mercoledì, 16 Ottobre, 2019

L’ombra lunga di Lucio Fontana e le tracce non cancellate

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Aosta – Gli studi sul dinamismo di Lucio Fontana sono esposti nel corridoio di ingresso del secondo piano del Museo Archeologico Regionale. L’evoluzione dello stile dell’artista argentino è raccontato attraverso un percorso espositivo che si snoda in diverse sale. L’esposizione intende evidenziare, in un periodo compreso tra la fine degli anni quaranta e il 1968, quelle tematiche che più hanno rappresentato un nuovo modo di concepire l’arte di Lucio Fontana partendo da un corpus rilevante di circa trenta opere dell’artista, tra tele, ceramiche e carte.  La mostra è cura di Giovanni Granzotto e Leonardo Conti, promossa dall’Assessorato Turismo, Sport, Commercio, Agricoltura e Beni culturali della Regione Autonoma Valle D’Aosta.

Si parte dagli schizzi e disegni che documentano gli interessi del pittore per il Futurismo italiano, in particolare per Umberto Boccioni che creò una frattura stilistica nel linguaggio pittorico italiano.
Lo spazialismo che aveva incominciato a teorizzato in Sud America trova a Firenze, dopo il 1947, è accolto da un gruppo di intellettuali. Il “Manifesto bianco”, scritto da Lucio Fontana e dai suoi seguaci, raccoglie i principi teorici sul cambiamento della forma estetica dell’opera d’arte per creare un accordo tra le esigenze dello spirito nuovo. Il sodalizio con il gallerista Carlo Cardazzo porterà alla nascita del “Manifesto tecnico dello spazialismo”. Col dominio dello spazio l’uomo costruisce la prima architettura dell’Era Spaziale-l ‘aeroplano. Movimento, colore, tempo, e spazio i concetti della nuova arte saranno sviluppati da Lucio Fontana nelle opere pittoriche e nella scultura. Egli “distrugge la pittura: distende il colore sulla tela e poi la fende con uno o più tagli rapidi e netto come rasoiate” (G. Argan).

L’opera Il fiore (o Concetto spaziale) del 1952 introduce il movimento: un fiore costituito da lamelle di ferro verniciato di giallo con una serie di buchi ordinati e in movimento tra di loro che ritroviamo in alcuni lavori all’inizio del percorso espositivo. Il metallo gli permise di sviluppare alcuni lavori sul cinematismo e sulla spazialità. Le opere in giallo sia su tela, sia su carta rappresentano in punto di arrivo – in due momenti diversi – della ricerca di Lucio Fontana sul movimento.

In mostra ci sono anche alcune opere che richiamano l’istallazione del 1951 Struttura al neon per la IX Triennale di Milano: i rossi e gli effetti di contrasto tra bianco e nero di Edmondo Bacchi così come i giochi di colore di Tancredi sono ispirati all’opera di Lucio Fontana. Un cenno particolare va fatto per il lavoro di Roberto Crippa dal titolo “Spirali” che ha creato due opere speculari realizzate con materiali diversi.
Fontana, inoltre, sperimenta insieme con gli architetti Baldessari e Grisotti effetti cromatici che possano riprodurre il movimento attraverso una torcia elettrica oppure per mezzo di uno schizzo su carta (come si può vedere da alcuni disegni preparatori simile ai tracciati spiraliformi di Hans Hartung.
L’interesse per il lavoro di Lucio Fontana si concretizza verso nuove ricerche che rappresentano la tendenza a una costante e innovativa riformulazione della pittura, sia in seno alle tecniche, sia al superamento dei limiti tradizionali dell’opera, reali o metaforici. Osservano di curatori della mostra che le temperie fontaniana, declinate “in ambiti pittorici soprattutto dallo spazialismo veneziano, rappresentino un orizzonte per le progressive trasformazioni e slittamenti che le esperienze artistiche hanno operato, sino al contemporaneo, all’interno di una persistenza della pittura”.

Molto intense sono state le fascinazioni di fontana nella galleria Azimut fondata da Piero Manzoni e Enrico Castellani. L’attività di questo periodo è documentata dalla presenza di artisti che frequentarono la stessa galleria di Fontana: Agostino Bonalumi, Dodamaino, Paolo Scheggi, Alberto Biasi, Gianni Colombo, Turi Simeti, Remo Bianco, Ben Ormenese, Umberto Mariani, Paolo Radi.

Negli anni ’50 realizzerà, inoltre, una serie di opere sempre più rappresentative del pensiero informale. La serie delle Pietre, la serie dei barocchi e quella dei gessi. Nell’ultima sezione della mostra, si trovano esposte delle ceramiche barocche che richiamano la tradizionale italiana. Gli effetti di luce e ombra, prodotti dalle paste vitree, rendono molto l’effetto plastico dei soggetti realizzati. Il crocefisso modellato con paste bianche ocra ha un vero e proprio stile barocco: esso rappresenta la forza e al contempo la leggerezza della condotta morale che ogni cristiano dovrebbe tenere nella vita.
Fontana apre un varco verso una ricerca di infinito, di spazio, di spiritualità che ritroveremo anche nelle sperimentazioni di Kandinskij, Pollock, Yves Klein e da Rothcko.

La mostra è corredata da un catalogo bilingue italiano-francese contenente i testi critici di Giovanni Granzotto, Leonardo Conti, Daria Jorioz, Stefano Cecchetto, Dino Marangon e Mattia Pivato, edito da De Bastiani Editore.

Orari: tutti i giorni 9-19.

Andrea Carnevali

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