giovedì, 18 Luglio, 2019

M. Grazia Di Mario e Sandro Angelucci: scrittori a confronto

0

Due scrittori si confrontano, una donna ed un uomo. Due generi letterari (narratrice lei, poeta lui), ed entrambi, guarda caso, a riflettere in maniera dissacrante proprio sul tema del confronto. Perché dissacrante? perché, contrariamente al luogo comune che vede due o più individui discutere tra di loro, qui il confronto viene inteso come dialogo con se stessi. Non monologo, ma dialogo, ciascuno con se stesso, come se l’uomo avesse due teste e come se, prima di relazionarsi con gli altri, egli sia chiamato a relazionarsi con se stesso. In effetti, se ci pensiamo bene, saltando questo primo anello della catena relazionale, salta tutta intera la catena e i rapporti sociali si fanno inautentici.

L’autenticità, dunque, come tema centrale, come leitmotiv, come fil rouge che lega questi due lavori diversissimi tra di loro. Lavori di fronte ai quali, un filosofo come Heidegger, che separa dolorosamente l’Ente dall’Essere, lasciandolo orfano e in balia di se stesso, arriccerebbe il naso sospettoso. Puntando i fari sulla differenza ontologica, egli sembra infatti, apparentemente, stabilire una dualità tra l’Essere e l’Ente, ma il suo Dasein, il suo Esser-ci, non è in realtà che il ritratto di un uomo dimezzato, costretto ad una vita inautentica. Una visione non binaria o duale, pertanto, ma sostanzialmente monistica, dove la dimensione dell’Essere non è che un puro e semplice sfondo dimenticato.
Ebbene, di quali lavori stiamo parlando? Innanzitutto di La donna senza testa, di Maria Grazia di Mario, edito da Giulio Perrone; in secondo luogo di Titiwai, di Sandro Angelucci, edito da Giuliano Ladolfi. Due testi lontani anni luce tra di loro – l’uno di narrativa onirica, a sfondo ironico; l’altro lirico, a sfondo sapienziale – che tuttavia riflettono su una comune tematica: il degrado sociale come conseguenza del lassismo dei singoli, del loro atteggiamento rinunciatario nel prendere in mano la propria esistenza. Due testi, pertanto, ciascuno con proprie peculiarità, che insistono sull’esigenza di assumere tale consapevolezza, suggerendo una ricetta tanto impervia quanto semplice: l’autoanalisi, il contatto con l’io profondo, il porsi in discussione di fronte a se stessi.
Guardarsi dentro: nel che, d’altro canto, consiste il vero ruolo dell’intelligenza. Termine, questo, che deriva da intelligere, inter-ligere (leggere dentro, appunto). Ed è una facoltà compressa da quella cultura dell’apparire che certamente non va demonizzata, ma che diviene patologica se noi lasciamo che assuma l’intera ed esclusiva padronanza del campo. L’uomo deve viaggiare su due dimensioni, non su una soltanto, bilanciando la cultura dell’apparire con una adeguata cultura dell’essere: ragione ed anima, potremmo dire, antagoniste ed alleate tra di loro. Non ci sarebbe equilibrio se l’uomo non avesse due teste. E vanamente egli s’industria di eliminarne una con ogni mezzo, nell’illusione di facilitarsi il compito.

Maria, la protagonista di La donna senza testa, vive nel sogno una vicenda allucinante. La troviamo di fronte allo specchio a inizio di racconto: uno specchio che alimenta la sua vanità, il suo desiderio di agiatezze e frivolezze, di lauti guadagni e facili successi mondani. Proprio lei che non si sarebbe mai abbassata a tanto, improvvisamente cede all’abbaglio di affermarsi, di diventare qualcuno. E improvvisamente, in un raptus, “capì che non c’era tempo da perdere, era arrivato il momento di cambiare. Prese un coltello che aveva riposto con cura e, con un colpo netto, tranciò la sua testa dal collo, poi tamponò le ferite… e decise di riporre… la testa in un cassetto dell’armadio”.
Priva di quella sua testona che “non faceva altro che parlare di principi, di giustizia, di diritti, di doveri”, finalmente poteva sentirsi libera e leggera, spensierata – almeno lei così credeva – pronta a lanciarsi, senza scrupoli, alla conquista del mondo. L’importante era non pensare, non confrontarsi con se stessa e seguire le istruzioni, fare esattamente ciò che il mondo voleva da lei. Mai più specchiarsi, dunque, nel vero specchio, quello della verità e della sapienza, di cui la sua testona ingombrante era portatrice, e tenersi unicamente caro lo specchio della vanità, per potersi strizzare l’occhio e farsi coraggio, dicendosi: “Vedi, non sei poi così male, ce la puoi fare”.
Sperava, sulle prime, di poterlo conservare in un cassetto quel suo testone sfigato, serioso ed esageratamente adulto, così da poterlo usare una tantum, quando ne avesse avuto bisogno, ma la sua sorpresa sarà amarissima quando si accorgerà che esso non c’è più, sparito del tutto, chissà dove. Se vuoi farti ingoiare dal mondo, hai bisogno di uno specchio-vanità che duplica la tua immagine, fa di te un duplicato, non di uno specchio-verità che ti pone sotto sferza e ti chiede di confrontarti con lui. Per adattarti al mondo ti occorre una cosa soltanto: “solo una vera, grande, facciona da culo”. Cancellare dunque la propria personalità. Non vivere, ma lasciarsi vivere, lasciarsi rubare a se stessi. E ciò accade, in realtà, anche riuscendo ad esercitare funzioni di comando.

