domenica, 28 Febbraio, 2021
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Martin Luther King: un’eredità che pesa sul futuro dell’America

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Nel suo discorso di insediamento Joe Biden ha ricordato Martin Luther King (MLK) e il suo sogno. Non un semplice omaggio, ma il richiamo alla forza morale di un grande leader in un momento difficile della vita di una nazione spaccata dopo quattro anni di Trump e che ora deve ritrovare la sua unità.
A ricordare il grande leader nero è anche un bel libro uscito il 15 gennaio, in occasione del “King day”, l’anniversario della nascita di MLK. Il libro, edito da Laterza, si intitola “Martin Luther King una storia americana” e l’autore è Paolo Naso, docente di Scienza politica alla Sapienza Università di Roma. Il volume ripercorre la vita di King, iniziando dalla fine avvenuta a Memphis il 4 aprile 1968 per un colpo di fucile sparato da James Ray, un criminale condannato a vent’anni di reclusione nel 1959 ed evaso nel 1967. Ray, condannato a 99 anni per l’assassinio di MLK, non ammise mai di aver commesso il delitto, avanzando la tesi di un complotto, alla quale la stessa famiglia King ha sempre creduto. Un omicidio dunque, quello di King, che ricorda molto quelli dei due Kennedy. Il presidente John Fitzgerald (JFK), assassinato a Dallas nel novembre 1963, e il fratello Robert, ucciso due mesi dopo MLK a Los Angeles, in piena campagna elettorale, il 6 giugno 1968. In entrambi i casi furono trovati gli assassini materiali (con qualche dubbio sull’omicidio di JFK per il presunto coinvolgimento di altri soggetti), ma non si arrivò mai a stabilire se ci furono dei mandanti e chi fossero.
Basterebbe questo a definire quella di MLK una storia americana. Tre grandi leader progressisti ammazzati da chi voleva fermare le istanze di libertà e giustizia sociale da loro portate avanti in un Paese in perenne bilico tra la realizzazione del “sogno” dei padri fondatori e il trionfo del capitalismo “puro”. In realtà Paolo Naso va molto al di là di questa narrazione riduttiva e agiografica per scavare dentro il personaggio King e la sua visione del Paese, marcando le differenze con i Kennedy.
Nato il 15 gennaio 1929 ad Atlanta (Georgia), Martin riceve un’educazione borghese, conseguendo la laurea in teologia e divenendo pastore battista sulle orme del padre. La sua attività politica inizia nel 1955 con la partecipazione alla mobilitazione di Montgomery (Alabama) contro la segregazione razziale sugli autobus, nella quale assume subito un ruolo di leader. Il metodo di lotta inaugurato da King è quello della non violenza e della resistenza passiva, ispirato al modello del Mahatma Gandhi. Per questa sua attività MLK subisce nel 1956 il primo arresto e il primo attentato contro la propria casa. I primi di una lunga serie, che comprende anche un tentativo di omicidio nel 1958. La mobilitazione ha però successo perché la Corte Suprema, dopo aver dichiarato incostituzionale nel 1954 la segregazione nelle scuole pubbliche, dichiara incostituzionale nel 1956 la segregazione sugli autobus. Ma la lotta continua perché il segregazionismo è duro a morire, costringendo King a scendere in campo in molte altre manifestazioni negli Stati americani del Sud. Contemporaneamente alle battaglie contro il segregazionismo, King porta avanti, a partire dal 1957, la battaglia per il diritto di voto degli afroamericani. Un lungo cammino anche questo, culminato nella marcia da Selma a Montgomery, che si concluderà vittoriosamente nel marzo del 1965 con il “Voting Rights Bill” del presidente Johnson.

Il decennio compreso tra il 1955 e il 1965 rappresenta il periodo di maggior successo di MLK, al quale nel 1964 viene conferito il Premio Nobel per la pace. E’ il periodo dell’affermazione dei diritti civili, simbolicamente raffigurata dalla grande adunata di Washington del 28 agosto 1963, in cui King pronuncia il famoso discorso sul grande sogno di realizzare l’unità tra bianchi e neri in tutti gli Stati Uniti. Il movimento afroamericano, dopo anni di strenua lotta, porta a casa il duplice risultato della fine della segregazione e del conseguimento del diritto di voto.
Ma è anche dalla fine di quel periodo che cominciano gli anni più difficili per King, sui quali si focalizza la parte più originale del libro di Naso. L’America nel ’65 è un Paese profondamente lacerato dopo l’assassinio di Kennedy, e nel quale, da un lato, cominciano le proteste giovanili per la guerra nel Vietnam e, dall’altro, gli stessi afroamericani sono spaccati tra il pacifismo di King e i movimenti più turbolenti, come quello del “black power”, che sfida apertamente la classe dominante bianca. Il 1965 è anche l’anno dell’assassinio di Malcom X, il leader della protesta nera più radicale e avversario politico di MLK.
Sullo sfondo di questa profonda inquietudine King capisce che la vittoria ottenuta sul piano dei diritti civili è destinata a rimanere monca se non viene accompagnata da un più profondo progetto di trasformazione della società americana. Egli si rende conto che il Vietnam è un grande problema soprattutto per i neri sia per le perdite di vite umane, superiori rispetto ai bianchi, sia perché le risorse della nazione si concentrano sempre di più sullo sforzo bellico, tralasciando la distruzione dei ghetti, la spesa sociale, la lotta alla povertà e alle disuguaglianze. La sua profonda fede religiosa e il suo straordinario impegno morale gli fanno inoltre vedere chiaramente i limiti di una società che ha fatto del possesso dei beni materiali il suo fine. Razzismo, militarismo, materialismo sono i tre grandi mali dell’America profondamente collegati tra loro, che pertanto vanno affrontati insieme.

Ed è proprio per la sua crescente critica al sistema che MLK si aliena le simpatie degli stessi “liberal” bianchi – a cominciare dai Kennedy (con i quali per la verità King non ha mai avuto, al di là di una certa aneddotica, un grande feeling) e dal neo-presidente Johnson – che si aspettavano, dopo i risultati ottenuti sui diritti civili, il sostegno di King al governo democratico.
Piano piano Martin vede il sogno americano trasformarsi in incubo. A questa consapevolezza egli giunge proprio verso la fine del 1967, quando nel sermone di Natale alla Ebenezer Church di Atlanta dichiara: “Nel 1963 a Washington cercai di parlare alla nazione di un sogno che avevo, e devo confessare che non molto tempo dopo aver parlato di quel sogno cominciai a vederlo trasformarsi in un incubo. Fu quando quattro bellissime bambine nere furono assassinate in una chiesa di Birmingham, Alabama. Vidi quel sogno diventare un incubo attraversando i ghetti della nazione e vedendo i fratelli e le sorelle neri che perivano in un’isola solitaria di povertà nel mezzo di un vasto oceano di prosperità materiali. Vidi quel sogno trasformarsi in un incubo a mano a mano che vedevo l’escalation della guerra in Vietnam.”
Il King che viene assassinato pochi mesi dopo a Memphis è un King isolato e indebolito dagli attacchi subiti da destra e da sinistra (qualcuno parafrasava il suo nome in Martin Loser King). Un King però mai domo che ha ancora “intenzione di incanalare la rabbia esplosiva e la frustrazione delle persone nere in un grande movimento militante e non violento di proporzioni enormi, a Washington e in altre aree.” Sono passati più di cinquant’anni da allora e l’America e il mondo stanno ancora aspettando un vero leader che raccolga il testimone lasciato da Martin Luther King.

 

Attilio Pasetto

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