lunedì, 17 Giugno, 2019

Mario Certa, un socialista del profondo Sud

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Nacque a Mazara del Vallo, in quel di Trapani, il 24 dicembre del 1897. Crebbe tra gravi ristrettezze economiche, ma era dotato di viva intelligenza e di forte volontà di sapere, sicché, guardato sempre con viva simpatia nell’ambiente scolastico, compì con ottimi risultati il corso degli studi e a soli 17 anni conseguì la maturità classica. Si iscrisse poi a Lettere nell’Università di Palermo, e per superare le difficoltà familiari diede lezioni private e fece l’istitutore presso il Convitto Nazionale.

Con l’inizio della Grande Guerra venne richiamato alle armi e prestò servizio in qualità di sottotenente nel corpo dei bersaglieri. Nel ’19, restituito alla famiglia e agli studi, tornò all’Università, ma abbandonò Lettere e mentre faceva il praticante nello studio dell’avv. Emanuele Sansone, notissimo uomo di legge, socialista tra i più noti nel trapanese, seguì i corsi di Giurisprudenza fino al conseguimento della laurea. In questo periodo inviò note e corrispondenze a “L’Ora”, l’“Avanti!, “Il Paese”, “Il Mondo”, ma anche a giornali francesi.

Era già tra i socialisti della sua città, quando il 16 maggio del 1920 fondò “L’Era Nuova”, quindicinale di chiaro orientamento socialista, il cui programma, volto alla formazione di salde coscienze socialiste, prevedeva la lotta contro i privilegi e la mafia, per una società rinnovata capace di riconoscere i diritti del popolo lavoratore e della Sicilia, fino allora trascurati dai governi centrali e dalle classi economicamente e politicamente dominanti.

Al periodico collaboravano rappresentanti del variegato mondo politico progressista, con articoli nei quali si affrontavano i problemi del momento, si commentavano i fatti dolorosi che si registravano qua e là annunziando la montante reazione nazional-fascista, si chiamavano i lavoratori alla unità nella lotta in difesa della giustizia e della libertà e i democratici alla vigilanza per l’aggravarsi della situazione nazionale.

“L’Era Nuova” cessò le pubblicazioni nel ’22, l’anno in cui la situazione, aggravatasi nei precedenti mesi per le violenze delle “squadracce”, il frequente spargimento di sangue, la distruzione di leghe, circoli, cooperative, sfociò nella presa del potere da parte del fascismo.

Mario Certa, pur in un contesto sempre più difficile, rimase al fianco dei lavoratori, rafforzato nella sua fede dagli esempi che venivano da uomini coraggiosi come Piccinini, Matteotti e altri, dalle decine di contadini e operai che in ogni regione perdevano la vita, vittime della bestiale violenza dei fascisti.

Proprio allora apparve un suo romanzo, “Milly, fior d’oltremare”, nel quale alla vicenda d’amore narrata, di tipo tardo romantico, univa forti considerazioni sulla libertà, sicché venne sequestrato e ritirato dalle librerie.

Di lì a poco Certa partecipò al Comitato delle opposizioni, che si era costituito a Palermo, e quando il Psi cercò di mantenere in vita una sua struttura organizzata venne chiamato a reggere la segreteria della Federazione interprovinciale Trapani-Agrigento – Caltanissetta.

Stesasi su tutto il paese la pesante cappa della dittatura, non gli rimasero che i tribunali. Guardato sempre con sospetto e vigilato, conobbe di tanto in tanto fermi, soggiorni in carcere, ecc. Nel 1938 subì un nuovo arresto, ma con un trattamento estremamente duro per avere scritto un memoriale contro l’occupazione dell’Austria operata dai nazisti.

Giunse alla fine la restaurazione della libertà e nel ’46 egli venne eletto sindaco di Mazara con larga messe di voti. I suoi concittadini l’avevano scelto per la coerenza rivelata nei precedenti anni e per le capacità che gli venivano riconosciute. Quale capo dell’amministrazione comunale si impegnò per risollevare la città dalle condizioni in cui venti anni di fascismo l’avevano costretta e rinnovarla.

L’esperienza amministrativa, però, fu di breve durata. Alla fine di quello stesso anno beghe, manovre antidemocratiche, arrivismi, ecc. fecero sì che egli lasciasse la carica e tornasse all’ attività di avvocato. Qualche tempo dopo, guardando al suo passato, scrisse: “Voglio restare quale sempre sono stato: umile con gli umili, onesto con gli onesti, povero con i poveri. Il mio lavoro è la mia vita e la mia aspirazione. La libertà è il mio ideale di ieri e di oggi”.

Morì il 9 dicembre del ‘60. Il suo nome contribuisce ad arricchire l’elenco delle grandi e nobili figure – Montalto, Cammareri Scurti, Bonfiglio, Grammatico, Costa – che hanno reso meritevole di riconoscenza la terra trapanese e il movimento dei lavoratori che vi ha scritto pagine gloriose.

Giuseppe Miccichè

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