Raramente accade che chi è padrone del mondo sia anche padrone di se stesso. C’è infatti un pilotaggio di partenza, un plagio, di cui, lui come tutti, si deve liberare. Come? interrogando appunto il testone nascosto, facendo spazio all’essere che gli vive dentro e che vorrebbe viaggiare in simbiosi con lui. Sintomatico, in merito, quanto scrive Sandro Angelucci in Lo spazio del silenzio: “Fare il vuoto, poeta, / questo solo ti chiede / quando – senza saperlo – / ne avverti la presenza. / Ti chiede di eclissarti / di toglierti di torno / di non essere invadente / con il tuo io / che si vergogna a essere se stesso. / E fa il gradasso / E non perde occasione / di reputare vero / ciò che al contrario è falso. / Ti chiede la libertà, / lo spazio del silenzio / dove tutto parla, / tutto si ascolta. / E non si vive a vanvera”.
Chi pensa che la vita non ha senso è perché non crede in se stesso, quindi è un illuso, uno che vive di miraggi. Attenzione, però: credere in se stessi non è cieco fideismo, bensì fede fondata sul dubbio, fede che non dà nulla per scontato. E’ macerazione interiore costante, tesa all’abbattimento di ogni puntello di comodo, di ogni diceria, di ogni pregiudizio, di ogni ingenua asserzione. Ci vuole una grande fede per poter dubitare e ci vuole un dubbio grandissimo, incontenibile, per poter crescere nella fede. Vera fede è quella di Ulisse, capace di rinascere da ogni naufragio, di ricostruire il distrutto vascello, di riprendere sempre e comunque a navigare, orientando meglio la prua.

Scrive Maria Grazia: “La sua testona l’aveva sempre sorpresa, aveva idee geniali e un senso dell’equilibrio stupefacente, grazie al quale riusciva addirittura a camminare su funi di cristallo senza scivolare. Lei si che riusciva ad ascoltare le parole dell’acqua, del vento, a sentire il calore della terra madre sotto i suoi piedi, lei si era sempre rialzata, forte, dai tormenti, dalle delusioni, ed era sempre andata a testa alta. La sua testona conosceva la poesia e la solitudine, l’amore, il dolore e la gioia dei tramonti inascoltati, sapeva bruciare di passione, sapeva sognare”. Una fede che è poesia, una poesia che è fede.
Uno stupore. Una ricerca, meglio. Come è ricerca quella del bambino che attraverso i suoi stupori irrobustisce la propria spina dorsale, crescendo nell’equilibrio. Non nell’illusione, nel sogno, ma nell’equilibrio. E’ il modo di procedere del pensiero prelogico e misterico, mitico-sapienziale, degli avi: modalità per fortuna mai abbandonata del tutto dal genere umano, pur essendo largamente caduta in oblio. Ed è a questa modalità che si collega la ricerca poetica di Sandro Angelucci, particolarmente in quest’ultima fase del suo canto, Titiwai, dando piena voce al bisbiglio di quella testa recisa da Maria e rinchiusa nel cassetto dell’armadio.

Un dire piano e sommesso, quello di Sandro, lirico e filosofico nello stesso tempo, capace di scendere nelle profondità dell’essere per donare emozioni e stupori profondi, legati alle vertigini universali del primo giorno che la terra fu. Tutto vive nell’Eden, nell’Armonia dei Contrari. Soltanto Adamo è riottoso, scontento. Per lui, dice Sandro, “è un lento, progressivo allontanarsi”. Come Ulisse da Itaca, cui pure è destinato a tornare, e tornerà. Un viaggio, una fuga infinita da se stesso alla ricerca di se stesso, della verità che porta dentro, nel segreto scrigno dove luci e tenebre si abbracciano in complice armonia.

Un’altalena perenne, perché c’è sempre bisogno del contrario, e del contrario del contrario. Non si può vivere sempre nella grazia. Bisogna attraversare la disgrazia per potersi guadagnare di nuovo la grazia. Bisogna farsi piccoli per scoprire la grandezza. E’ il gioco eterno dei contrari. Più si infrange la corazza dell’ego, più si fa spazio all’altro, al Gigante che è dentro di noi, a quella testona che chiudiamo nel cassetto, rinunciando alla sua sapienza per inseguire la nostra vanità. Titiwai è il canto di un uomo che la vita ha messo a dura prova e che sa di dover passare “in mezzo ai rovi, tra le spine” per poter uscire “con le ferite rimarginate al Sole”.
“Io non sapevo / che credere significa soffrire / con il sorriso / che ti squarcia il cuore”. E’ la filosofia degli ultimi che saranno i primi, da intendersi in senso spirituale, e non materiale come si ostinano a fare i più. E’ un tornare alla sapienza innata di quella testona recisa che dal cassetto reclama i suoi diritti, lanciando moniti che nell’epoca dei “senza testa”, alfieri della vita facile, nessuno è più disposto ad ascoltare. Maria, nel sogno descritto da Di Mario, finirà suicida nel Tevere, ma, svegliatasi dal sogno, riuscirà a liberarsi di tutti i feticci e di tutti gli orpelli, certa che “nessuno, neppure se stessa, avrebbe potuto rinchiudere, derubare, annientare la sua testa. Lei non si sarebbe mai fermata”.

Franco Campegiani

Condividi.

Riguardo l'Autore

Leave A Reply