domenica, 12 Luglio, 2020

Maraio e Nencini: “Statuto dei lavoratori conquista dei riformisti”

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Pubblichiamo qui di seguito l’articolo di Enzo Maraio e Riccardo Nencini sul Riformista del 26 maggio 2020

 

Era inevitabile. A mezzo secolo dall’approvazione della legge che assicura al mondo del lavoro l’esercizio di diritti fino ad allora sconosciuti, si dividono le spoglie dei protagonisti e dello Statuto dei Lavoratori. La ragione è evidente. Si trattò di una riforma importante che trasformò profondamente le relazioni industriali riconoscendo il diritto alla riservatezza del lavoratore, prevedendo il reintegro in caso di licenziamento immotivato, assicurando tempi rapidi nelle cause del lavoro, garantendo libertà di opinione in fabbrica, vietando la schedatura dei dipendenti, promuovendo l’attività sindacale. È vero: “l’autunno caldo” e la stagione degli scioperi per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici, firmato nel dicembre 1969, fecero da piedistallo allo Statuto. La spinta sindacale ci fu, eccome se ci fu, in piazza protestarono studenti e operai, tuttavia attribuire il merito esclusivo dello Statuto dei Lavoratori – come mi pare faccia Fausto Bertinotti – al movimento non coglie in pieno la verità.

È con il primo governo di centro-sinistra che matura l’intenzione di portare la Costituzione in fabbrica. Si leggono tracce evidenti di questo indirizzo nel programma dell’esecutivo Moro-Nenni (1963). L’Italia vive uno straordinario boom economico, si diffonde l’aspettativa di condizioni di vita migliori anche all’interno delle aziende dove pugno padronale e fordismo sono destinati a entrare in rotta di collisione con crescita sociale e consapevolezza sempre più marcata dei diritti individuali. Nondimeno, senza il coraggio di un pugno di riformisti al governo, l’esito non sarebbe stato affatto scontato. Va ricordato agli smemorati. Giacomo Brodolini, socialista, divenne ministro del lavoro nel dicembre 1968 e si distinse immediatamente per l’eliminazione delle gabbie salariali e per aver ripensato a fondo il sistema previdenziale. Presentò nel giugno 1969 il disegno di legge relativo allo Statuto dei Lavoratori. Morirà due settimane più tardi lasciando la legge in buone mani, quelle di Carlo Donat Cattin.

La legge è figlia di due “legni storti” e di due culture, quella Socialista umanitaria e quella cattolica sociale. E il Pci? Non è un mistero, nel Pci si scontravano due orientamenti. Uno, di matrice ingraiana, attento a non tagliare i ponti con il movimento sessantottino che riteneva la legge Brodolini nulla più di un tentativo di ingabbiare le lotte operaie. L’altro, amendoliano, più propenso a riconoscere la bontà delle commissioni interne, dunque più vicino alle dinamiche sindacali ciggielline. Ne nacque l’astensione nel voto parlamentare. Non è un mistero avvolto in un enigma. Senza nulla togliere alle lotte operaie, lo Statuto dei Lavoratori ha un nome e un cognome. Bertinotti dice “il biennio rosso 1968/69”, e d’un colpo cancella la politica riformista, non ne riconosce l’azione decisiva.

Ma è proprio la rievocazione del biennio rosso, il richiamare quei due anni drammatici di mezzo secolo avanti che mette in rilievo una straordinaria differenza. La storia non la fa la Provvidenza. La fanno gli uomini. Nell’estate del 1920, Giolitti frenò benché vi fossero condizioni sociali favorevoli non solo ad accogliere ma a realizzare l’accordo siglato con la Cgl di D’Aragona e Buozzi. Brodolini, e dopo di lui Donat Cattin, andarono dritti per la loro strada pur non godendo dell’iniziale appoggio di tutta la Dc. Che la materia scottasse ne diedero prova gli opposti estremisti. Industriali, destra politica e sinistra radicale non fecero mancare mai le loro critiche. Chiedere a Gino Giugni, che la legge la scrisse. Tredici anni più tardi venne messo nel mirino dalle Brigate Rosse. Stava lavorando al protocollo sulla scala mobile.

 

Enzo Maraio, Riccardo Nencini

Il Riformista

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