venerdì, 20 Settembre, 2019

L’uscita anticipata dal lavoro non aiuta l’occupazione

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Inps
ASSENZA A VISITA MEDICA
Come noto i lavoratori assenti per malattia hanno l’obbligo di essere reperibili negli orari delle visite fiscali. Nel dettaglio, sia i lavoratori del comparto pubblico che privato – per i quali le visite fiscali dopo la riforma Madia sono di competenza del Polo Unico Inps – devono farsi trovare al domicilio indicato nel certificato negli orari previsti, così da essere a disposizione del medico inviato dall’Istituto per l’accertamento dello stato di malattia. L’obbligo di reperibilità vale per tutti i giorni della settimana – anche nei festivi e nelle domeniche se compresi nel periodo di assenza dal lavoro – e nelle seguenti fasce orarie: 9-13 e 15-18 per i dipendenti del pubblico impiego, 10-12 e 17-19 per quelli del settore privato. Inoltre, così come disposto dal Decreto Madia, le visite fiscali possono essere anche ripetute nello stesso periodo di malattia. Rispettare l’obbligo di reperibilità è di fondamentale importanza per il lavoratore, poiché in caso di assenza alla visita fiscale scattano delle sanzioni severe. Nello specifico, in caso di mancata reperibilità il lavoratore perde il diritto all’indennità economica di malattia per i primi 10 giorni di assenza; dal 10° giorno, in poi, invece, questa viene dimezzata. Dalla data della terza assenza alla visita di controllo non giustificata, si perde il diritto all’intero trattamento numerario per tutto il periodo della malattia. Tuttavia il dipendente anche in caso di assenza può evitare la sanzione dimostrando, entro 15 giorni, che rientrava in uno dei casi di esenzione riconosciuti dalla legge. Ad esempio, è considerato motivo di esenzione il doversi sottoporre ad una terapia salvavita o a degli accertamenti specialistici, oppure il doversi recare in farmacia (qualora non ci sia nessuno a farlo per conto vostro).
Va, per ogni opportunità, ricordato, al riguardo, che le sanzioni possono essere ancora più severe nell’ipotesi di assenza reiterata; in relazione alla gravità del caso, infatti, il mancato rispetto in più di un’occasione dell’obbligo di reperibilità può portare al licenziamento per giusta causa del lavoratore.

