiliscono di fatto, sulla base dei rapporti di forza, della reciproca affidabilità, e mai attraverso la firma di documenti.

Comunque sull’esistenza di un documento ufficiale relativo al lodo Moro stilato tra Giovannone e Habash ha riferito di recente (26 giugno 2017) Bassam Abu Sharif alla Commissione parlamentare d’inchiesta su Moro presieduta dall’on. Fioroni. Il testo esisterebbe negli archivi dell’Fplp, ma non risulta sia stata a tutt’oggi consegnato all’archivio del nostro Senato. Peraltro, ne aveva accennato al giornalista Alberto La Volpe, che lo intervistava, anche l’“ambasciatore” di Arafat a Roma Nemer Hammad».

Ci sono state delle novità di recente?

«Sull’esistenza di un documento ufficiale relativo al lodo Moro ha riferito, in data 17 giugno 2015, uno storico di Milano il collega prof. Marco Clementi. Consiglio alla Procura Generale di Bologna di acquisirlo e farlo leggere sia ai nuovi inquirenti sia ai loro predecessori, dott. E. Cieri e R. Alfonso. Il testo proviene dall’archivio dei Sismi. Clementi ne ha dato una lettura integrale nella sua audizione alla Commissione parlamentare d’inchiesta su Aldo Moro».

In sintesi, che cosa era il lodo Moro?

«Sulla base di questo nuovo materiale acquisito credo che i magistrati Roberto Alfonso, Enrico Cieri e Bruno Giangiacomo dovrebbero rivedere le conclusioni che alcuni anni fa hanno tirato sul Lodo Moro. Infatti, esso è esistito, ha funzionato a lungo, e, se non bastasse, è stato formalizzato dai contraenti, cioè il colonnello Giovannone (per il governo italiano) e George Habash (per l’Fplp).

È quanto i tre magistrati contestavano, ed io ho sempre ritenuto, a dire il vero, un elemento non decisivo, dal momento che il contenuto del lodo ha trovato applicazione in numerose occasioni. Ma l’opinione di uno studioso non conta nulla».

Torniamo al punto, Prof Sechi, cioè al contenuto del Lodo.

«Era un accordo sotterraneo, formalizzato in maniera non canonica, ma comunque diventato operativo fino all’arresto (e alla condanna) da parte dei tribunali di Chieti e dell’Aquila degli autonomi romani e di Abu Saleh Anzeh.

Era intercorso tra Aldo Moro (ministro degli Esteri nel biennio 1973-1974, nel IV e V governo Rumor) e l’Olp (una galassia formata da 11 movimenti con al centro Al Fatah, cioè quello più numeroso e influente). Con esso lo Stato italiano si impegnava a dare un riconoscimento ufficiale, in sede diplomatica, alle richieste dei palestinesi».

Più precisamente?

«L’Italia ammetteva una sorta di libertà di movimento con annessa imperseguibilità (cioè rimessa in libertà, se non proprio un’impunità) ai fedayyin dell’Olp che sul nostro territorio avessero compiuto azioni illecite, anche armate (o di traffico e trasporto di armi), in nome del comune interesse a dare una patria e uno Stato ai palestinesi. In questo modo lo Stato chiudeva un occhio sul volume degli armamenti che, attraverso l’Italia, il terrorismo dell’Olp (e in particolare l’Fplp di Habash) riusciva a far pervenire alle sue cellule disseminate in mezza Europa. Per tre decenni questo traffico è stato sigillato dalla politica degli omissis e del muro di gomma, cioè dal segreto di stato imposto dai governi».

Come si fa ad arrivare alla fonte della blindatura di questa intesa?

«L’apposizione del segreto di stato venne invocato nel 1984 dall’ufficiale del Sismi Stefano Giovannone. Secondo il pm romano G. Armati, esso “ha avuto l’effetto non voluto di coprire anche le ragioni della condotta dell’ufficiale del Sismi nei confronti del l’Olp”.

