mercoledì, 28 Ottobre, 2020

Marco Strada
C’è un deficit di cultura riformista

0

C’è un deficit di cultura riformista, che vorremmo colmare, nei provvedimenti presi dal Governo impegnato a fronteggiare due difficili emergenze epocali, quella sanitaria e quella economico-sociale nel tempo in cui ricorre il 50° anniversario dello Statuto dei Lavoratori: una legge nata nella stagione dei diritti, a cui è seguita quella odierna della precarietà. Quella di allora fu una risposta legislativa opportuna per un Paese risorto dalle ceneri della guerra ma rimasto con regole inadeguate a governare il suo sviluppo, come della domanda di partecipazione dei lavoratori alla vita sociale e politica del paese. Senza queste riforme, pur con tutti i limiti delle prime esperienze di Centro Sinistra, non ci sarebbe stata poi quella mobilitazione della classe lavoratrice a difesa della democrazia, contro l’eversione.

Per questi motivi ogni scelta in favore del lavoro regolare certo e sicuro è giusta, mentre ogni iniziativa tesa a limitare questi diritti scritti nella Costituzione italiana ed europea è sbagliato, ingiusto, antistorico ed antieuropeo. Serve coerenza: se si dice di non concedere aiuti di Stato a quelle aziende che spostano fuori d’Italia la sede legale per non pagare le tasse, non bisogna darli. Se si pensa che lo Stato debba entrare nella proprietà e nella gestione delle imprese che ricevono aiuti si sbaglia di nuovo: piuttosto è giusto promuovere la partecipazione dei lavoratori nella gestione delle imprese mentre lo Stato, attraverso piani di settore, deve mantenere un potere d’indirizzo sulle risorse messe a disposizione. Sogni? No, socialismo occidentale, quello orientale è caduto, il suo certificato di morte data il 1989. In Italia si era aperta una speranza, la L.92 28/06/2012 all’art. 4 comma 62 prevedeva un impegno a favorire la partecipazione dei
lavoratori nelle imprese, ma non è mai stato fatto il decreto attuativo: questo Governo politico e non tecnico, se vuole, può dargli seguito, se non lo fa vuol dire che il suo tasso di riformismo rimane inadeguato.

La crisi del 1929 è stata vinta con Roosevelt e politiche keynesiane, né liberiste né comuniste, che sono storicamente fallite entrambe a distanza di trent’anni, incapaci di salvaguardare l’ambiente, i diritti, la libertà e la stessa economia in nome del privilegio di piccole caste.
Come si può definire moderno e intelligente un paese che punta al sottosviluppo negando diritti di
regolarizzazione contrattuale ai lavoratori in agricoltura? La Germania, che punta allo sviluppo, ce ne ha portato via una buona quota garantendo salari dignitosi e regolari. Per essere competitivo il sistema Italia ha bisogno di iniezioni, oltre che di fiducia e di speranza, di socialismo occidentale, l’unico che ha garantito prosperità, libertà, sicurezza e pace ai nostri popoli: sicurezza sociale oltre che personale e fisica. Per unire la vasta area riformatrice del nostro paese partiamo dalla nostra terra e dalla nostra gente per un’azione che porti a meno annunci e più fatti, e dunque riforme: a questo lavoriamo attraverso una buona pratica di riflessione e confronto aperti. Vi portiamo la luce di cent’anni di lotte per il pane, il lavoro, la giustizia e la libertà che hanno reso civile l’Italia. Ma vogliamo anche che questa luce si riverberi nella costruzione di comuni regole per un comune destino di una patria futura, gli Stati Uniti d’Europa. Perché veniamo da lontano, per andare lontano.

Marco Strada Segretario Regionale Psi Emilia-Romagna, Carmela Carnevale, Marco Landucci, Simone
Fanfarillo, Enrico Gallicani, Guido Perri, Paolo Sartori, Vittorio Zoboli, Giulio Malagnino, Antonio
Lombardozzi

Condividi.

Riguardo l'Autore

Avatar

Leave A Reply