sabato, 24 Agosto, 2019

Massimo Salvadori e cause della crisi dei partiti di sinistra

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In un volume snello, dal titolo “Le ingannevoli sirene. La sinistra tra populismi, sovranismi e partiti liquidi”, lo storico Massimo Salvadori racconta la lunga parabola che ha condotto i partiti della sinistra socialdemocratica alla perdita di ogni contatto con la realtà del mondo attuale. Riferendosi all’Italia, egli afferma che la crisi è imputabile alla responsabilità delle forze della sinistra che, sconfitte, hanno aperto la strada ai partiti populisti, sovranisti e xenofobi. La narrazione di Salvadori, oltre a cogliere i punti salienti in corrispondenza dei quali i partiti socialdemocratici hanno perso il “passo” rispetto al ritmo della dinamica sociale, non manca di indicare la via da percorrere per assicurare al Paese un futuro migliore di quello prospettato dagli attuali leader populisti e sovranisti al governo.
Da sempre – afferma Salvadori – “la storia di tutti i Paesi, a partire da quando il suffragio divenne prima allargato e poi universale, ha mostrato come gli orientamenti delle masse siano soggetti a mutare di fronte; il che avviene comprensibilmente soprattutto nei periodi di acute crisi economiche e sociali, le quali provocano a loro volta cambiamenti politici assai consistenti e persino radicali”. La situazione che si è creata nel nostro Paese, e in molti altri del Vecchio Continente e del mondo, dopo lo scoppio della Grande Recessione del 2007/2008 ha generato negli strati sociali più deboli insicurezza e incertezza riguardo alle loro condizioni presenti e future. Ciò è stato sufficiente a spingere molti cittadini a voltare le spalle a coloro che li hanno governati e “a rivolgere le proprie speranze a nuove forze politiche e nuove leadership”.
Per superare le conseguenze economiche, sociali e politiche che la crisi del 2007/2008 è valsa a determinare, occorre innanzitutto capire quali fattori le hanno determinate; ma ciò non basta: occorre anche “elaborare credibili programmi” per assicurare un futuro migliore agli strati sociali sui quali si sono maggiormente “abbattute” le conseguenza della crisi. A tal fine, l’aurore esprime la convinzione che, per i partiti della sinistra democratica, sia necessario, per un verso, prendere coscienza del fatto che il “nemico insidioso” da sconfiggere è il loro “cedimento al modello del ‘partito liquido’”, e per un altro verso, ricuperare il patrimonio ideale delle loro strategie del passato in campo politico e sociale, assumendolo come riferimento irrinunciabile nell’elaborazione dei programmi per il futuro.
Nell’opera di ricupero del proprio passato ideale, i partiti della sinistra socialdemocratica devono tenere presente, a parere di Salvadori, che se la situazione attuale “presenta analogie non secondarie con quella che negli anni Trenta del XX secolo aveva portato in gran parte del globo alla loro distruzione […], ciò che appare oggi profondamente cambiato è che là dove la democrazia era stata cancellata […], negli animi di componenti importanti delle forze sconfitte rimaneva allora vigorosa la determinazione di riconquistarla, ponendo le premesse per il suo rilancio nel mondo occidentale negli anni seguiti alla fine della seconda guerra mondiale”. Diversa è, però, la situazione attuale, in cui la democrazia rappresentativa è stata messa in crisi dalla “’democrazia diretta’ in veste digitale”, ridotta a “demagogica trovata propagandistica”.
Quali sono, si chiede Salvatori, i fattori che, nell’arco di tempo compreso tra la fine del XIX e quella del XX secolo, hanno prima promosso lo sviluppo della democrazia rappresentativa e poi della democrazia sociale, e quali motivi che, nell’ultimo scorcio del XX secolo, ne hanno provocato la crisi, tanto da indurre a credere che essa possa rivelarsi definitiva, spingendo i suoi “denigratori a operare attivamente perché lo sia”?