In realtà, il colonnello Giovannone fu incaricato di tenere i rapporti con l’Olp e col Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina attraverso un esponente di entrambe, lo studente (“soit-disant”) giordano Abu Saleh Anzeh. La costante protezione che egli ricevette dal Sismi avvenne in ottemperanza proprio alle intese stabilite con Aldo Moro (di qui il famoso “lodo Moro”).

È vero che il segreto di stato fu confermato da Bettino Craxi?

«Sì, esattamente il 28 agosto dello stesso anno. A ribadirlo è stato Silvio Berlusconi. Lo fece per due volte tra il 2009 e il 2010.

Ad attirare l’attenzione su questo pesante ostacolo istituzionale per l’accertamento della verità sulle stragi è stato il magistrato romano Giancarlo Armati che indagava sulla scomparsa in Libano, esattamente un mese dopo l’attentato alla stazione centrale di Bologna, dei giornalisti Graziella De Palo e Italo Toni. Inizialmente sostenuti dall’Olp, ne restarono probabilmente vittime (purtroppo i nostri servizi hanno fatto di tutto perché chiarezza non fosse fatta).

È vero, come si dice, che la chiave del successo era proprio il lodo Moro?

«L’ex ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani lo sintetizzò nella formula: “avere la moglie americana e l’amante libica” al fine di “spiegare il movente di tante stragi ancora oggi inspiegabili e coperte da inquietanti aloni di mistero”, come disse in parlamento il capo della polizia Vincenzo Parisi».

Lo Stato italiano che cosa otteneva in cambio?

«In cambio otteneva la garanzia che contro il nostro paese da parte dell’Olp non ci sarebbero stati attacchi terroristici, cioè che non sarebbe diventato teatro della sanguinosa guerra scatenata contro Israele, peraltro un nostro tradizionale alleato».

Ricadeva in questo scambio anche la non punibilità di episodi come la tentata strage?

«Sì. Era il caso di quanto ebbe luogo, il 16 agosto 1972 all’aeroporto romano di Fiumicino. Due militanti di Settembre nero che avevano compiuto un attentato ad un Boeing della El Al israeliana, furono imprigionati nell’agosto 1972 e poi liberati nel febbraio 1973 grazie a questo “lodo”. Ciò avvenne con una trattativa precisa tra esponenti dei nostri servizi e rappresentanti del gruppo terroristico palestinese.

E fu in base a questo preesistente, e sempre rispettato, accordo che Arafat nel 1980 chiese ai Tribunale di (e fece ribadire, in sede di processo di appello, ai magistrati dell’Aquila) l’immediata liberazione di Abu Saleh Anzeh e degli autonomi romani. La richiesta si può dire sia stata accolta nel giro di qualche anno (Abu Saleh Anzeh, ma non i tre autonomi romani, fu liberato il 14 agosto 1981). Con qualche ritardo, dunque, ma anche in questa occasione il lodo Moro ha ripreso a funzionare».

Nelle more di questo giudizio vi furono minacce di ritorsione rivolte al governo italiano?

«Sì, ci furono avvertimenti e preannunci di vere e proprie rappresaglie a carico del nostro Paese. Dalle carte del colonnello Giovannone emergerebbe che fino a poco tempo prima della strage del 2 agosto 1980 egli sia stato destinatario di informazioni sulla determinazione dell’Olp nel voler colpire luoghi abitati (come Bologna, ma senza farne il nome) del nostro territorio per ottenere la scarcerazione di Abu Saleh Anzeh.

A darne notizia, in alcune occasioni, fu il capo-centro dei nostri servizi segreti militari (il Sid e poi il Sismi) a Beirut, colonnello Stefano Giovannone. Era un ufficiale dell’Arma dei carabinieri in contatto con Moro e con i suoi principali collaboratori, e conosceva molto bene l’esponente dell’Fplp Habash».

Infatti lo difese in diverse occasioni.

