venerdì, 4 Dicembre, 2020

L’ultimo discorso di Liliana Segre a Rondine

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Ospite di Fabio Fazio su RAI 2 aveva detto: “Ho deciso che farò solo un altro incontro pubblico, dopo trent’anni che vado nelle scuole”. Liliana Segre aveva 13 anni nel ‘43 quando fu deportata ad Auschwitz. Sopravvissuta all’Olocausto, senatrice a vita della Repubblica, questa mattina ha passato il testimone laico e sacro della memoria ai giovani. Lo ha fatto nell’ultimo incontro pubblico che aveva promesso, con gli studenti di più di duemila scuole italiane che hanno seguito in diretta streaming la sua testimonianza dalla Cittadella della pace di Rondine, borgo incantato in provincia di Arezzo. Qui l’hanno attesa i presidenti di Senato e Camera, il presidente del Consiglio, i giovani dello Studentato di Rondine e il suo fondatore Franco Vaccari. Accolta dal saluto in collegamento esterno del presidente del Parlamento europeo e, in presenza, come l’epidemia di Covid-19 ci obbliga a distinguere, da Ferruccio De Bortoli presidente della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano.
Non se la sente più Liliana Segre di continuare ad essere, come disse una volta, la nonna di se stessa bambina sopravvissuta all’orrore, la nonna che ne ha raccontato la vita interrotta un giorno del settembre 1938 quando per effetto delle leggi razziali fu espulsa dalla scuola perché ebrea, quel giorno che le fece scoprire di essere “l’altra”.
Sono dure le parole che pronuncia raccontando l’egoismo dei carnefici e quello delle vittime prigioniere della speranza, incredule che quel che accadeva potesse davvero accadere. Speranza, poi, di sopravvivere mentre tutto intorno nel campo di sterminio, e anche dentro di sé, l’umanità cadeva a pezzi, fino a impedire, per la paura, di rivolgere un’ultima parola o un ultimo sguardo all’amica delle giornate di lavoro da schiave, selezionata per il gas, divenuta ormai inabile perché una macchina da lavoro le aveva tranciato due dita. A Janine, all’adolescente che continua a vivere nella memoria di Liliana Segre, la Cittadella della pace di Rondine ha dedicato uno spazio fisico e simbolico segnato da un cancello dipinto sul pavimento. Qui si capisce che è la relazione umana a unire questa donna a questo luogo, dove arrivano giovani dalle parti in conflitto del mondo per vivere amici-nemici il conflitto e imparare a superarlo: hutu e tutsi, russi e ucraini, israeliani e palestinesi, e tanti altri. Torneranno come leader di pace nei loro Paesi.
La testimonianza mette in fila le immagini che le parole trasmettono, quasi reportage fotografico, della marcia della morte insieme con le SS in fuga per l’avvicinarsi delle truppe sovietiche al lager nel gennaio 1945. È sopravvissuta anche a quella Liliana Segre che invita i giovani a scoprire in se stessi l’energia della vita che spinge a proseguire il cammino, sempre, anche nelle condizioni più difficili.
“Mi chiedono spesso se ho perdonato” conclude: “No, non posso perdonare”. Il passaggio di testimone è avvenuto, nell’emozione necessaria a consegnarlo perché, è vero, bisogna essere lucidi per capire e decidere di opporsi ogni volta al razzismo e alla sopraffazione, ma bisogna essere appassionati per trasformare il racconto in esperienza, custodirlo nella coscienza e non farlo morire.

Claudio Rocco

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