domenica, 22 Settembre, 2019

Mafia e politica. Da “Roma Ladrona” a “Lega Padrona”

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La Lega a guida Salvini vive di una contraddizione profonda: è uno dei partiti più datati oggi presenti in parlamento e nelle istituzioni, eppure si dipinge come il nuovo che combatte il sistema partitico vecchio di cui in realtà essa stessa fa parte. La Lega ha governato per decenni, tanto a livello locale quanto nazionale, facendo più volte parte dell’esecutivo. È stata al centro di scandali, polemiche, indagini. Insomma, il partito che oggi punta il dito contro l’Italia pre-governo del cambiamento, contro gli uomini che l’hanno amministrata, il partito della pacchia è finita ,si dimentica che in molti casi quegli uomini erano i suoi. Correva la fine dell’anno 2014 , la nostra storia inizia con una cena ed una foto ,da una parte Il giovane leader in pectore della nuova destra italiana Matteo Salvini dall’altra parte un sessantenne dal viso rugoso ma dagli occhi di ghiaccio Salvatore Annacondia, detto «Manomozza».

Salvatore Annacondia, boss sanguinario della criminalità pugliese, reo confesso di 72 omicidi – alcuni eseguiti personalmente, altri come mandante – tutti tra gli anni Ottanta e Novanta. La biografia di Annacondia è quella di un padrino spietato, dotato di uno spessore criminale che l’ha portato ad avere contatti con i boss di Cosa Nostra – alla quale era affiliato – e di altre organizzazioni mafiose italiane, compresa la Sacra Corona Unita. Per questi rapporti «in alto» nel 2015 Annacondia è stato sentito al processo palermitano sulla trattativa Stato-mafia. E la sua testimonianza su quella oscura vicenda continua. Sessantun anni, originario di Trani da dove ha esteso il suo regno criminale basato nel nord barese, «Manomozza» (perse la mano destra durante una battuta di pesca di frodo nel mare di Trani a causa di un’esplosione) si è pentito dopo il crollo della prima Repubblica. Da allora è diventato un super collaboratore di giustizia. Da anni vive con un nuovo nome e con la famiglia in una località segreta dove ha un’attività che gestisce assieme ai figli. Essendo un pentito sotto protezione dello Stato, pur conoscendo nei dettagli tutte le coordinate della sua nuova vita, la seconda identità sua e dei figli, il luogo dove risiedono e il nome della loro azienda, è doveroso ometterle per tutelarne l’incolumità». «Ma che c’entra Annacondia con Salvini? Perché parlare di un ex boss mafioso con 72 omicidi sulle spalle a proposito di un leader politico che in piazza giura sul Vangelo e sulla Costituzione e, dopo avere detto «la mafia mi fa schifo», ribadisce con forza che «uno che spara è un cri- minale e basta»? È il 2014, l’anno seguente ci sono le elezioni.

Il segretario della Lega giunge nella località dove vive Manomozza. Il quale, al netto del suo status di collaboratore di giustizia, non sembra condurre una vita ritirata. Conosciuto e apprezzato per la sua attività, che lo porta a contatto con la gente, da sempre rispettato nella regione dove ha deciso di vivere lontano dalla sua Puglia, l’ex boss mafioso sul territorio non fa mistero del suo passato ingombrante. Lo raccontano diverse persone che lo hanno conosciuto. Questa cena viene raccontata in modo descrittivo da Paolo Berizzi nel suo ultimo libro «NazItalia. Viaggio in un Paese che si è riscoperto fascista». Una cosa è certa il leader Salvini vuole trasformare la sua Lega in un partito nazionale e punta a rilanciare un nuovo movimento per il sud “Noi con Salvini” ed ha bisogno di contatti di nomi di volti soprattutto nel sud che ha sempre denigrato. La conquista del meridione di Matteo Salvini è senza regole precise prende tutto e tutti pur di guadagnare consensi e spesso in rottura con i suoi e con la parte conservatrice della Lega Nord, ma Matteo non si ferma ed apre le porte del suo partito senza un vero controllo delle nuove adesioni. Diceva il giudice Terranova che le mafie non hanno colore politico a loro interessa solo avvicinarsi a chi gestisce il potere . Ma la cosa sconvolgente oltre la cena tra il Boss “Manomozza” e Salvini sono le varie adesioni al partito del carroccio avvenute dopo il 2014 ,partiamo dalla Lega Calabria iniziando da Vincenzo Gioffrè.

