venerdì, 6 Dicembre, 2019

Marco Cappato e Mina Welby, processo rinviato

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E’ stata rinviata al 5 febbraio 2020, ore 12, l’udienza di discussione presso la Corte di Assise di Massa per il processo a carico di Marco Cappato e Mina Welby per l’azione di disobbedienza civile che li ha visti accompagnare nel 2017 Davide Trentini -53 anni, malato di sclerosi multipla dal 1993- in Svizzera per ottenere il suicidio assistito.

Davide Trentini era affetto da patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche che egli reputava intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli. A differenza del più noto Fabiano Antoniani, Trentini non era tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale.

Il collegio difensivo di Marco Cappato e Mina Welby, nei giorni scorsi aveva chiesto al Presidente della Corte di Assise un rinvio in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza della Corte costituzionale in cui ha ritenuto non punibile ai sensi dell’articolo 580 del codice penale, a determinate condizioni, chi agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli.

“Attendiamo le motivazioni della sentenza della Corte costituzionale sul caso Cappato/Dj Fabo – ha affermato Filomena Gallo, segretario Associazione Luca Coscioni e difensore e coordinatrice nel collegio di difesa a Mina Welby e Marco Cappato – poiché occorre verificare se il requisito individuato dalla Corte che attiene la presenza per il malato di trattamenti di sostegno vitale è da considerarsi una condizione aggiuntiva solo eventuale oppure no. In questo secondo caso cambierebbe la posizione processuale di Marco Cappato e Mina Welby che hanno aiutato Davide Trentini che non era sottoposto a trattamenti di sostegno vitale. E di conseguenze anche la nostra difesa dovrà essere necessariamente diversa alla luce di una discriminazione nella non punibilità di chi aiuta il malato. Infatti, si creerebbe una discriminazione ai sensi dell’art. 3 della Costituzione, fra quanti sono mantenuti in vita artificialmente e quanti, pur affetti da patologia anche gravissima e con forti sofferenze, non lo sono o non lo sono ancora. Si imporrebbe, inoltre, a questi ultimi anche per il futuro di accettare un trattamento anche molto invasivo, come nutrizione e idratazione artificiali o ventilazione meccanica, al solo scopo di poter richiedere l’assistenza al suicidio, prospettando in questo modo un trattamento sanitario obbligatorio senza alcun motivo ragionevole”.

 

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