mercoledì, 30 Settembre, 2020

Luigi Iorio
L’ascensore è rotto. Serve approccio socialista

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Secondo il rapporto annuale dell’Istat, l’ascensore sociale in Italia continuerà a scendere anziché a salire. I nostri figli sono destinati, mediamente, a svolgere lavori meno gratificanti e a guadagnare meno dei loro genitori. Disuguaglianze che fotografano una società in declino e che a seguito del “Covid19” rischiano di acuirsi, allargando ulteriormente i divari già esistenti.

Inoltre sempre secondo l’Istat (ultimo Report sui livelli di istruzione in Italia), nel 2019 i giovani inoccupati e non in formazione erano il 22,2% della fascia tra i 15 e i 29 anni. Quasi dieci punti percentuali in più rispetto alla media Ue e nonostante ciò il nostro Paese continua a non offrire le giuste opportunità per riequilibrare una condizione di partenza già svantaggiata delle nuove generazioni, una situazione che perdura da decenni come evidenziato anche dalla Banca d’Italia.

Non è un caso che, anche in queste settimane, il mercato del lavoro continua a restringersi o che la maggior parte delle nostre imprese taglierebbe risorse lavorative soprattutto tra i più giovani e le donne.

Cosa fare, allora, per riequilibrare una differenza sempre maggiore di redditi che divide intere generazioni?

In primo luogo, ripartire dal principio di “uguaglianza”, uno dei cardini del dettato costituzionale. L’articolo 3 co. 2 della nostra Carta stabilisce che: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. In tutti i paesi occidentali, infatti, nella prima metà del ’900 ed in Italia soprattutto negli anni del boom economico, la mobilità sociale è stata elevatissima grazie anche al diffondersi dell’istruzione tra i ceti più popolari e alla crescita esponenziale dell’offerta di lavoro.

Le statistiche degli ultimi anni riguardanti l’accesso alle professioni e al mondo del lavoro diffuso, offrono invece preoccupanti spunti di riflessione che evidenziano come ormai solo pochi giovani dichiarano di aver migliorato il proprio status sociale se comparato a quello della propria famiglia d’origine.

Dalle indagini sociali promosse, nel primo decennio del 2000, dal Ministero del Lavoro, emergeva come il 43.9 per cento dei padri architetti avesse un figlio laureato in architettura, il 42 per cento di quelli laureati in giurisprudenza un figlio col medesimo titolo di studio, così come il 40.8 per cento dei farmacisti; percentuali simili si registravano anche tra le categorie di ingegneri e medici.

Oggi, a distanza di un decennio, la situazione è ulteriormente peggiorata. Lo Stato ha fatto ben poco per abbattere alcune barriere come precondizione al merito e all’inclusione e quella che negli anni Novanta è stata raccontata come una società delle opportunità, flessibile, mobile, dinamica dal punto di vista sociale ed economico si è trasformata oggi in una società rigida.

Non è un caso che il nostro Paese sia il più gerontocratico in tutti i settori della vita pubblica, nel mondo delle professioni, nelle università, nell’imprenditoria, nella pubblica amministrazione e che i cognomi nei settori strategici della nostra società siano quasi sempre gli stessi, come se il contesto in cui un individuo nasce o lo status familiare d’appartenenza siano garanzia per il futuro, un riparo per ogni tipo di difficoltà.

Una società ad alta mobilità è invece garanzia di sviluppo. Per questo abbiamo bisogno di trovare percorsi che possano ampliare, in primo luogo, l’uguaglianza di opportunità e una maggiore crescita economica.

E per produrre crescita ci vogliono investimenti in ricerca e innovazione e un nuovo modello di società che riparta dalla scuola pubblica e da un sistema universitario meno gravoso per le famiglie poco abbienti. Maggiori investimenti pubblici, partnership con privati in settori strategici per combattere la crisi industriale e maggiore sostegno per il Sud. Come affermava Pietro Nenni: “il socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro”. Questo è il compito di un Paese moderno che guarda al futuro.

Luigi Iorio

(Huffingtonpost)

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