mercoledì, 20 Gennaio, 2021

Massimo Carugno
Il fattore β… come Barberini

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Lìddove per la elegante lettera dell’alfabeto greco si deve intendere la B.

Perché, sebbene nei giorni scorsi ne abbiamo cominciato a celebrare il centenario, e sebbene i due fatti storici siano quasi gemelli perché caduti in giorni vicini, non mi ha mai appassionato la vicenda della scissione di Livorno quanto mi abbia preso ed interessato l’excursus storico e fattuale che ha preceduto, causato e seguito la scissione del 11 gennaio del 1947.

La B sta come Barberini, o meglio come la scissione di palazzo Barberini.

In tutti e due gli eventi il nodo centrale era il rapporto con i comunisti.

A Livorno non con quelli italiani perché ancora nati, ma certamente con quelli sovietici che cercavano di condizionare la vita del mondo socialista europeo e con i loro epigoni italiani.

Con entrambi in occasione degli eventi del 1917.

La storia è nota, Nenni e Saragat, che avevano marciato l’uno fianco all’altro durante il fascismo e durante la liberazione, si trovarono, agli albori dell’Italia Repubblicana, a distinguersi proprio sul tema del rapporto con il PCI, entrando in un dibattito talmente inconciliabile che portò le due componenti a scindersi determinando lo scivolamento del neonato partito saragattiano, più noto con il suo nome moderno P.S.D.I. verso l’area centrista e moderata, ed all’arroccamento del Partito Socialista, rimasto legato a Nenni, nello stretto legame con il P.C.I. sacramentato con la alleanza elettorale del Fronte Democratico Popolare.

Non furono i risultati elettorali del 1948 a dire chi avesse ragione tra il leader sabaudo e quello romagnolo, anche se il dato nudo e crudo fu una evidente avvisaglia di quello che successivamente insegnò la storia.

Lo furono certamente gli eventi, quelli successivi recenti e meno recenti.

Le vicende del Midas, cadute una trentina di anni dopo, e la linea politica seguita dal neo segretario Craxi dimostrarono che l’ossigeno politico ed anche elettorale non poteva essere fornito al P.S.I. se non mediante uno strappo vigoroso dal P.C.I. e dai i suoi mai tagliati legami con l’arcipelago sovietico.

Da quel momento il movimento socialista, interrompendo quella che sembrò essere stata una sudditanza psicologica con quelli che in fondo erano stati i cugini minori, acquistò man mano autorevolezza ponendosi al centro della vita politica italiana e ponendo a sua volta l’Italia al centro della vita politica della più nobile socialdemocrazia europea.

Il teorema, che passò nella coscienza del popolo italiano, fu che si poteva essere di sinistra con una precisa identità basata sulla solidarietà, sulla libertà, sull pace, sulle riforme, sul progresso civile e democratico.

Inutile ricordare quel che successe dopo: l’Italia IV potenza mondiale, il no a Reagan, il rapporto con i palestinesi, la questione degli euromissili.

Poi gli anni bui ed il sospetto della mano caina dei comunisti nella vicenda tangentopoli.

Ed infine l’era contemporanea ed i difficili rapporti, sfociati negli ultimi anni in più di una umiliazione, tra il nostro piccolo partito ed il gigante “dem” erede, per una parte, di quel comunismo con e contro il quale duellammo nei decenni precedenti.

La storia, che cominciò nel 1921 ed è transitata attraverso diverse ed importanti tappe tra cui quella del 1947, narra di quei duelli ma anche di quanto sia diversa la idea socialista da quella comunista,indubbiamente sotto il profilo ontologico, ma anche sotto il profilo dei valori democratici e libertari.

 

Non è solo nel concetto di riforma, ben distinto da quello di rivoluzione, e poi di dittatura del proletariato che la distinzione si fa profonda.

E non è solo nella storia dei paesi comunisti ben distinta da quella di paesi a governo socialista che bisogna ad andare a trovare conferma di quelle differenze.

È nell’ideale che bisogna andare a scavare.

È nel credo che nessuno debba essere oppresso, non dal capitalismo, ma neanche dal regime di stato del modello comunista.

È nella fede, forse romantica, che tutti gli uomini un giorno possano sentirsi eguali, nei diritti e nei doveri, ma anche liberi senza che nessuna imposizione di regime garantisca ma imponga tale eguaglianza.

Non serve, e sarebbe stucchevole, dilungarsi troppo nel cercare di narrare ai socialisti cosa significa essere socialisti e che differenza ci sia con l’essere comunista.

Resta la storia ed il suo insegnamento.

Per chi ricorda, nel 2009, le mie prime apparizioni nel gotha del nostro partito, non si lascerà sfuggire i mie interventi costanti a sostegno della tesi di distinguerci sempre di più dai “democratici” e da tutto ciò che rappresentava una eredità comunista, paracomunista, postcomunista. Ma anche il costante richiamo al fatto che solo quando il P.S.I. si seppe staccare e distinguere da quella parte della sinistra, ebbe il suo ruolo nella politica italiana ed europea.

Perché diede ai tanti italiani, che pur condividendo sentimenti riformisti non si identificavano nella ideologia del P.C.I., la possibilità di essere di sinistra senza essere comunisti.

Quel ruolo del partito, quella posizione illuminata, non avrebbe mai dovuta essere abbandonata perché ancora oggi vi sono sparsi, un po’ ovunque, ancora tanti italiani che continuano a nutrire gli stessi sentimenti.

Un forza che sia la a sinistra dell’ area moderata piuttosto che l’area moderata della estrema sinistra.

Questa è la posizione che sogno per il nostro partito.

Perché questo è il messaggio che giunge dal teatro Goldoni di Livorno, ma anche da palazzo Barberini in Roma.

Perché la storia ha insegnato che avevano ragione Saragat e Craxi.

Perché per ideali, per amore della pace, della libertà dei popoli, del civile progresso democratico un vero socialista, se ha il dovere di essere antifascista, ha l’altrettanto dovere di essere anticomunista.

 

Massimo Carugno

Segreteria Nazionale PSI

 

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