Serve personale qualificato
LAVORO: POCHI NUOVI INGRESSI CON USCITA ANTICIPATA
Per le professioni più qualificate, come i dirigenti, i tecnici specializzati, gli operatori scientifici, i militari (tanto per citarne qualcuna), l’uscita anticipata dal lavoro dei più anziani non favorisce l’ingresso di giovani nel mercato del lavoro. È quanto messo in luce dal rapporto elaborato di recente dall’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro che ha tentato di rispondere ad alcune domande come “Anticipando il pensionamento dei lavoratori anziani si può ridurre la disoccupazione giovanile? E in quali settori?”.
La sostituibilità tra pensionati e giovani alla prima esperienza lavorativa è strettamente correlata alla professione che svolgono e al comparto economico nel quale lavorano. Non necessariamente, quindi, affermano i consulenti del lavoro, politiche di pensionamento anticipato si traducono in maggiore occupazione giovanile, specie in un mercato del lavoro rigido e poco flessibile come quello nostrano. E mentre per le attività poco qualificati il ricambio occupazionale è quasi assoluto e anche più economico, per i lavori qualificati non è così. La ricerca entra infatti nel dettaglio delle professioni ‘sostituibili’ e ‘non sostituibili’. Ad esempio, si registra un saldo negativo tra l’ingresso nel mondo del lavoro di giovani alla prima esperienza lavorativa e pensionati per quanto attiene legislatori, imprenditori e alta dirigenza (-48 mila), professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione (-48 mila), per impiegati (-27 mila), conduttori di impianti, operai di macchinari fissi e mobili e conducenti di veicoli (-45 mila) e per i militari (-3 mila).
Dunque, solo una parte dei posti dei pensionati è stata sostituita dai giovani alla prima esperienza lavorativa, in quanto la restante è stata affidata a lavoratori meno giovani, adulti con maggiore esperienza oppure non è stata avvicendata affatto.
Tra le professioni, invece, dove si osserva il maggiore ricambio occupazionale ci sono innanzitutto quelle inerenti le attività commerciali e i servizi (+358 mila), a testimonianza della vocazione terziaria del nostro Paese. Un barista o un commesso può essere sostituito con un lavoratore di qualsiasi età, ma se è giovane costa meno. Non sembrano presentarsi difficoltà di ricambio occupazionale difatti per le professioni esecutive relative all’accoglienza nei settori del turismo (+9 mila).
L’esame delle professioni tecniche, poi, mostra un basso ricambio occupazionale e un saldo negativo in mestieri come tecnici del lavoro bancario (-2 mila) e segretari amministrativi, archivisti e tecnici degli affari generali (meno di mille unità), “probabilmente causato – spiega l’Osservatorio dei consulenti del Lavoro – da fattori esogeni come la quarta rivoluzione industriale, che con la diffusione dei servizi bancari e di pagamento on-line ha determinato la chiusura degli sportelli e la drastica riduzione del personale amministrativo”.
Non si presentano, viceversa, difficoltà di ricambio generazionale in professioni come quelle di programmatori (+11 mila), disegnatori industriali (+9 mila), esperti in applicazioni informatiche (+7 mila), ma anche in professioni più tradizionali ma in espansione come i tecnici di vendita e distribuzione (+7 mila) e in professioni sanitarie riabilitative (+5 mila) come fisioterapisti, podologi, ortottisti e terapisti della riabilitazione psichiatrica.
Il rapporto si focalizza, inoltre, sul livello d’istruzione degli anziani pensionati, nettamente inferiore a quello dei giovani alla prima esperienza di lavoro: oltre la metà dei pensionati (51,1%) ha conseguito al massimo la licenza media (il 18% al massimo la licenza elementare), un terzo è diplomato (34%) e solo il 14,9% è laureato. La quota con titolo terziario tra i giovani (26,5%) è superiore di 12 punti percentuali a quella degli anziani, oltre la metà è diplomato (53,9%) e il 19,7% ha conseguito al massimo la licenza media. Il differente livello d’istruzione e di esperienza lavorativa, le diverse attitudini verso la tecnologia e le competenze trasversali maturate non consentono di prevedere che la diminuzione dell’età pensionabile porti all’assunzione di giovani, perché più probabilmente si assumeranno lavoratori adulti che hanno le stesse caratteristiche e skill di quelli che devono essere sostituiti.
“Misure di uscita anticipata dal mercato del lavoro non sempre producono gli effetti sperati. Spesso accade il contrario, soprattutto nel settore privato” ha sottolineato il presidente della Fondazione Studi consulenti del lavoro, Rosario De Luca, commentando i risultati dell’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro. “Le imprese – ha precisato De Luca – potrebbero sfruttare i prepensionamenti come strumento di gestione delle ristrutturazioni aziendali per ridurre il personale, più che per il ricambio generazionale. Così, come avevamo annunciato già a marzo, nel 2019 per effetto di Quota 100 un giovane su tre pensionati farà ingresso nel mondo del lavoro (circa 116 mila ragazzi under 30) in virtù di quei 314 mila richiedenti accesso al prepensionamento, stimati nella fase di avvio della misura”. “Ipotizzando, infatti, tassi differenziati per fondo previdenziale la percentuale di turnover ipotizzata è pari al 37%”, ha concluso De Luca.

Naddeo (Aran)
ETA’ MEDIA STATALI 55 ANNI IN 2017, CON ASSUNZIONI SCENDERA’
L’età media dei dipendenti pubblici statali continua ad aumentare, in 16 anni è cresciuta di 10 anni. “Nel 2001 l’età media dei dipendenti pubblici dei ministeri era di 45 anni, a distanza di 16 anni, nel 2017, è arrivata a 55 anni”. Ad affermarlo all’Adnkronos è stato il neo presidente dell’Aran Antonio Naddeo, anticipando il report semestrale dell’Agenzia che è stato recentemente pubblicato sul sito dell’Aran.
“Proprio per effetto del blocco delle assunzioni non c’è stato un turn over che potesse consentire il mantenimento di un giusto rapporto tra giovani e anziani – ha spiegato Naddeo – al contrario il personale della pa si è invecchiato. Ma con quota 100 e con la politica del ministro della Pubblica amministrazione Giulia Bongiorno che ha voluto riattivare le assunzioni ci potranno essere benefici perché con l’accelerazione alle uscite e le nuove assunzioni si potrà abbassare l’età media e ristabilire un giusto rapporto”. Quanto a uno svuotamento degli uffici, paventato da molti osservatori, che si potrebbe determinare con quota 100 Naddeo ha osservato che “alcuni settori possono essere più a rischio di altri, nella scuola ad esempio e nella sanità dove è più facile trovare persone che per il tipo di attività che svolgono, sono più incentivate di altre ad andare in pensione”. “La cosa ottimale – ha concluso – è prevedere un turn over ordinario (1 entra e 1 esce), quello che si prospetta, che superi finalmente la fase straordinaria del blocco delle assunzioni e faccia entrare giovani con competenze specifiche negli uffici pubblici”.

Carlo Pareto

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