domenica, 25 Ottobre, 2020

L’ombra di Dylan sulle elezioni americane

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Non manca molto alle elezioni americane del 3 novembre, che vedranno la sfida fra Donald Trump e Joe Biden. Sono elezioni dall’esito molto incerto, sulle quali pesa come un macigno il Covid 19, che negli Stati Uniti ha causato 200.000 morti, ponendo gli USA al primo posto nella classifica mondiale dei decessi dovuti alla pandemia. Il virus, seminando morte e malattia e deprimendo l’attività economica, ha diffuso un forte senso di incertezza e creato profonde lacerazioni nel tessuto sociale del paese. Lacerazioni alimentate anche dagli episodi di violenza della polizia nei confronti dei neri, che hanno rilanciato il movimento dei diritti civili sotto la bandiera del “Black lives matter”. Coronavirus, rabbia sociale e preoccupazioni legate alla situazione economica possono rappresentare una terribile miscela esplosiva in grado di incidere in modo imprevedibile sulle elezioni. Anche perché è in momenti di angoscia come questi, inutilmente esorcizzati da chi si professa ottimista ad ogni costo, che si avverte il bisogno di certezze e invece, inesorabili, riemergono dal profondo i fantasmi del passato, proiettando un’ombra sul futuro.

Non credo sia un caso che Bob Dylan, in piena emergenza coronavirus, verso la fine di marzo abbia messo in circolazione un brano della lunghezza di 17 minuti intitolato “Murder Most Foul”, poi confluito a giugno nell’album doppio “Rough and Rowdy Ways” (“Vie accidentate e turbolente”). Era dal 2012 che non usciva un album di inediti del settantottenne cantautore americano, che negli ultimi anni aveva preferito cimentarsi con le canzoni di Frank Sinatra. Un’altra piroetta delle tante cui il nostro ci ha abituato.

“Murder Most Foul” (“L’assassinio più vile”) è dedicato alla morte di John F. Kennedy, avvenuta il 22 novembre 1963 a Dallas. Non è una vera canzone, ma un blues parlato, in cui alla voce, profonda ed espressiva, del menestrello di Duluth fa da sfondo lo struggente accompagnamento del piano e del violino (e, di tanto in tanto, ma in maniera molto discreta, della batteria). L’atmosfera che si respira ascoltandolo è commovente. John Kennedy è “l’agnello sacrificale”, “abbattuto come un cane in pieno giorno” da gente “senza rispetto” che gli ride in faccia mentre lo massacra. Ma se non è una vera canzone, “Murder Most Foul” non è nemmeno un’orazione funebre o una preghiera. Le immagini, precise e crudeli, dell’assassinio del trentacinquesimo presidente degli Stati Uniti sono collocate all’interno della grande saga americana, dalla quale emergono pezzi di filastrocche per bambini, spezzoni di discorsi di Roosevelt e dello stesso Kennedy, molte citazioni, tra cui quelle dei tantissimi musicisti jazz, blues, rock che hanno influito sull’immaginario dylaniano. Dylan non smonta il mito americano, del quale fa parte, ma ne indica i limiti e le profonde contraddizioni. Non mancano i riferimenti a Shakespeare (a cominciare dal titolo stesso), uno degli autori più amati, che Bob aveva già citato, insieme a Melville, Omero e Remarque, nella sua “Nobel Lecture” del 2017. In questo senso “Murder Most Foul” si potrebbe definire come una tragedia shakespeariana ambientata in America.

Ma al di là dell’epos e dell’umana pietà, il messaggio politico è chiarissimo, quando Dylan definisce il posto dell’agguato come “il luogo in cui morirono fede, speranza e carità” e soprattutto quando dice che “l’anima di una nazione è stata strappata via e sta iniziando una lenta decadenza”. Non contano Woodstock, Altamont, i Beatles che arrivano cantando “I Want to Hold Your Hand”, le tante icone americane disseminate lungo la strada. Conta che con l’assassinio di chi poteva condurre la nazione verso una nuova frontiera è iniziata la lenta decadenza di un paese. Ecco quindi che, quando scoppia la pandemia e uno si chiede “ma dove eravamo rimasti?”, la risposta è che forse siamo ancora dentro quella decadenza. Lo dimostra anche l’odio razziale, che Kennedy tentò di combattere, e che adesso riemerge più forte di prima.

 

Non credo che tutti gli elettori americani andando a votare il prossimo 3 novembre penseranno all’assassinio di Kennedy e all’album di Dylan. Ma l’elezione di un Presidente così importante per il mondo intero dovrebbe indurre qualche riflessione sulla rotta “accidentata e turbolenta” che con Trump gli Stati Uniti stanno seguendo. Bob Dylan – che proprio nel 1963 pubblicava “The Freewheelin’”, l’album con “Blowin’ in the Wind”, “Masters of War”, “A Hard Rain’s a-Gonna Fall” – è tornato alle origini per ricordarci che ancora non sono stati fatti i conti con un assassinio avvenuto cinquantasette anni fa.

 

Attilio Pasetto

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