lunedì, 20 Gennaio, 2020

“L’ombrello” americano fa acqua

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Il 3 gennaio 2020, un raid americano ha ucciso a Bagdad l’inviato di Teheran agli affari iracheni, il potente generale Qassem Soleimani e un leader filoiraniano. Da allora, la tensione non è diminuita tra l’Iran e gli Stati Uniti. Una situazione delicata per gli alleati europei. Ufficialmente, nessuna capitale europea ha formalmente condannato l’azione americana, ma neppure sostenuta. La dichiarazione congiunta rilasciata da Emmanuel Macron, Angela Merkel e Boris Johnson esorta alla “de-escalation”: i leader europei vogliono evitare qualsiasi dinamica di ritorsione che minerebbe definitivamente le possibilità di mantenere in vita l’accordo sul programma nucleare iraniano firmato a Vienna nel 2015 e lo sforzo congiunto quinquennale in Irak per contrastare Daesh e le reti terroristiche. La maggior parte dei diplomatici oggi rifiuta di discutere pubblicamente le relazioni all’interno della coalizione anti-jihadista guidata da Washington.

Alla mancanza di un’effettiva strategia da parte di Washington l’amministrazione Usa ha aggiunto confusione con dichiarazioni contraddittorie. Il rapido annuncio del Pentagono di un’imminente partenza delle truppe statunitensi dal territorio iracheno ha sbalordito gli alleati occidentali, notizia poi smentita dal ministro alla Difesa americano. Dopo sedici anni di presenza in Irak, sarebbe stato il miglior regalo per gli Iraniani i quali, dopo il rovesciamento di Saddam Hussein per intervento dell’amministrazione Bush nel 2003, furono in grado di sfruttare tutte le debolezze del sistema americano. Questa partenza avrebbe messo inoltre in estrema difficoltà i contingenti europei presenti sul posto (un migliaio di soldati francesi, molti italiani, 400 britannici, ecc.). All’interno della coalizione anti- Daesh, i Francesi hanno un urgente bisogno di mantenere una presenza in Irak e la collaborazione con il governo di Baghdad sulla questione altamente delicata dei jihadisti francesi di Daesh. Se il segretario di Stato americano Mike Pompeo non ha esitato ad affermare che “gli europei non erano così utili come sperava”, ha però difficoltà, a livello diplomatico e militare, a far accettare la direttiva di Trump sull’uccisione di Soleimani. Un funzionario dei servizi di sicurezza iracheni ha assicurato: “gli iracheni sono nel bel mezzo di una crisi di fiducia e hanno quasi smesso di parlare con gli americani”.

Per il nuovo governo di Boris Johnson, la crisi iraniano-americana costringe Londra a definire una posizione sostenibile sul piano strategico. Come ha detto Sir Nicholas Soames, nipote di Winston Churchill, a “The Times” martedì scorso: “Stiamo lasciando l’Unione Europea ma abbiamo bisogno di alleati, partner e amici. Non si tratta tanto di combattere una guerra quanto di realizzare un rapporto diplomatico molto complesso”. Per più di 48 ore, il governo di Londra è stato letteralmente muto. Sulla “relazione speciale” che unisce Londra e Washington, Boris Johnson ha avuto un’ottima ragione per tacere: l’ambasciata britannica a Baghdad si trova nella famosa zona verde, molto vicino all’ambasciata Usa, dipendente dalla sicurezza americana e allo stesso tempo esposta alle rappresaglie militari dopo l’assassinio di Soleimani. Il primo ministro britannico non ha alcun desiderio di allinearsi con il fratello maggiore americano come Tony Blair nel 2003 con George W. Bush. Allineamento da cui il leader del “New Labour” non si è mai ripreso politicamente. Pertanto si comprende meglio la partecipazione attiva di Londra alla pubblicazione di una dichiarazione congiunta con Parigi e Berlino in cui si chiede la “de-escalation” e in cui non si fa alcuna menzione esplicita all’alleato statunitense.

