martedì, 22 Ottobre, 2019

L’ora di scegliere tra cosa è giusto e cosa è facile

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Ieri sera, alle 20:55, sull’HuffingtonPost è comparso un articolo a firma di Alessandro De Angelis. Detto articolo riferisce, e cito testualmente, che “Fonti degne di questo nome raccontano che Matteo Renzi […] ha comunicato attraverso i suoi canali diplomatici la sua disponibilità ad una soluzione che preveda un accordo tra PD e Cinque stelle”.

Non è chiaro se l’articolo poggi sull’asserzione di Salvini, appunto di ieri, in cui il leader leghista (che continua a sfruttare i mezzi a disposizione del ministero dell’interno per proseguire con la sua propaganda politica) afferma che un governo fatto da Di Maio e Renzi sarebbe un insulto alla democrazia. O se lo stesso articolo, volutamente, non tenga in considerazione tanto le smentite di Di Maio e del Movimento 5 Stelle tanto quelle del segretario dem Zingaretti. Certo è che qualcosa si muove. Qualcosa si muove e questo non piace a Salvini.

La sua scelta, squisitamente politica, di giovedì scorso ha fatto precipitare piazza affari ieri, facendo impennare nuovamente il differenziale tra titoli di stato italiani e titoli di stato tedeschi. Ed è questa l’ora in cui, più d’ogni altra, l’Italia ha bisogno della guida saggia del presidente della Repubblica. E giusto per citare un grandissimo presidente della Repubblica, il nostro Sandro Pertini, “Se c’è qualcuno che usa la politica per fare i suoi sporchi interessi deve essere denunciato”. Questo è quello che il presidente del consiglio Giuseppe Conte ha fatto, pur sempre in maniera garbata, con la sua conferenza dell’altro ieri allorquando dichiarò, senza tema di smentita, che Salvini ha scelto di porre fine all’esperienza di governo per tornare alle urne e cercare di capitalizzare i consensi di cui attualmente risulterebbe la sua forza investita.

La forza ad oggi elettoralmente più forte vuole tornare alle urne non per rispetto del mandato elettorale ma per far un sol boccone delle istituzioni del paese. Ciò non è né decoroso né dignitoso né rispettoso. La scelta, in ogni caso, rimane di comodo e molto furba. Nella finanziaria prossima sarà necessario reperire oltre 100 miliardi di euro per evitare le clausole di salvaguardia: 29 miliardi per evitare l’innalzamento dell’aliquota ordinaria dell’Iva al 25,6%, altri 21 miliardi per mantenere l’aliquota Iva ridotta del 15% per determinate categorie e per ricavi annui inferiori a 65.000 euro, oltre 35 miliardi per finanziare la Flat Tax, 18 miliardi per mantenere il reddito di cittadinanza e per finanziare i contratti dei famigerati “navigators” assunti. Gli importi, ovviamente, salgono se si pensa ad altre promesse fatte da Salvini, come il taglio delle accise.

Salvini, ancora una volta, ha effettuato una scelta squisitamente di comodo: se infatti i Cinque stelle governeranno il paese con un’altra maggioranza, nel pieno rispetto della volontà dell’elettorato espressa col voto delle ultime politiche, o se alle eventuali prossime elezioni non dovesse vincere, le responsabilità delle scelte potenzialmente impopolari in campo economico ricadrebbe sul Movimento 5 Stelle; se, invece, andando alle elezioni dovesse vincere, la colpa delle scelte finanziarie diventerebbe dell’Unione Europea brutta e cattiva. Insomma: in un caso o in un altro cadrebbe in piedi. Solo che, in caso di formazione di nuovo esecutivo, non avrebbe più il ministero dell’interno, da lui utilizzato come volano per una perpetua campagna elettorale. E questo potrebbe essere dunque un punto critico per il segretario leghista.

