giovedì, 2 Luglio, 2020

Medio Oriente, al via la conferenza di Ue e Onu

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Oggi a Bruxelles si svolge la quarta Conferenza dell’Unione europea e delle Nazioni Unite a sostegno della Siria e del Medio Oriente. Le Nazioni Unite hanno sollecitato i donatori internazionali a raddoppiare il loro impegno nei confronti dei siriani e di tutta la regione e a sostenere i Paesi che accolgono rifugiati con numeri da record.
L’appello è ancora più urgente oggi, poiché l’impatto del COVID-19 minaccia di destabilizzare ulteriormente la regione. I governi e altri donatori dovrebbero annunciare l’impegno in un fondo da 3,8 miliardi di dollari per il lavoro umanitario delle Nazioni Unite in Siria e 6,04 miliardi di dollari per un piano sui rifugiati nei Paesi del vicinato siriano.
All’interno della Siria, oltre 11 milioni di persone hanno bisogno di aiuto e protezione. Mentre le ostilità sono complessivamente diminuite, ci sono tensioni e riacutizzazioni della violenza nel nord-ovest, nord-est e sud, inclusa la rinascita di gruppi affiliati all’Isis.
Mark Lowcock, il coordinatore per i soccorsi di emergenza, ha detto: “Il conflitto in Siria è durato quasi quanto la prima e la seconda guerra mondiale messe insieme. Un’intera generazione di bambini non ha conosciuto altro che difficoltà, distruzione e privazione. Quasi 2,5 milioni di bambini non vanno a scuola. L’economia si sta sgretolando, milioni rimangono sfollati e sempre più persone soffrono la fame”.

Metà della popolazione prebellica, oltre 13,2 milioni di persone, rimane sfollata all’interno e all’esterno del Paese. E’ la più grande crisi di rifugiati nel mondo con 6,6 milioni di persone sparse in tutto il mondo. La situazione è aggravata dal disastroso impatto socio economico del coronavirus. Dati recenti indicano forti recessioni economiche e un impoverimento dei paesi ospitanti. Sono necessari sforzi rigorosi per supportare i più vulnerabili e preservare la stabilità.
Il rappresentante permanente siriano presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), Bashar al-Jafari, ha ricordato recentemente che la Siria è stata uno dei primi paesi ad aver aderito al Trattato di non proliferazione (TNP) per le armi nucleari nel 1969.
Nelle dichiarazioni durante la Conferenza sull’istituzione di una zona libera da armi nucleari e altre armi di distruzione di massa in Medio Oriente, tenutasi a New York, Al-Jafari ha sottolineato che Damasco cerca un trattato globale per liberare la regione da queste armi, tuttavia, “Washington e il regime di occupazione di Tel Aviv ignorano la volontà del mondo di raggiungere questo obiettivo.
L’assenza di Israele, l’unica parte che rifiuta di mettere i suoi impianti nucleari sotto la supervisione dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), così come l’assenza degli Stati Uniti, invia un segnale negativo alla conferenza e al comunità internazionale che entrambi stanno violando la volontà internazionale di stabilire una zona libera da armi di distruzione di massa in Medio Oriente”.

Al-Jafari ha inoltre ricordato che la Siria ha firmato la Convenzione sul divieto delle armi biologiche (CAQ) nel 1972 e ha aderito nel 2013 alla Convenzione sul divieto delle armi chimiche (CAQ), con la convinzione che il Medio Oriente dovrebbe essere una zona libera di questo tipo di armamenti.
Papa Bergoglio, nell’Angelus di domenica scorsa, ha manifestato grande preoccupazione e lanciato qualche messaggio per la Conferenza. Bergoglio ha detto: “Speriamo che i dirigenti siano davvero capaci di fare la pace. Là ci sono bambini che fanno la fame, che non hanno nemmeno di che mangiare”.
Papa Francesco ha aggiunto: “Sostenere il futuro della Siria e della regione. Un importante incontro al quale dal Vaticano si guarda con speranza e non senza timore. Tutto il Medioriente in fiamme”. Senza dimenticare la catastrofe umanitaria in corso anche nello Yemen colpito dalla guerra civile, il Pontefice ha auspicato: “Che il nuovo consesso internazionale possa migliorare la drammatica situazione del popolo siriano e dei popoli vicini, in particolare del Libano, nel contesto di gravi crisi socio-politiche ed economiche che la pandemia ha reso ancora più difficili. Guerra, morbo, fame. Fate qualcosa, senza indugi”.
Tra tutte, è la situazione libanese quella che forse preoccupa maggiormente Bergoglio non solo per la presenza dell’importante comunità cristiano-maronita. Il Libano è stato per lunghi anni modello di democrazia e convivenza. Dopo una ventennale guerra civile, deve ancora lenire quelle ferite prima ancora che se ne creino altre. Se il tentativo dovesse fallire non solo si avrebbero altri innumerevoli lutti, ma la stabilità dell’intera regione verrebbe irrimediabilmente compromessa. Pochi giorni fa, nel palazzo presidenziale a Baabda, si è tenuto un incontro nazionale straordinario, su iniziativa del capo dello Stato Michel Aoun, con il sostegno attivo del presidente della Camera Nabih Berry, destinato a responsabilizzare le forze politiche di fronte a un clima di rivolta che minaccia tutto il Libano. Purtroppo, questo appello non è riuscito a raccogliere l’unanimità fra le forze politiche.
Secondo Asianews, all’evento libanese sono stati invitati gli ex capi di Stato, i leader di governo del passato, i vertici dei partiti e dei blocchi parlamentari e il vice-presidente della Camera. Tuttavia gli ex capi di governo, che rappresentano la stragrande maggioranza della comunità sunnita, non hanno partecipato, come pure i leader rappresentativi delle comunità cristiane che sono all’opposizione, come Samir Geagea e Samy Gemayel.
Il Libano è in bancarotta, il popolo è affamato e le manifestazioni violente hanno risvegliato anche le divisioni di natura confessionale che hanno visto scontrarsi le fazioni opposte a Beirut, Tarik Jadidè e Barbou, nei quartieri a maggioranza sunnita e sciita, dove sono comparse le presenze di civili armati per le strade. La frapposizione dell’esercito fra i due quartieri ha impedito il peggio. I soldati hanno al tempo stesso impedito che gli scontri degenerassero, su una delle vecchie linee di demarcazione che separano due quartieri a maggioranza cristiana e musulmana di Beirut, Ain el-Remmanè e Chyah.