«Anche quando il Ministero dell’Interno cercò di allontanarlo dall’Italia. L’attività politica (aggressiva e anche di segno antisemita) di Abu Saleh Anzeh, dalla questura di Bologna venne ritenuta incompatibile con i suoi doveri di studente ospite del nostro Paese. Forse è il caso di ricordare che subito dopo la scarcerazione, mentre aveva l’obbligo di firma a Bologna, gli fu consentito di recarsi per qualche giorno a Roma. Godette, cioè, di assistenza e protezione».

Ciò malgrado, l’Fplp minacciò, e probabilmente fece eseguire, il micidiale attentato alla stazione centrale di Bologna. Come mai?

«La motivazione è facile dedurla, ed è stata resa esplicita: cioè far pagare all’Italia la violazione del lodo Moro, per aver arrestato e condannato un esponente dell’Olp per il trasporto di due missili terra-aria di fabbricazione sovietica.

A meno che la Procura generale non abbia rinvenuto nuova documentazione e prove, le motivazioni del comportamento terroristico dei Nar, cioè della “mano nera”, sono di gran lunga minori e meno convincenti di quelle dell’Fplp, cioè della “mano rossa” palestinese».

Secondo la Procura generale di Bologna, i mandanti e i finanziatori della strage sarebbero stati Licio Gelli e Umberto Ortolani coadiuvati, nell’organizzazione e nella gestione mediatica dell’attentato, da Federico Umberto D’Amato e Mario Tedeschi. Al centro dei finanziamenti il cosiddetto “documento Bologna”.

Il “documento Bologna” è riprodotto a pagina 16 nel saggio, a firma di Roberto Scardova, pubblicato nel volume “Alto tradimento” (Castelvecchi 2016) dove si legge: “BOLOGNA – 525779 – X.S. -” testo redatto con una macchina da scrivere, mentre sono manoscritte le note contabili e i nomi dello specchietto sottostante con i movimenti finanziari. Sul punto esiste una valutazione come sempre accurata della dott.sa Lorenza Cavallo, residente in Francia, che ha osservato una incongruenza a proposito delle ultime due lettere del conto: “Il conto di Licio Gelli alla Ubs di Ginevra era «il n° 525779-X1 sul quale furono accreditate le somme di 7 milioni di dollari Usa e di 1,5 milioni di dollari Usa»” come si legge nella “sentenza dichiarativa dello stato di insolvenza del Banco Ambrosiano n. 327/82 del 25.8.1982 del Tribunale di Milano, p. 49”».

Che diffusione ha avuto la contestazione della signora Cavallo?

«La sua analisi è stata portata a conoscenza della Commissione d’inchiesta su Moro nell’ottobre 2017 in una voluminosa relazione intitolata Disinformazione e Stato di diritto. Esame di alcuni casi significativi (è stata classificata “riservata” dalla Commissione Moro, ma l’autrice ne ha depositato una copia all’Istoreto di Torino in libera consultazione); del magistrato dott. Leonardo Grassi con una lettera aperta intitolata “Pace e Libertà di Luigi Cavallo” e la desecretazione di documenti d’archivio, agosto 2018.

Mi chiedo, inoltre, se davvero un uomo come D’Amato, che, dopo Guido Leto con l’Ovra, ha ereditato l’enorme apparato di prevenzione e repressione della polizia politica, conosce fatti e misfatti di ogni partito, possa essere arrivato a giocarsi il grande potere di cui disponeva diventando complice di un’operazione criminale e golpista con alcuni sopravvissuti o nostalgici del regime fascista».

Non risulta che la signora Cavallo sia stata mai smentita.

«È vero. Non si conoscono controargomentazioni pertinenti alle sue considerazioni».