Porte non sbarrate, dunque, parrebbero quelle ad una collaborazione tra frange del centrosinistra e pentastellati. Possibile una soluzione analoga a quella proposta da Pierluigi Bersani nelle consultazioni del 2013, per quello che egli stesso definì (prima ancora dei grillini) un governo per il cambiamento legato ad alcuni punti comuni dei programmi. Rimane il nodo gordiano delle posizioni delle due forze principali, ovvero il movimento grillino ed il PD: Di Maio e Zingaretti, ciascuno per la propria parte, hanno già precluso a qualsiasi collaborazione. Dall’altro lato, tuttavia, pentastellati come Fico, esponenti del PD come Martina e Franceschini (e, secondo De Angelis dell’Huffington Post, persino Renzi), i dissidenti 5stelle, esponenti di Mdp come Bersani ed alcuni esponenti del resto della sinistra parlamentare (e non solo) starebbero lavorando sotto traccia per trovare un terreno d’intesa su alcuni punti programmatici prima di tornare alle urne.

Questa opzione, legittima in una repubblica parlamentare (con buona pace di Salvini che invoca il volere popolare solo perché gli fa comodo) potrebbe togliergli da un lato uno strumento mediatico e di campagna elettorale immenso, e cioè il ministero dell’interno, e farebbe rimanere il nudo e crudo Salvini: quello che ha partecipato al 2% delle sedute parlamentari; quello che ha risposto ad una sola interrogazione parlamentare tra le tante formulategli; l’assenteista cronico (così è noto già nel Parlamento europeo); il politico che per convenienza politica ha, dal 1992 ad oggi, cambiato atteggiamento e posizioni una trentina di volte su una dozzina di temi, diventando uno dei più degni eredi del trasformismo politico; quello che ha definito la liberazione d’Italia e la sua festa celebrativa una lite tra fascisti e comunisti; quello che ha disertato maggiormente i suoi impegni al Viminale (da giugno 2018 a gennaio 2019 17 giorni di presenza registrati, tra febbraio e luglio 2019 circa una settimana al mese di lavoro) ed a Palazzo Chigi (assente a due consigli dei ministri su tre, secondo alcune fonti). Un Salvini che, in maniera fortuita (voglio sperare), fa delle dichiarazioni analoghe a quelle fatte innanzi alla Camera dei Deputati il 16 novembre 1922 dal presidente del consiglio Benito Mussolini.

Per fare una citazione cara alla mia generazione ed a quelle dei millennials, giunge il momento di scegliere tra ciò che è giusto e ciò che è facile. È facile, per il centrosinistra, andare ora alle elezioni per tornare ad essere la seconda forza del paese come corpo unico. Ma è la scelta giusta? Il tornaconto elettorale immediato, cioè ciò che vuole il politico, si coniuga con l’interesse del paese e delle prossime generazioni, che è il desiderio dello statista? È questo il momento opportuno per interrogarsi se per qualche scranno in più in Parlamento per l’intero centrosinistra sia opportuno e giusto dare il paese in mano a chi farà di tutto per rimanere al vertice e non mollare più il colpo per gli anni a venire, cercando tutti i modi (formalmente leciti) per annientare la “concorrenza”.

A nulla, a quel punto, servirà la soggezione alla legge di chi ci rappresenta. Lo sappiamo e l’abbiamo visto in questi anni: se una legge è contraria a chi governa, viene cambiata la legge. A quel punto, chi è investito dal volere popolare è nella posizione di poter far dello Stato la propria meretrice, di poter agire in ragione dell’assunto “L’ État c’est moi”. E questo, se realmente siamo di sinistra, non possiamo né tollerarlo né permetterlo.

Una sinistra che sappia di dover dialogare è il primo passo. Se lo farà, probabilmente la storia perdonerà alla sinistra l’aver governato con Berlusconi (prima), Alfano e Verdini (poi) per una intera legislatura. Nel 2013 (e poi di nuovo nel 2014 e nel 2016) la sinistra scese a patti col diavolo e coi suoi demoni fuggiaschi: nulla di male ci sarebbe, ora, nello scendere a patti con la forza che ha ricevuto il voto dalla disperazione di un popolo che non si riconosceva più nei partiti “tradizionali”, sordi ed indolenti al grido d’angoscia lanciato dalla propria terra e dal proprio popolo.

 

Il compagno Mattia G. M. Carramusa

Federazione dei Giovani Socialisti – Palermo

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