giovedì, 21 Marzo, 2019

Mattarella e il rischio ambientale

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Mattarella non l’ha mandata a dire. Si rischia una crisi di portata storica. Le inondazioni, le alluvioni, i cataclismi, gli improvvisi e turbolenti cambi di temperatura non sono frutto del caso. Il clima sta cambiando e il cambiamento climatico può generare sempre più gravi, drammatici problemi al nostro pianeta. Serve un cambio di marcia che si pensava potesse avvenire gia a seguito della conferenza di Rio de Janeiro del 1991. Di conferenze da allora ne sono state convocate diverse, le ultime due a Parigi e a Katovice, con relativi impegni di diminuzione di Co2 e di contenimento dell’aumento del riscaldamento terrestre da 3,5 gradi previsti per la fine del secolo a 1.5, considerato dagli esperti necessario per limitare i danni.

Eppure non tutti i singoli stati stanno ai patti. Il presidente Trump ha ufficialmente dichiarato che gli Usa non rispetteranno gli impegni presi già a Parigi, ma anche altri paesi non rispettano i vincoli che formalmente hanno assunto. Secondo lo studio Driver of declining Co2 di quest’anno ci sono sedici paesi, quasi tutti europei, che hanno diminuito le emissioni, pur senza arrivare all’obiettivo previsto: Italia, Belgio, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Irlanda, Olanda, Portogallo, Regno Unito, Romania, Spagna, Svezia, Usa – che rappresentano il 28% delle emissioni globali. Queste aumentano invece in Cina, che supera oggi in percentuale anche gli Usa, e in India che si colloca al terzo posto. Se la diminuzione nei paesi sviluppati é frutto del potenziamento delle energie alternative e del complessivo calo di consumo energetico dovuto alla crisi del 2008, nelle economie nuove ed emergenti le emissioni sono invece aumentate a causa della loro forte crescita.

Complessivamente se vogliamo restare sotto i 2 gradi entro il 2030 occorre tagliarle di un quarto, se intendiamo davvero arrivare all’1,5 occorre dimezzarle. La verità é che dal 2005 al 2015 queste sono aumentate del 2,2 per cento all’anno. Occorre davvero voltare pagina. Si tratta di un obbligo indispensabile se si vogliono evitare rischi per l’intero pianeta. Ma non basta vietare o pensare a soluzioni tampone. Quel che occorre oggi é convincersi dell’urgenza di una trasformazione del nostro modo di produrre e di creare occupazione. Quel che é chiaro, e che soprattutto i grandi paesi come gli Usa, la Cina, l’India, la Russia, il Giappone, che sono i massimi responsabili di emissione di Co2, fanno finta di non capire, é che uno sviluppo cosiddetto sostenibile non richiede sacrifici ma sviluppa enormi potenzialità. Quella che si chiede di imboccare non é una decrescita che è sempre infelice, ma una crescita capace di coniugare economia ed ecologia. I prossimi anni ci diranno se i grandi del mondo hanno davvero a cuore il futuro del pianeta.

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Riguardo l'Autore

Mauro Del Bue

1 commento

  1. Così come nel suo ultimo libro,”L’unità”, il direttore torna nel suo editoriale al tema cruciale dell’ambiente. Lo fa sempre con equilibrio e ragionevolezza, dimostrando una sensibilità culturale e politica propria di chi sa leggere il domani. Un domani che con la monumentalità del tema dei cambiamenti climatici e quello dei flussi migratori, mobilita l’epocale esigenza rispettivamente di salvezza del mondo e di salvezza nel mondo. A fronte di ciò, solo la grandezza di un nuovo socialismo, in particolare di un ecosocialismo, potrà scardinare la causa neocapitalistica degli squilibri suesposti, spalancando la prospettiva di una nuova fase storica. Tutto ciò sarà declinabile proprio attraverso un nuovo modello di sviluppo in grado di coniugare, armonizzare, compatibilizzare economia ed ecologia, nella dimensione fondativa dell’ecologia come economia della natura e dell’economia come ecologia dell’uomo. Un’evoluzione riformista, democratica e liberale di quel “ricambio organico tra uomo e natura” mediato dal lavoro, come necessità eterna della natura, di cui parlava, profeticamente, ancorchè hegelianamente, Carlo Marx agli albori del socialismo. In rapporto a ciò, la dimensione di una “decrescita” resta definizione ambigua, pur nella necessità di non trascurare, fondamentalmente, l’imperativo di un salto culturale, in grado di promuovere al tempo stesso, per dirla con il filosofo Vittorio Hosle, tanto una rivoluzione dell’efficienza, quanto una rivoluzione della sufficienza, la riappropriazione della cultura della misura e del limite, l’affermazione di un sistema di razionalizzazione delle risorse, quale premessa per la loro conservazione e quindi redistribuzione.

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