martedì, 18 Febbraio, 2020

Ma in Italia sarebbe possibile l’alleanza Vendola-Meloni?

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Tsipras ha vinto e tutti gli italiani sono diventati suoi estimatori. Succede. Agli italiani piace stare con i vincitori. Anche durante le due guerre cambiarono le loro alleanze. Soprattutto adesso che la politica, almeno come l’abbiamo conosciuta noi, è svanita in una contesa per il potere, abbandonando le tradizioni, le storie, le identità, ha fatto un certo effetto sentir cantare “Bella ciao” in un tripudio di bandiere rosse e sfidare in modo così apertamente sfrontato la signora Merkel e la Germania. Tutti hanno applaudito, alcuni anche per le bandiere rosse, altri solo per la sfida alla Germania e la contestazione dei vincoli. Questi ultimi si sono naturalmente rallegrati, gli altri forse un po’ stupiti, che Tsipras abbia preferito un’alleanza con un partito apertamente di destra, dipinto anche come xenofobo, rispetto a quella più naturale, per motivi ideali, col Pasok.

Perché stupirsi se l’obiettivo fondamentale per la Grecia non è la risposta all’immigrazione, ma l’uscita dalla pesante crisi economica e se tra il partito di Tsipras e quello di Anel promana lo stesso spirito anti troika? Certo questo dimostra due cose. Che la gestione dell’euro e i trattati che lo hanno preceduto sono oggi il principale tessuto connettivo tra le forze politiche e dunque che l’antitesi destra-sinistra si può superare sui nuovi contenuti magari in una nuova dialettica tra rigoristi e sviluppisti. Questo è stato fatto in Grecia. Ma in Italia sarebbe possibile un’alleanza simile? Chiediamocelo. E se lo chiedano innanzitutto i sostenitori di Tsipras, coloro che stanno cercando la sua versione italiana con la lanterna di Diogene. Sarebbe immaginabile che solo questa nuova antitesi fosse alla base delle alleanze? Dunque che Vendola proponesse un nuovo governo con la Meloni, se non con lo stesso Salvini?

D’accordo, la situazione italiana non è quella greca. Senza fregarci le mani occorre pur dire che agli italiani non sono state chieste rinunce come quelle a cui sono stati chiamati i greci. Non per colpa dell’Europa o della Germania, ma per responsabilità di un classe dirigente nazionale che aveva accumulato un debito disastroso e un’evasione fiscale pazzesca. Purtuttavia gli errori della classe politica di quel paese non dovevano essere fatte pagare in quel modo al popolo che alla fine si è ribellato, costringendo l’Europa a venire a più miti consigli. Anche l’Italia ha un debito alto, secondo in percentuale sul Pil solo a quello greco. Non sono però stati tagliati da noi stipendi e pensioni del 30 per cento, non sono stati licenziati dipendenti pubblici, la disoccupazione è la metà di quella greca. Tuttavia anche l’Italia ristagna e per ora non esce dalla recessione e da segnali di daflazione.

Dunque anche da noi l’antitesi rigoristi-sviluppisti potrebbe fare capolino. Ma da noi, come spesso capita, non esiste più l’alternativa. Mancano i rigoristi. Non c’è un solo partito, quello di Monti è sparito dalla scena, che si professi apertamente a favore dei vincoli europei. Renzi.ha portato la Merkel nella sua Firenze per dimostrare che Michelangelo vale più del tre per cento, Berlusconi, dopo i sorrisi di compatimento e le sue infelici battute sul premier tedesco, vede la Germania come fumo negli occhi, Salvini, diventato improvvisamente nazionalista, contesta l’euro più o meno come Grillo, che chiede un referendum, la Meloni è sulle posizioni di Anel. Davvero impagabili gli italiani. Quando mai nella prima repubblica un partito, tranne pochi reduci, si definitiva di destra? Quando mai negli ultimi vent’anni un partito non si è definito riformista? E oggi chi mai osa assumere il vessillo del rigore? Dunque anche questa nuova antitesi da noi non può funzionare. Stiamo pressochè tutti dalla stessa parte.

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