I ministri degli Esteri di 28 membri dell’UE hanno previsto riunioni a Bruxelles per adottare una posizione comune sul Medio Oriente. Tre capitali europee hanno già un ruolo di primo piano dovuto alla loro partecipazione ai già citati negoziati sul programma nucleare iraniano: Parigi, Londra e Berlino. Si sta creando un asse strategico duraturo tra Francia, Regno Unito e Germania? È presto per dirlo, ma l’ipotesi non è del tutto inverosimile. Ciò non è sufficiente a rendere l’Unione europea un’autentica potenza militare e strategica, ma aiuta a uscire dall’età dell’innocenza che perdura dalla fine della seconda guerra mondiale. “L’ombrello” americano fa acqua e la sovranità europea potrebbe rapidamente diventare una necessità, soprattutto se Donald Trump dovesse vincere le elezioni di novembre.

La crisi iraniana ha in qualche modo oscurato un’altra crisi, altrettanto inquietante per gli europei, quella dell’internazionalizzazione del conflitto in Libia. La posta in gioco nel Mediterraneo orientale spiega l’interventismo turco a sostegno del governo di Tripoli, mentre la Russia sostiene il generale Haftar e la sua offensiva contro la capitale. Tuttavia i due Paesi che in Libia hanno impegnato soldati dalla parte turca e paramilitari dalla parte russa, si sono presentati con una dichiarazione comune come “intermediari” per porre fine alle ostilità, e hanno confermato il loro sostegno all’organizzazione di una conferenza internazionale sulla Libia sotto l’egida delle Nazioni Unite, prevista per gennaio a Berlino. Ankara e Mosca auspicano di negoziare i termini di una soluzione del conflitto e quindi di affermarsi come “operatori di pace”. Ciò potrebbe includere la creazione di un meccanismo simile agli accordi di Astana (Kazakhstan) creato da Turchia, Russia e Iran per cercare di trovare una soluzione politica in Siria. L’8 gennaio Vladimir Putin ha incontrato il suo omologo Erdogan a Istanbul per l’inaugurazione del gasdotto turco-russo “TurkStream”. 1100 km, 15,75 miliardi di metri cubi di gas trasportati nell’Europa meridionale e nei Balcani. Una manna per il gigante russo Gazprom e il Botas turco. Per Erdogan, questo è solo l’inizio, lo scorso novembre, ha firmato un accordo con la Libia, senza un’effettiva base giuridica, in cambio del sostegno militare al fragile capo del governo libico, riconosciuto dalle Nazioni Unite ma che controlla a malapena la capitale. Questo accordo molto controverso consente alla Turchia di accedere a vaste aree
marittime rivendicate da Grecia e Cipro che sono ricche di gas che Ankara intende sfruttare grazie alla perforazione offshore. Un enorme deposito di gas di 50 trilioni di metri cubi e riserve di petrolio stimate in oltre 1,5 miliardi di barili.

A Istanbul, i presidenti Vladimir Putin e Recep Erdogan hanno chiesto un cessate il fuoco il 12 gennaio a mezzanotte in Libia. In un comunicato stampa, Ahmad al- Mesmari, portavoce del maresciallo Khalifa Haftar, ha annunciato che l’iniziativa del presidente Vladimir Putin è stata apprezzata ma che l’appello lanciato dai presidenti russo e turco è stato respinto, quindi i combattimenti sarebbero continuati fino alla liberazione di Tripoli da parte delle sue “forze armate contro gruppi terroristici” che hanno sequestrato la capitale. Sul campo di battaglia libico l’Italia non ha soldati, ma il petrolio della Tripolitania è sfruttato dall’ENI, da qui la sua naturale vicinanza alle autorità di Tripoli, che tengono sotto controllo, nonostante la guerra, l’esportazione di oro nero. La Francia è vicino al maresciallo Haftar, che si presenta come baluardo contro i gruppi terroristici, le sue truppe includono miliziani che affermano di essere salafiti discendenti di un predicatore saudita, fondatore della corrente di Madkhali, avverso ai Fratelli Musulmani, al-Qaeda e a Daesh. Francesi e Italiani avrebbero fatto meglio ad anticipare questo scenario lavorando insieme, invece di polemizzare e mettersi su posizioni di rivalità. È ancora possibile, anche se più difficoltoso, trovare una via d’intesa nell’ambito sia degli interessi nazionali, sia europei. Culla di più civiltà, luogo d’incontro privilegiato, il Mediterraneo è sempre stato una zona di conflitti. Il mio defunto consorte, Luigi Cavallo, annotava nel 1979: “forse su queste rive, piuttosto che nel cuore della Foresta della Turingia o del Grande Nord, nei prossimi anni si giocherà la sorte dell’Europa”.

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