lunedì, 3 Agosto, 2020

Marco Andreini
Riflessione sulla rappresentanza del Sindacato

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Lo Statuto dei lavoratori festeggia i suoi 50 anni e questo mi porta quasi automaticamente ad una riflessione sulla rappresentanza del Sindacato nelle Fabbriche.
Chi non ha lavorato in una grande o media azienda e non ha mai fatto il rappresentante dei lavoratori, non può neanche comprendere cosa rappresenti lo Statuto dei lavoratori.
Attenzione, nonostante la vulgata comunista abbia sempre ridotto la portata della legge 300 all’art 18, in realtà noi stiamo parlando di una legge che legittimava la presenza del Sindacato nei luoghi di lavoro, sull’onda delle conquiste dell’autunno caldo dell’69 .
Era un altra Italia, era l’Italia delle grandi aziende, Mirafiori aveva 100.000 lavoratori, era il mondo delle commissioni interne, i sindacati nominavano i rappresentanti fra gli iscritti, non esistevano le trattenute sulle buste paga, era il tempo delle tessere sindacali con le marchette, non si poteva pubblicizzare in fabbrica la linea sindacale.

In aziende gigantesche, divise in reparti, c’erano pochissimi rappresentanti sindacali.
Venne stravolto tutto, fu una vera rivoluzione, anticipata dalle norme su malattia e infortuni, fortemente voluti dal Ministro Brodolini, che insieme a Giugni inventò la legge.
Una legge che va analizzata per capire se sia ancora attuale e che si compone di quattro titoli.

Nella prima parte si definisce la fisionomia del lavoratore, il suo ruolo in azienda e si tratteggiano precise regole su mansioni e trasferimenti,
Nel secondo titolo si affrontano i temi legati alla legittimità del sindacato nelle fabbriche, alla possibilità di costituire il sindacato, agli atti antidiscriminatori, al famoso art 18 sulla illegittimità dei licenziamenti.
La terza parte tratta dell’attività del sindacato, per il tempo assolutamente rivoluzionaria, di assemblee, bacheche e rappresentanze aziendali, permessi.
Nella quarta parte si tratta di diritti, soprattutto del punto da noi sindacalisti forse più importante, che fu l’art. 28 che trattava di procedura di urgenza al giudice del lavoro per attività discriminatoria dell’imprenditore, la famosa condotta antisindacale.
Sulla base di questa conquista il sindacato accrebbe la propria forza sempre più autonoma dai partiti, creò unitariamente e distintamente dalla politica il principio dell’incompatibilità con le cariche politiche e istituzionali, visto che molti dirigenti ricoprivano ruoli in politica allora. Trasformò la sua organizzazione, attraverso la spinta innovativa di molti giovani provenienti dal sud ed questa grande effervescenza culminò nella costruzione della Flm, i Consigli di fabbrica venivano eletti non dai soli iscritti, ma da tutti i lavoratori, dando un potere vero e reale di totale rappresentanza nei confronti del padronato sia pubblico che privato.

Ed è proprio a partire dalla prima parte dello Statuto, relativa alle mansioni, che si arriva alla
creazione di un contratto unico nel mondo metallurgico, e a partire dalle battaglie sindacali in Siderurgia a creare l’inquadramento unico professionale diviso in livelli e si arriva alla definizione delle categorie contrattuali e alla creazione di un sistema salariale diviso in parametri da 100 a 200, che porta anche ad un sistema salariale che si allontana sempre più dal cottimo e dallo sfruttamento imposto dall’organizzazione del lavoro Fordista basata sul controllo della mano d’opera.
Le conquiste operaie nelle fabbriche non nascono dal caso, ma sono il risultato di una acquisizione di conoscenza e di spazi, prima controllati solo dal padrone.
Il Cdf, è vero che è creato sulla fotografia dei soviet russi, ma rappresenta, attraverso l’elezione del delegato nei reparti, il modo in cui il movimento dei lavoratori in azienda conquista spazi di conoscenza, di democrazia e di contrattazione che migliorano considerevolmente le condizioni dei lavoratori in azienda, estendendo molti dei punti contenuti nella legge.

Si arrivano a ideare anche alcune forme di vera e propria autogestione, che culmineranno nella creazione delle isole di lavoro in Pirelli, veri spazi autogestiti di produzione operaia, sempre più alternativi alla alienazione di chapliniana memoria della catena di Tempi moderni.
Sembra che la spinta propulsiva della Flm, di Carniti, Trentin, e del mio amico mentore Benvenuto sia inarrestabile, sembra che a breve si possa arrivare alla creazione del sindacato unitario che riannodi ciò che si ruppe nel dopoguerra,sembra, nell 1978 il sindacato a Montesilvano crei una nuova forma organizzativa che si articola sul territorio.
Il sindacato nazionale, il sindacato di lega, il sindacato territoriale, il sindacato aziendale, tutti pensiamo che il passo successivo sarà la nascita di un vero movimento unitario. Ma le cose andranno in altro modo, i partiti della sinistra mal sopportavano che il sindacato assumesse un ruolo da protagonista, che per altro andava di pari passo con il ruolo assunto da Confindustria, prima a guida Carli poi a guida Agnelli che portò alla conquista del punto unico di contingenza, allora parte preponderante del salario. Come in tutti i movimenti nascenti descritti allora dal libro in auge del professore Alberoni, si arriva rapidamente ad una fase discendente, nella quale, soprattutto la Cgil, torna ad essere la cinghia di trasmissione del partito, soprattutto comunista, allora in area di governo. E’ proprio di quegli anni per la precisione, il 2 dicembre 1977, la famosa vignetta di Forattini che ritrae un Berlinguer in vestaglia, alla finestra, che guarda infastidito il milione di operai metalmeccanici, ancora uniti nella Flm, che sfilavano in corteo contro il governo, un ricordo indelebile perché c’ero anch’io sfidando mia madre che mi sapeva al lavoro, ma volevo festeggiare così i miei 21 anni di vita.

 

Marco Andreini
Resp Sindacale PSI

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