lunedì, 30 Marzo, 2020

Mafia e banditismo sardo non sono un problema di ordine pubblico. Le analisi di Sciascia e Melis Bassu

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La mafia e il banditismo sardo non sono assimilabili, ma  a lungo vennero considerati un problema di ordine pubblico. All’inizio degli anni Novanta del XX secolo in Sicilia, quando la tradizionale criminalità si volse al terrorismo,si  arrivò al punto da inviare l’esercito per debellarla. In Sardegna la presenza dell’Arma dei Carabinieri e anche della polizia è stata costante, alimentando il sospetto che si trattasse di una sorta di corpo di occupazione. Certamente italiano, ma dalle sembianze (e tendenzialmente dai compiti) quasi coloniali.
Due autori, senza conoscersi, hanno combattuto una battaglia politica, con armi esclusivamente culturali, per difendere la popolazione e la storia delle due isole – colpite da associazioni e gruppi illegali – dalla necessità di un puro e semplice intervento militare dello Stato.
Malgrado le provenienze diverse (Melis Bassu veniva dai gruppi giovanili fascisti, come la rivista Intervento, con cui entrò, insieme al suo migliore amico Antonio Pigliaru, in rotta di collisione),la convergenza con Sciascia avvenne sulle posizioni dei radicali del settimanale Il Mondo. La cultura dei diritti (e della sicurezza),insieme a quello della democratizzazione dell’amministrazione della giusti zia, ha sempre prevalso su quello mera mente repressivo.
La loro battaglia,solitaria ma impavida, è documentata nel saggio di un giovanissimo amico come Valter Vecellio (Le onardo Sciascia. La politica,il coraggio della solitudine, Ponte Sisto, Roma,pp. 144, Euro 12) e nella raccolta degli scrit ti dell’avvocato di Sassari Giuseppe Me lis Bassu (Il pane della giustizia.Sardeg na.Giudici,avvocati e criminalità negli anni “caldi” del banditismo, a cura di Manlio Brigaglia, prefazione di Luigi Berlin guer, Il Mulino,pp.358, Euro 28).
Nello scrittore siciliano è durato quasi una vita lo sforzo per persuadere politi ci, magistrati, autorità di polizia e giornalisti che la mafia non era un fenomeno folcloristico, ma qualcosa di potente, di inedito. Non solo socialmente insediato, ma anche polimorfico, cioè intrecciato alla politica e agli stessi apparati di prevenzione e repressione. E richiedeva metodi di lotta legati ad una educazione delle giovani generazioni e ad una formazione politico-culturale dei corpi di polizia e dei carabinieri di tipo nuovo (il primo maresciallo a dichiararsi antifascista da Sciascia incontrato fu il maresciallo Candida).
In secondo luogo, era opportuno seguire l’ombra dei soldi, la traccia da essi lasciata.
Valter Vecellio nella sua ricostruzione analitica e commossa del pensiero di Sciascia mostra l’importanza cruciale che ha avuto l’insistenza sul passaggio di mano fino alle banche dove i proventi mafiosi venivano depositati e investiti. E riesce a datare questa percezione rilevandola come un iter fondamentale nel le pagine stesse de Il giorno della ci vetta, che è del 1971.
Grazie a lui si capisce perché Giovanni Falcone (che di questa caccia grossa è stato il principale teorico e la vittima) indicherà Sciascia come un suo maestro.
Anche perché dello scrittore di Recalmuto replicherà un aspetto della biografia.
Saranno esaltati, con un’apologetica illimitata,fin quando furono in auge. E poi entrambi vennero abbandonati e addirittura diffamati appena fecero scelte non condivise.
Sciascia verrà addirittura accusato dal sociologo Pino Arlacchi si essere un pifferaio dei mafiosi. E Falcone di avere disertato la lotta alla mafia per avere accettato di andare a Roma a dirigere l’ufficio Affari giudiziari del Ministero della Giustizia, su proposta del ministro socia lista Claudio Martelli.
Diversa, ma con aspetti comuni, fu la vicenda di Giuseppe Melis Bassu. Al centro della sua riflessione come intellettuale e della sua attività di civilista\ penalista,c’ è stata la questione criminale legata al banditismo agro-pastorale.
In Sardegna è stato un fenomeno impressionante e molto diffuso dagli anni Cinq uanta in avanti.Aveva avuto come anali sta un altro avvocato,il penalista (e successivamente anche parlamentare socialista) di Nuoro Gonario Pinna.
Con l’accento posto sulle cause anche ambientali della criminalità e sul sottosviluppo dell’isola, Melis Bassu si associa all’importante battaglia culturale che il suo amico Antonio Pigliaru, docente universitario di filosofia del dritto, aveva impostato.
Il segno più maturo fu la pubblicazione, nel 1959, del saggio La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico. Ad essa seguì un’intensa attività di sensibilizzazione e di intervento svolta su riviste (come Ichnusa,la più importante), l’organizzazione di seminari e convegni ecc. e con la collaborazione ai due maggiori quotidiani dell’isola, La Nuova Sardegna e L’Unione sarda.
Furono i fili attraverso i quali una regio ne isolata dal mare, povera di insediamenti industriali e ricca di un’agricoltura abbandonata a sé stessa, seppe entra re a far parte della più estesa “questione meridionale”.
