martedì, 26 Marzo, 2019

Mattarella, i sindaci, il Papa

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Disobbedienza civile dei sindaci e disobbedienza curiale del Papa nello stesso giorno, il secondo, del 2019. Un anno che comincia in maniera quantomeno interessante. Papa Francesco, guardando, pare, più dentro i confini della Chiesa (forse addirittura nello stretto recinto della gerarchia) è sbottato: meglio gli atei che i cristiani ipocriti. Un’invettiva che sembra un moderno e cristianissimo “Fuori i mercanti dal tempio”.

“Che sia così e vada avanti”, è stata la reazione istintiva della gran parte del popolo, perso nei confusi e nichilisti meandri della modernità. Da peccatori credenti in ginocchio sui ceci agli ultimi banchi, laici in politica, ammiratori convinti di chi, tra sentimenti di umanità e fede, continua a ricercare almeno un po’ di coerenza, non possiamo fare altro, anche noi, che accordare il nostro sostegno al pontefice in un’epoca nella quale più di sempre servono fari nella nebbia e voci, anche solitarie, pronte a gridare nel deserto.

Landa desolata che decisamente non lambisce il Mezzogiorno e le città d’arte e di cultura italiane se l’anno nuovo ha portato i sindaci di Palermo, Napoli e Firenze a rifiutare con un fiero gesto di disobbedienza civile i dettami del Decreto Sicurezza firmato dal ministro degli Interni, Matteo Salvini in materia di immigrazione.

Il dibattito, chiaramente, è attorno alla fascia tricolore. Può un sindaco, massimo rappresentante dello Stato sul suo territorio, rifiutarsi di applicare la legge? Probabilmente no. Inevitabilmente già si parla di ricorsi alla Corte Costituzionale.

È indubbio, tuttavia, che tecnicamente (posto che la tecnicalità possa mai essere la categoria giusta da applicare a una azione di carattere civile ma soprattutto morale) la disobbedienza prevede che il gesto, allorquando praticato, sia cosciente, palese e autodenunciato. Tutte caratteristiche che sembrano rispondere alla scelta evidentemente e fortemente politica di questi importanti primi cittadini.

Fasce tricolori che, idealmente, sembrano stringersi attorno ai richiami garbati quanto netti del presidente Mattarella nel discorso di fine anno. Non una bandiera per la sinistra, come qualcuno ha provato a commentare nell’immediato, ma una riserva – l’ultima disponibile al momento – per la nazione e la sua bandiera vilipesa da parole, atteggiamenti, toni che credevamo seppelliti dalla Storia.

C’è altresì da essere quasi certi che tutto ciò non cambierà i prossimi destini elettorali ma anche il solo riaccendere le braci di un confronto troppo sopito e dato per scontato su temi come la solidarietà, la dignità e i diritti umani di tutti gli esseri umani (è bene sottolinearlo, pure se sembra pleonastico) non può che essere un raggio di sole sul futuro, al momento molto nuvoloso, del nostro Paese ma più in generale di quello che un tempo poteva dirsi occidente progredito.

Daniele Priori

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