Sono stati i partiti socialisti e quelli cristiano-sociali – ricorda Salvadori – che, “pur profondamente divisi nel modo di intenderla”, hanno concorso all’affermazione della democrazia. Attraverso la loro trasformazione in “partiti di massa”, essi si sono trasformati, per gli strati sociali più deboli, in “grandi scuole” di elevazione culturale e politica e in strumenti per la conquista di un crescente ventaglio di diritti politici e sociali; diritti che i loro aderenti, da soli, non sarebbero stati in grado di ottenere, “senza la guida dei quadri che li organizzavano e degli eletti e dei leader […] che ne portavano la voce nei Parlamenti”. I “partiti di massa” sono ora entrati in crisi, e per capirne le ragioni è necessario, secondo Salvadori, considerare il rapporto, creatosi in Europa nel periodo che va dagli ultimi anni del XIX secolo alla fine del secondo conflitto mondiale, tra questi stessi partiti e la situazione maturata a livello mondiale dopo il 1945, dominata dalla presenza delle due massime potenze, che si identificavano negli Stati Uniti e nell’Unione Sovietica.
La contrapposizione tra tali potenze è valsa a creare due “mondi” contrapposti, che hanno dato luogo al periodo della Guerra Fredda, durata per quasi mezzo secolo; ciò ha originato due parziali globalizzazioni, che hanno dato vita, rispettivamente, al “mondo capitalista”, egemonizzato dagli Stati Uniti, e al “mondo comunista”, egemonizzato dall’Unione Sovietica. Le due globalizzazioni hanno avuto in comune la creazione di due grandi aree sopranazionali, in ciascuna delle quali la superpotenza che esercitava la leadership politica dominava anche in capo economico. La parziale globalizzazione politico-economica è stata poi completata anche dal punto di vista militare, con la costituzione della NATO, da un lato, e del Patto di Varsavia, dall’altro.
Dal punto di vista economico, lo Stato era presente nell’economia all’interno di entrambe le aree; oltre che nell’area “a conduzione sovietica”, anche in quella occidentale, dopo il 1945, l’intervento dello Stato è venuto espandendosi rispetto al periodo precedente, per segnare, alla fine degli anni Settanta, una profonda inversione di tendenza, che ha assunto “le caratteristiche di una offensiva improntata ai principi del neoliberismo”, impostisi con una forza tale “da segnare l’epoca storica successiva”. Al successo dell’ideologia neoliberista hanno concorso, secondo Salvadori, soprattutto tre fattori: il primo è stato l’attacco, condotto all’interno dell’area globalizzata occidentale, contro le burocrazie e i costi causati dalla realizzazione dello Stato sociale; il secondo fattore è riconducibile all’implosione dell’area globalizzata egemonizzata dall’Unione Sovietica e dalla nascente forza economica della Cina; il terzo, infine, è stato determinato dall’introduzione dalla libertà di circolazione dei capitali e di delocalizzazione delle imprese dai Paesi economicamente avanzati verso Paesi arretrati, con forza lavoro a basso costo.
Dopo il crollo del Muro di Berlino e la fine della Guerra Fredda, l’implosione dell’Unione Sovietica e la crescente integrazione nel mercato internazionale dell’economia Cinese, alle due globalizzazioni parziali (quella capitalista e quella comunista) ne è seguita una mondiale, “posta sotto il segno del neoliberismo”. La libertà di circolazione dei capitali e delle imprese (seguita dagli esiti della rivoluzione informatica) ha presentato presto “il rovescio della medaglia”, nel senso che ha avuto ripercussioni profonde soprattutto sui Paesi di più antica industrializzazione; questi, infatti, hanno dovuto affrontare le conseguenze della perdita di una parte considerevole delle attività manifatturiere, della crescita di una disoccupazione strutturale irreversibile e della diffusione del fenomeno della povertà.