Questo ceto di coraggiosi intellettuali ha finito per fare un investimento fiduciario (direi sovrabbondante) nella politica di pianificazione attuata (o solo prefigurata) dalla Regione. Non commi se l’errore di attestarsi come una struttura di servizio (o di copertura che dir si voglia) dei partiti che avevano dato vita ad un Piano di sviluppo. Mi pare, pero’,si debba anche dire che non è riuscito a cogliere tempestivamente due fenomeni contestuali.
In primo luogo, il degradare dell’autonomia regionale in una ripetizione, attraverso la burocrazia locale,del centralismo e degli stessi ministeri romani. Non avrà seguito la percezione della gravità del fenomeno.
Esso implicava un radicale ripensamento sia dello statuto regionale sia della stessa autonomia nella forma – assai controllata anche in molte priorità assegnate all’isola – concessa dallo Stato. E’ quanto percepì coraggiosamente, ma senza successo, lo stesso presidente democristiano Pietro Soddu.
In secondo luogo,mancò un’azione conoscitiva efficace nel rilevare le forme nuove (di vera e propria rapina e di prolungamento del sottosviluppo) assunte dal cd neo-capitalismo da cui venne superficialmente investita l’isola.
Il riformismo in cui ha cercato di tradur si questa politica di industrializzazione non è riuscita a risolvere il problema se colare dei trasporti tra l’isola e il resto della nazione, e degli stessi collegamenti interni (tra città e campagna: l’Arst invece di un motore dello sviluppo è stato,e continua ad essere, un micidiale cadavere ansimante).
A soffrirne paurosamente sono state le risorse primarie, l’allevamento e lo stesso turismo ridottosi ad una rendita stagionale (con effetti poco moltiplicativi per l’indotto, cioè per le zone interne, non costiere) a favore degli strati più ricchi della popolazione.
Il degrado economico che ne è seguito ha avuto non poche segnalazioni e allarmi che si possono ora seguire nelle pubblicazioni presso l’editore milanese Franco Angeli e bolognese il Mulino.
Mi limito qui a richiamare l’attività di critica e di proposta di un manager, leader politico e saggista come Paolo Fadda. A lui si deve l’affascinante biografia L’Uomo di Montevecchio, presso l’editore Del fino, di un grande quanto ignorato imprenditore minerario, e non solo minerario, editore e parlamentare della sinistra risorgimentale come il sassarese Giovanni Antonio Sanna.
Mentre l’esperienza dell’autonomia si veniva annodando su sé stessa, hanno avuto una stagione felice gli studi storici sul la Sardegna dell’Ottocento grazie alla presenza di studiosi come Antonello Mat tone e impareggiabili organizzatori di cultura come Manlio Brigaglia, mancato di recente.
Il sostanziale fallimento politico dell’ambiguo autogoverno ha finito per alimentare vecchie malattie e pregiudizi. Mi riferisco al “sardismo”, inteso come una vera e propria rivendicazione indipendentistica, cioè rivolta secessionistica.
Né Sciascia né Melis Bassu si sono lascia ti influenzare da questo sovranismo avant la lettre.
Entrambi hanno anche evitato di finire prigionieri di un’omertà di tipo mafioso o di circondare di un’aura di giustificazionismo la ricerca delle radici del banditismo.
Contro la politica e la cultura dominante n egli anni Cinquanta (molto vicine a quelle odierne di Matteo Salvini),Melis Bassu ha saputo mettere al servizio degli interessi della maggioranza dei sardi una idea di resistenza e di impegno civile propria del liberalsocialismo.
E’ questa l’arma con cui ha vinto la solitudine e l’amarezza in cui è vissuto in una provincia (quella di Sassari) e in un’isola in cui la solidarietà con chi combatte il conformismo è sempre ardua e onero sa.
Che cosa sarebbero oggi i sardi se l’intellettuale sassarese non avesse difeso la stazione dei carabinieri in ogni piccolo centro, fronteggiato le proposte di insediare nell’isola delle truppe speciali, rimettere in circolo il confino di polizia, affidar si al pentitismo? Che cosa sarebbe stata l’amministrazione della giustizia nelle Barbagie se Melis Bassu non avesse avuto la pazienza di spiegare – senza ombra di giustificazionismo della criminalità – che un ordinamento ancestrale come quello barbaricino convive, e a volte sopraffà, quello dello Stato? Come si potrebbe parlare di giustizia se egli non avesse combattuto per l’indipendenza e la trasparenza della magistratura, e alzato la voce per denunciare l’azione di un gruppo di super poliziotti che a Sassari incoraggiavano reati della cui repressione poi si sarebbero gloriati? Potremmo dirci più liberi se egli non avesse assecondato la coscienza morale che lo indusse a pronunciare una dura requisitoria, all’inaugurazione dell’anno giudiziario, contro un procuratore genera le di Cagliari dai metodi inquisitori troppo spicci?
Quella di Sciascia e Melis Bassu è una storia di minoranze,di uomini che hanno scelto di essere liberi.E’ l’Italia civile descritta e auspicata da Norberto Bobbio.

Salvatore Sechi

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