domenica, 26 Maggio, 2019

Mario Aldisio Sammito studioso repubblicano-socialista

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Tra gli studiosi e volgarizzatori del mazzinianesimo e del socialismo meritevoli di essere ricordati troviamo coi siciliani Napoleone Colaianni e Francesco Mormina Penna il gelese Mario Aldisio Sammito. La sua vita ebbe inizio a Terranova di Sicilia, oggi Gela, il 30 gennaio 1834. Ancora ragazzo manifestò una forte sete di sapere. La sua famiglia era però gravata da ristrettezze economiche, e non ebbe perciò la possibilità di avviarlo a studi regolari, specie di livello superiore. Mario Aldisio lesse però molto, sempre curioso, sempre bisognoso di nuove conoscenze, sicchè riuscì a darsi una cultura abbastanza vasta.

Era ancora giovinetto quando, fortemente animato da idealità risorgimentali, si espresse in favore della libertà e della giustizia.
Pur essendo repubblicano di sentimenti, favorì in ogni modo il processo unitario in Sicilia, che portava inevitabilmente a soluzioni monarchiche e ai Savoia, e seguì con estremo interesse l’azione dei “Mille” di Garibaldi e il Plebiscito. Le sue idee resero sospettosa la polizia. Nel 1869 venne arrestato con l’imputazione di “attentato contro la persona sacra del Re“ e di “attività per il cambiamento del governo”, e condotto nelle carceri di Caltanissetta.
Le carceri del tempo, soffocanti in regioni avanzate, lo erano ancor di più in Sicilia: “ristretto” in una cella, non si scoraggiò né perdette la fede in ciò in cui credeva. Questa fede lo animò nel comporre delle poesie, che, raccolte in “Canti del prigioniero” e date alle stampe nel 1870, rivelarono la sua sensibilità e la sua sete di libertà e giustizia.
Tornato libero a Terranova, riprese le letture tanto amate e gli studi liberi, vincendo le difficoltà proprie di un’area del profondo sud. Al tempo stesso iniziò una attiva corrispondenza con uomini politici di alto livello, rappresentanti della cultura e della politica, compose diverse opere su temi di carattere storico, economico, religioso, nelle quali diede prova di una vasta cultura animata dalla avversione a tutto ciò che potesse contrastare la libertà e la giustizia. Tra le sue opere destarono particolare interesse “La Nizzarda”, che ebbe la prefazione di Garibaldi, “La questione sociale”, “Il Papato al cospetto della storia”, “Le guerre servili”, “L’evoluzione economica della proprietà fondiaria in Italia”, “La municipalizzazione dei servizi pubblici”, “Democrazia e letteratura italiana”, “Passato e avvenire dei culti”.

Collaborò a periodici molto letti come “Don Marzio”, “Democrazia”, “Fede e avvenire” di Messina, “La Voce del popolo” di Lentini, “L’Esopo” di Trapani, “Il Nomade” di Palermo – Trapani, “La Lince” di Palermo, “L’Imparziale” di Messina, e tantissimi altri ancora dell’isola e della penisola, che, su posizioni repubblicane, radicali, socialiste, dibattevano la “questione sociale” esprimendo il rifiuto di un sistema sociale che dovunque costringeva larghissime fasce di popolazione in condizioni di miseria e di libertà limitata. Fu attivo corrispondente di Mazzini, Garibaldi, Colaianni, Friscia, Mormina Penna, Bovio, Campanella, Rapisardi, Bakunin, Hugo, coi quali, pur nei limiti delle lettere, poneva interrogativi e discuteva sempre questioni di rilevante valore. Aiutò anche i promotori di circoli internazionalisti che, sia pure fragili e non numerosi, sorgevano in alcune città.
Tra la fine degli anni 80 e i primi anni 90 dell’800 l’avvento di forme organizzative nuove, quali erano i “Fasci dei Lavoratori di campagna e di città”, che facevano convergere operai, contadini, artigiani, elementi avanzati del medio ceto nell’alveo unico della lotta per migliori condizioni di vita e di lavoro, lo indussero a unire i propri sforzi a quelli di Giuseppe De Felice e Luigi Macchi a Catania, Nicola Pétrina a Messina, Garibaldi Bosco, Bernardino Verro, Nicola Barbato a Palermo, Giacomo Montalto a Trapani, Francesco De Luca a Girgenti, Luigi Leone a Siracusa, e a estendere il movimento nel nisseno. Diede così vita al Fascio dei lavoratori nella sua città natale, e ne fece un centro di irradiazione del movimento a diversi comuni. Sul suo esempio, a Caltanissetta l’avv. Agostino Lo Piano, a Niscemi il dott. Giuseppe Crescimone, e altri in altri comuni, si impegnarono affrontando le difficoltà opposte da ambienti arretrati, dominati ancora dai grossi proprietari terrieri e dai notabili.

Si collegò poi con i confratelli che nel limitrofo circondario di Modica, sotto la guida dell’avv. Giuseppe De Stefano Paternò, avevano già costituito i fasci a Santa Croce Camerina, Vittoria, Scicli, Modica, Ragusa, e mise a loro disposizione il quindicinale “Il Sole dell’avvenire”, che aveva fatto nascere nella sua città.
La reazione dei gruppi dominanti fu, come in tutta l’isola, violenta e distruttiva, trovando nel governo Crispi l’esecutore. Ai primi del ’94 anche i fasci del nisseno furono sciolti, mentre non pochi dirigenti e lavoratori venivano avviati alle carceri.
Non passò molto tempo, e Mario Aldisio Sammito era nuovamente attivo, ospite gradito e cercato di numerosi fogli con discreta diffusione nei quali accostava e cercava di fondere i contenuti del mazzinianesimo e del socialismo, offrendo ai lavoratori gli elementi per credere nella libertà e nella giustizia e per avvertire più fortemente l’urgenza di una democrazia reale.
Morì il 22 giugno del 1902. La stampa espresse allora il lutto della città che gli aveva dato i natali, il dolore di tanti cittadini, operai, pescatori che dalle sue parole per lunghi anni avevano tratto motivo di speranza in una società migliore. In un foglio locale fu scritto che “la storia della democrazia italiana (avrebbe scritto) a caratteri d’oro il suo nome”.

Purtroppo questo non è avvenuto. La biblioteca civica di Gela conserva molte delle sue opere, i numeri de “Il Sole dell’avvenire” e parte della corrispondenza, mentre una strada da gran tempo porta il suo nome. Purtroppo, come è avvenuto in altre parti del paese per tanti del vecchio repubblicanesimo e del vecchio socialismo, relegati nell’elenco dei minori e dimenticati, Mario Aldisio Sammito, notissimo alla fine dell’800, e non solo in Sicilia, è conosciuto oggi solo da qualche studioso di storia locale.

Giuseppe Miccichè

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