I ceti sociali impoveriti dalle condizioni di disagio economico diffusosi nei Paesi di più antica industrializzazione, non hanno trovato, come nel passato, i loro “portavoce più efficaci nei partiti di sinistra e nei sindacati, ma in movimenti populisti”, ispirati dai valori propri delle forze della destra neoliberista e da quelli di “un sinistrismo demagogico”. Inoltre, la globalizzazione economica, se inizialmente aveva avuto l’effetto di migliorare le condizioni economiche di molti Paesi arretrati, ha fatto successivamente emergere emerse le sue implicazioni negative. Dai Paesi arretrati che la globalizzazione mondiale non aveva coinvolto nel processo della Grande Convergenza verso il miglioramento delle condizioni di vita, del quale invece altri Paesi avevano beneficiato, hanno avuto origine crescenti flussi migratori. È stato a questo punto, sostiene Salvadori, che i movimenti populisti “hanno fatto irruzione” sulla scena politica di più antica industrializzazione, raccogliendo il consenso elettorale di tutti coloro che si sentivano vittime, per un verso, delle modalità con cui la globalizzazione aveva potuto espandersi e approfondirsi, e per un altro verso, del disagio seguito al mancato governo del crescente fenomeno immigratorio.
La situazione venutasi a creare è risultata caratterizzata dal fatto che “le persone, non più orientate da solidi partiti organizzati in grado di offrire culture politiche durevoli”, hanno maturato la propensione a “rapidi spostamenti di opinione e di posizione”; la persistente crisi economica, determinando un affievolimento del senso di solidarietà, è valsa a rendere tali persone “facile prede dell’irrazionalismo e delle lusinghe demagogiche”. Esiste, si chiede Salvadori, un rimedio alla attuale situazione di crisi politica, sociale ed economica? E soprattutto, esiste la possibilità che le forze della sinistra si identifichino in un nuovo partito organizzato?
Alla prima domanda, Salvadori risponde rifacendosi all’eredità intellettuale dello storico anglo-americano Tony Judt, auspicando che l’anarchia del mercato globale, seguita all’affermazione dell’ideologia neoliberista, sia superata attraverso la riproposizione dell’intervento dello Stato nella regolazione del mercato, riaffermando i principi “sul rispetto dei diritti di ciascuno, sul pluralismo politico” e sulla libertà della collettività. Deve trattarsi di un intervento pubblico, afferma Salvatori, in grado di contrastare quella presunta superiorità del libero mercato, tanto propagandato dall’ideologia neoliberista, ma rivelatosi politicamente e socialmente pericoloso quanto il suo fallimento economico. Inoltre, deve trattarsi di un intervento pubblico che deve muoversi lungo il solco delle conquiste che la socialdemocrazia è riuscita a conseguire nel corso del XX secolo; ma perché ciò possa accadere, le forze della sinistra devono potersi organizzare in un partito socialdemocratico moderno, i cui leader sappiano pensare al di là dei confini nazionali, tenendo conto delle “lezioni” impartite dalla crisi che ha contraddistinto i partiti di sinistra degli ultimi decenni.
La prima “lezione” della quale il nuovo partito della sinistra dovrà tener conto è che i vecchi partiti socialisti, ispiratisi all’ideologia neoliberista, hanno dovuto sperimentare la smentita di ciò che tale ideologia prometteva. La seconda “lezione” è che il nuovo partito non potrà svolgere “alcuna azione efficace sui processi politici ed economici”, se non sarà in grado di “stabilire adeguati rapporti a livello sovranazionale e di elaborare programmi e strategie comuni” che vadano ben al di là della capacità di incidere sulle istituzioni nazionali.
In conclusione, secondo Salvadori, lo stato di debolezza che caratterizza oggi i partiti della sinistra in Italia è simile a quello che caratterizza i partiti della sinistra dei restanti Paesi europei; la capacità di contrastare gli esiti dell’egemonia acquisita a livello mondiale dall’ideologia neoliberista dipende unicamente da loro. Coloro che li compongono dovranno dimostrare d’essere capaci di partecipare all’elaborazione di un pensiero alternativo a quello neoliberista, per rispondere alla necessità, sempre più urgente, di prefigurare valide soluzioni ai problemi del mondo attuale e per progettare un futuro meno iniquo e più giusto sul piano distributivo, rispetto a quanto il presente ci riserva.

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