Oltretutto, sin dall’inizio, il Sismi, ovverosia i servizi che in quel periodo erano diretti da personaggi legati proprio a Licio Gelli, hanno sempre pesantemente e volutamente indirizzato le inchieste solo verso il mondo neofascista. Questo legame fra massoneria e servizi segreti serve proprio per accusare decine e decine di giovani che nulla hanno a che fare con l’attentato. Bologna accetta tutto questo, perché serve poter credere che il nemico sia sempre lo stesso o perché invece è ancora fortissima l’influenza, come lei più volte ha sostenuto, del Kgb nella vita di quella città, di quella regione e di quel partito?

«Per lo scioglimento di organizzazioni di estrema destra Ordine Nuovo nel novembre 1973 e di Avanguardia nazionale l’8 giugno 1976 ad opera del ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani non risulta che D’Amato si sia rifiutato di collaborare. Nessuno aveva mai osato tanto contro il neofascismo, che sicuramente alla sommità del Ministero dell’Interno poteva contare su qualche solidarietà. Analogamente non si deve al prefetto romano se la legge n. 17 del 1982 sulle associazioni segrete, firmata da Tina Anselmi e da Giovanni Spadolini, è rimasta inapplicata, al pari dei due tentativi fatti nel 1992 dal procuratore di Palmi, Agostino Cordova, e negli anni Duemila dall’allora pm di Catanzaro Luigi De Magistris.

Né si può negare che D’Amato avesse un’amicizia intima anche con Balducci, ricercato per tentato omicidio e anche strozzino (come ha riferito Francesco Pazienza a Milena Gabanelli). Costui si faceva chiamare Bergonzoni, ed era il braccio destro della Banda della Magliana, Pippo Calò».

È stata tirata in ballo anche l’amicizia con Mario Tedeschi.

«Solo ironicamente si può sostenere che il direttore de “Il Borghese” sia stato una potenza mediatica. Mi chiedo se la collaborazione del prefetto D’Amato al settimanale di destra romano, con uno pseudonimo, possa fare di lui, ch’era un conservatore, un inappuntabile “grand commis” dello Stato, un bombarolo da suburra o un menestrello di Gelli».

Adriano Sofri ha parlato di visite in carcere, di proposte di collaborazione e scambio un po’ indecenti che avrebbe ricevuto dal capo dell’Ufficio Affari Riservati.

«Ho letto anch’io qualche cosa del genere. Attendo lumi, pertanto, da una brava studiosa come la prof. Giovanna Tosatti, dell’università di Roma, che sta ricostruendo la storia della polizia politica.

Finora l’immagine di D’Amato risulta essere assai sfaccettata, quasi ambigua. Era un uomo d’ordine, garante delle istituzioni, un anticomunista. Ma senza una corposa e rigorosa documentazione, non si può dire che sia stato un golpista».

La notte del 2 agosto 1980 notte a Bologna era presente un numero incredibile di terroristi. Mi limito a citarne alcuni: Thomas Kram; Christa-Margot Fröhlich, terrorista tedesca arrestata a Fiumicino nel 1982 con una valigia contenente esplosivo e detonatori. Sposerà il brigatista rosso Sandro Padula; Mauro Di Vittorio, attivista dei collettivi romani, riconosciuto e seppellito giorni dopo con un corteo funebre pieno di bandiere rosse e raccontato da “l’Unità” di allora. Di lui parla proprio Sandro Padula che lo descrive come un semplice simpatizzante; Francesco Marra, brigatista rosso coinvolto nel sequestro Sossi con il nome di “Rocco”, Franceschini lo giudica un infiltrato; Salvatore Muggironi, extraparlamentare di sinistra in provincia di Nuoro. Sua sorella è fidanzata con un terrorista, anche lui sardo, che viene arrestato con un complice in Olanda mentre trasposta armi ed esplosivo per i palestinesi.

Perché nessuno ha mai voluto indagare approfonditamente su questo strano consesso nella notte della tragedia?