Gioffrè classe ’81, a soli 19 anni ha infatti fondato una cooperativa agricola con un personaggio legato clan Pesce, marchio doc della ‘ndrangheta, con ramificazioni nel Nord Italia e in Europa, e leader nel narcotraffico internazionale. Secondo alcuni atti giudiziari, il partner d’affari di Gioffrè è stato tra gli armieri della cosca. Nel 2012 fu peraltro indagato dalla procura antimafia di Reggio Calabria per favoreggiamento della ‘ndrina rosarnese, tuttavia quel filone non ha avuto finora uno sbocco processuale. Gioffrè risulta infatti tra i fondatori di una seconda azienda, un consorzio di produttori agricoli. Tra gli azionisti, indicano i documenti societari, ci sono due uomini che l’antimafia collega direttamente alla famiglia Bellocco, alleata del clan Pesce. Gioffrè ha aderito alla Lega nel 2016 dopo aver lasciato Fratelli d’Italia. Il primo a dargli il benvenuto ufficiale è stato Domenico Furgiuele, responsabile regionale del partito e, dal 4 marzo, deputato della Repubblica ma sulla sua elezione pende un ricorso per irregolarità da parte della candidata Caligiuri di FI. Domenico Furgiuele, al cui suocero Salvatore Mazzei, anch’egli di Lamezia, è oggi in carcere per estorsione aggravata dal metodo mafioso; mandante dell’omicidio di Davide Fortuna, ucciso sulla spiaggia di Vibo Valentia il 6 luglio del 2012; nel corso del tempo la DDA di Catanzaro gli ha sequestrato beni per un valore di oltre 200 milioni di euro, molti dei quali intestati alla moglie di Furgiuele. Furgiuele risulta, ancora oggi domiciliato in un immobile della moglie un bene che risulta confiscato.

In Puglia c’è il senatore Roberto Marti, anche lui come tanti nuovi leghisti con un passato prima nel Msi e poi in Forza Italia, finito in una inchiesta della procura di Lecce sull’assegnazione delle case popolari. Secondo gli inquirenti si sarebbe prodigato per far assegnare una abitazione al fratello di un boss. In Campania di Afragola e sul ruolo di Vincenzo Nespoli (ex parlamentare di An e Pdl), condannato in secondo grado per bancarotta fraudolenta. Suo nipote Camillo Gracco ora è assessore comunale per la Lega su di lui è in corso un’indagine con l’ipotesi di riciclaggio. Avellino, il riferimento leghista consigliere comunale (prima dello scioglimento) era Damiano Genovese, figlio di Amedeo, condannato per omicidio e ritenuto a capo di un clan. In Sicilia Antonio Mazzeo, uno dei primi leghisti a ottenere consensi nella sua Meletto (nipote di Mario Montagno Bozzone su cui pende una condanna in primo grado per concorso in omicidio ed associazione di stampo mafioso. È una cosa enorme il caso Siri è storia di mafia, mafia quella vera, quella Cosa Nostra che da anni ha già capito che le fonti rinnovabili solo il nuovo tesoro da spolpare e, dentro, c’è anche la primula rossa della mafia, quel Matteo Messina Denaro che nessuno trova eppure si ritrova spesso nei soldi di qualche testa di legno che ha prestato il proprio codice fiscale per riciclare i suoi soldi.

I fatti, intanto: secondo l’accusa il sottosegretario leghista Armando Siri (di quella Lega che ci promette di sconfiggere le mafie nel giro di alcuni mesi) avrebbe ricevuto del denaro tramite Paolo Arata per modificare una norma da inserire nel Def 2018. Paolo Arata è anche padre di quel Federico, braccio destro di Salvini sulle questioni internazionali e (questo è provato) uomo molto vicino a Federico Nicastro, condannato per essere uno dei prestanome di Matteo Messina Denaro. Siamo a pochi gradi di separazione tra il ministro dell’interno è il boss di Cosa Nostra, per capirsi, roba che spinge il l’ex Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti a dire «A dispetto di tanti proclami di cambiamento, in questa indagine mi sembra di rivedere quel modello di corruzione politico-mafiosa che ha avvelenato la vita del Paese e ha consentito alle organizzazioni criminali di entrare nelle istituzioni».

Francesco Brancaccio

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