«La conferma della presenza a Bologna della Fröhlich, il 2 agosto 1980, non c’è stata. Anche su Thomas Kram e sul suo gruppo (di cui faceva parte la Fröhlich), legati a Carlos, i magistrati Cieri e Alfonso hanno indagato con scarso successo. Analogamente si è fatto, seppure tardi e con forse minore attenzione, sul colonnello Giovannone, che rappresentava i servizi, ed è stato sempre il tramite più affidabile dei rapporti sia con l’Fplp sia con l’Olp. Non è mai stata sentita Anna Porena che aveva collaborato tanto con Giovannone quanto col vice di Arafat e capo dei servizi dell’Olp, Abu Ayad».

Giovannone teneva degli appunti, una sorta di diario, che arriva a ridosso del 2 agosto 1980, giorno della strage. Come mai non sono accessibili ai ricercatori?

«Siamo in presenza di una vicenda scandalosa che né i magistrati né i politici e tanto meno la burocrazia italiana hanno mai provato a risolvere. Si tratta di rendere consultabili le carte del colonnello Giovannone. Sono lo specchio dei rapporti ravvicinati tra i nostri servizi (Sisde e Sismi) e i leader del terrorismo arabo-palestinese.

La determinazione di questi ultimi nel minacciare rappresaglie per terra e per cielo nei confronti del nostro Paese è giunta fino a luglio 1980. Non c’è il nome di Bologna e di Ustica, ma chi ha potuto scorrere quella documentazione ne è stato impressionato. Perché la Procura generale di Bologna non si fa carico di questa grande esigenza conoscitiva e non usa i poteri straordinari di cui dispone per acquisire, e far circolare tra i giudici e gli studiosi, le carte del capo-centro dei nostri servizi a Beirut?».

Sta dimenticando qualcun altro?

«Sì, anche se vi avevo fatto cenno prima. Mi riferisco al colonnello Gheddafi. Insieme ai sovietici è stato il maggiore finanziatore dell’Fplp.

Abu Saleh Anzeh, al pari dei dirigenti dell’Fplp, a Roma aveva rapporti con esponenti libici degli apparati di prevenzione e repressione, dai quali veniva ospitato.

Com’è noto, la strage di Bologna ha luogo pochi giorni dopo che il nostro governo, per iniziativa del Ministero degli Esteri, è intervenuto sul governo di Malta per porre fine al regime di influenza e di controllo esercitato dalla Libia. L’Eni riesce a strappare importanti concessioni di ricerche petrolifere.

L’isola alla fine di luglio del 1980 torna ad essere un avamposto delle potenze occidentali. Venne così infranta l’ambizione del colonnello Gheddafi di farne il punto di riferimento di un’operazione espansiva, quasi imperialistica, dell’Islam.

Possibile che il tiranno libico non abbia dato nessun seguito alle sue minacce? Eppure i segnali furono raccolti da un testimone intelligente, capace e prezioso come l’ex sottosegretario alla Farnesina, Giuseppe Zamberletti, che ha scritto un libro importante edito da Franco Angeli, La minaccia e la vendetta, Milano 1995».

Pare ci sia stato di più.

«La strage di Bologna fu al centro di un’interrogazione parlamentare, in data 4 agosto 1980, del leader del Pri Giovanni Spadolini in cui accennava a responsabilità mediorientali, con un riferimento preciso al Libano, ossia che l’Italia potesse diventare un nuovo Libano. Ho presente anche delle dichiarazioni rese (anche all’ex capo del cosiddetto Supersismi Francesco Pazienza) dal procuratore Domenico Sica sulle azioni della Libia. Ma non c’è stato nulla da fare.

La preoccupazione di salvare, attraverso i soldoni di Gheddafi, la maggiore impresa privata (la Fiat) e pubblica (l’Eni) italiana da un’incombente crisi catastrofica, prevalse sulla ricerca della verità sulla strage di Bologna.

Se si pensa che sia facile assoggettare alla legge e ad una condotta non corruttiva l’Eni, guardi alle capriole del Movimento Cinque Stelle. Hanno imbastito una guerra all’ultimo sangue per scalzare Claudio Descalzi, l’amministratore delegato del Cane a Sei Zampe sotto schiaffo per corruzione in diversi processi, e alla fine l’hanno dovuto confermare per avere in cambio, come risarcimento, delle mance, cioè tre piccole aziende pubbliche».

Ma a che cosa sarebbe servita la carneficina di Bologna?

«Tanto essa quanto l’inabissamento a Ustica dell’aereo di linea partito da Bologna sarebbero stati il prezzo della ritorsione pagato dal nostro paese per essere intervenuto, per conto e su mandato della Nato, a negoziare un nuovo trattato con Dom Mintoff, il premier maltese. Con esso si allontanavano banche, navi e aerei da guerra libici dalla terra, dal cielo dal mare di Malta, cioè da quello che era diventato l’avamposto dell’orgoglioso e aggressivo nazionalismo arabo contro l’Occidente.

L’Italia pose dunque fine al protettorato militare di Gheddafi su Malta, un atto gravissimo dal cui compimento era stata diffidata con minacce crescenti di rappresaglie».

Chi avrebbe potuto contrastare o opporsi ad indagini non superficiali sulle attività eversive della Libia nel nostro paese?

«Un fronte estesissimo. Dalla Dc al Pci fino a Berlusconi. Perciò, malgrado la testimonianza del sottosegretario agli esteri Zamberletti sul ruolo dei servizi libici, legati a Carlos (ai quali era legato Abu Saleh Anzeh), per Gheddafi i magistrati non hanno mostrato alcun particolare interesse. Eppure fu il governo italiano a porre fine al rapporto di influenza e di potere che il colonnello libico aveva su Malta.

Ma a farne un imputato di depistaggi, di abbattimenti di aerei e sterminio di popolazioni si sarebbe levata la protesta dell’intera sinistra come di gran parte della destra e ovviamente di tutti i partiti delle coalizioni di governo. Ha prevalso, dunque, la polarizzazione sulla mano nera, sulla destra anti-sistema perché contro di essa si è trovata l’unità della maggioranza dei partiti in nome dell’antifascismo.

Degli altri personaggi che lei cita so poco e nulla».

Può segnalare ai nostri lettori una bibliografia essenziale su questa vicenda?

In primo luogo l’estesa documentazione conservata presso l’Archivio del Tribunale di Venezia, Sentenza-ordinanza del giudice Carlo Mastelloni sul traffico di armi, i rapporti tra Olp e Brigate rosse, Arafat ecc., 1989.

• Lorenzo Matassa e Gian Paolo Pelizzaro, Relazione sul gruppo Separat e il contesto dell’attentato del 2 agosto 1980, 10 febbraio 2006; relazione depositata agli Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sul «dossier Mitrokhin» e l’attività d’intelligence italiana (XIV legislatura), consultabile online all’indirizzo https://ilfuocoeilsilenzio.files.wordpress.com/2015/08/relazionelibanese clean.pdf

• All’editore Giraldi di Bologna si deve un’attenzione costante, e una cura per l’esattezza e la misura delle contestazioni delle versioni “ufficiali” sulla strage, grazie alle ricerche di Gabriele Paradisi, Gian Paolo Pelizzaro e François de Quengo de Tonquédec, Dossier strage di Bologna. La pista segreta, Bologna, Giraldi, 2010.

• AA. VV, Alto tradimento. La guerra segreta agli italiani da piazza Fontana alla strage della stazione di Bologna, prefazione e cura di Paolo Bolognesi, Roma, Castelvecchi, 2016.

• Ministero dell’Interno, Dipartimento Pubblica Sicurezza, Michele Cacioppo, Fiumicino (Roma 16/8/1972 aereo El Al (Boeing 707) Esplosione, in data 7/3/2006.

• Lorenza Cavallo, Le stragi in Italia e il presunto Manual 30-31B della U.S. Army e Le stragi in Italia,“Avanti! on Line”, 13 novembre e 4 dicembre 2019.

• Valerio Cutonilli e Rosario Priore, I segreti di Bologna. La verità sull’atto terroristico più grave della storia italiana, Milano, Chiarelettere, 2016.

• Giuseppe De Lutiis, a cura di, La strage. L’atto d’accusa dei giudici di Bologna, Roma, Editori Riuniti, 1986, con prefazione di Norberto Bobbio.

• Davide Frattini, Trattai io il Lodo Moro. Mani libere a noi palestinesi, “Corriere della Sera”, 14 agosto 2008, p. 19.

• Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’omicidio di Aldo Moro, seduta del 26 giugno 2017, resoconto stenografico, audizione di Bassam Abu Sharif.

• Gianluca Falanga, Spie dall’Est. L’Italia nelle carte segrete della Stasi, Roma, Carocci, 2014.

• Gianluca Falanga, Al di là del Muro. La Stasi e il terrorismo, Roma, Nuova Argos, 2019.

• Alain Gresh, Storia dell’Olp. Verso lo Stato palestinese, Roma, Edizioni Associate, 1988.

• Francesco Grignetti, La spia di Moro. Il colonnello Stefano Giovannone, dieci anni di servizi segreti tra petrolio e terrorismo, E-letta 2012 (e-book).

• Giorgio Guidelli, Porto d’armi. Indagine sui rapporti Br-Palestinesi, Urbino, Quattroventi, 2012.

• Lelio Lagorio, L’ora di Austerlitz. 1980, la svolta che mutò l’Italia. Quando il nostro paese salì alla ribalta internazionale e le forze armate ridestarono l’orgoglio nazionale, Firenze, Polistampa, 2005.

• Alberto La Volpe, Diario segreto di Nemer Hammad ambasciatore di Arafat in Italia, prefazione di Francesco Cossiga, Roma, Editori Riuniti, 2002.

• Salvatore Lordi, Terra di nessuno. Il terrorismo internazionale nell’Italia del dopoguerra, Roma, Historica, 2014.

• Carlo Mastelloni, Cuore di Stato. Storie inedite delle Br, i servizi di sicurezza, i protocolli internazionali,Milano, Mondadori, 2017.

• Aldo Moro, Lettere dalla prigionia, a cura di Miguel Gotor, Torino, Einaudi, 2008.

• Gianni Oliva, Anni di piombo e di tritolo. 1969-1980. Il terrorismo nero e il terrorismo rosso da Piazza Fontana alla strage di Bologna, Milano, Mondadori, 2019.

• Roumiana Ougartchinska e Rosario Priore, Pour la peau de Kadhafi. Guerres, secrets, mensonges. L’autre histoire (1969-2011), Paris, Fayard, 2013.

• Giacomo Pacini, Il lodo Moro. L’Italia e la politica mediterranea. Appunti per una storia, in Aldo Moro e l’Intelligence. Il senso dello Stato e le responsabilità del potere, a cura di Mario Caligiuri, Soveria Mannelli, Rubbettino 2018, pp. 143-254. Si tratta del lavoro più ampio e rigoroso finora disponibile sul “lodo Moro”, platealmente ignorato dalla maggioranza dei magistrati che si sono occupati dell’argomento.

• Gabriele Paradisi e Rosario Priore, La strage dimenticata. Fiumicino, 17 dicembre 1973, Reggio Emilia, Imprimatur, 2015.

• Vladimiro Satta, I nemici della Repubblica, Milano, Rizzoli, 2016.

• Salvatore Sechi, Strage di Bologna. L’incomunicabilità tra magistrati e poliziotti, “Nuova Storia Contemporanea”, n. 6, novembre-dicembre 2011 (e numerosi interventi sul quotidiano on line di Milano “Il Sussidiario).

• Giuseppe Zamberletti, La minaccia e la vendetta. Ustica e Bologna. Un filo tra due stragi, Milano, Franco Angeli, 1995.

(L’intervista sarà pubblicata nel prossimo fascicolo della rivista “Nova Historica”, diretta da Massimo Massaro e Roberto Rosseti)

 

Mauro Del Bue

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