Al governo libanese sta sfuggendo di mano il controllo del Paese. La Conferenza di Bruxelles, si apre anche con l’incombenza di una guerra civile in Libano a causa della crisi sociale.
Se gli ex capi di governo (sunniti) e l’opposizione cristiana non hanno raccolto l’invito del presidente, ciò che sarebbe mancato davvero in questo incontro straordinario è stato un ordine del giorno chiaro, per dare ai partecipanti la possibilità di esprimersi su quella che sembrerebbe una delle cause, sebbene indiretta, di questo clima di rivolta. Inoltre, nei giorni che hanno preceduto la riunione il patriarca maronita, il cardinal Beshara Rai, aveva proposto al capo dello Stato di rinviare di qualche giorno l’appuntamento al fine di ultimare i preparativi necessari al suo svolgimento. Il leader della Chiesa maronita suggeriva inoltre di indicare la neutralità del Paese a livello geopolitico.
La questione è particolarmente delicata perché solleva in modo automatico quella dello status di Hezbollah, alleato della Corrente Patriottica Libera (Cpl), partito armato la cui presenza pesa sul Paese, la sua società, l’economia e la politica. Sarebbe proprio questa presenza al centro della questione che il capo dello Stato aveva promesso di risolvere nel periodo successivo alla sua elezione. L’inadempienza di questo impegno avrebbe spinto alcune personalità invitate a disertare il vertice. Privato della sua unanimità, l’incontro del 25 giugno è stato prosciugato di parte della propria forza originaria. Certo, quelli che l’hanno boicottato sono gli ultimi a poter dare lezioni al capo dello Stato. La responsabilità della pericolosa situazione in cui versa il Paese è collettiva e non saranno un dialogo o una dichiarazione finale in più a fare la differenza. Per la società civile il rischio che si corre è grande nel voler combattere la crisi con mezzi di polizia. Sarà necessario andare alla radice del problema, ma né il capo dello Stato, né le altri parti in causa sembrano pronte a farlo.
In Siria, nove anni di una guerra che non è ancora finita, hanno prodotto sofferenze indicibili. I civili del martoriato Paese mediorientale stanno affrontando ora due nuove piaghe, la povertà diffusa e la pandemia da Covid–19. Le ripercussioni in un Paese messo in ginocchio da anni di violenze e distruzione, con un tessuto sociale ed economico disastrato, sono davvero pesanti.
La svalutazione della lira siriana di circa il 200%, e l’aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, stanno creando nuove tensioni sociali. La popolazione stanca, in ansia e senza nessun tipo di rassicurazione, è tornata a manifestare nelle strade di Suwayda, formalmente sotto il controllo governativo, ma dove non mancano soldati russi e miliziani filo–iraniani. I dimostranti hanno scandito slogan esplicitamente diretti contro il presidente Bashar al–Assad, che proprio in questi giorni celebra i vent’anni dal suo insediamento, come successore del padre Hafez al–Assad. Il presidente, che ormai governa un Paese ridotto in macerie, con oltre 13 milioni tra profughi e sfollati, deve ora fare i conti anche con la minaccia della povertà che avanza.

Manifestazioni contro il governo per le sempre più disperate condizioni economiche si registrano anche alla periferia di Damasco e a Daraa, la città dove ebbero inizio le proteste del 2011, non lontano dalle contese Alture del Golan, ma anche a Deir ez–Zor e Hassaké, in territori controllati dalle forze curdo–siriane appoggiate dagli Stati Uniti.
Il governo siriano, dal canto suo, punta il dito proprio contro gli Usa e l’Unione Europea, affermando che la crisi è una conseguenza delle vecchie e delle nuove sanzioni economiche imposte alla Siria. Intanto, dal 17 giugno, è entrato in vigore il “Caesar Act”, un nuovo pacchetto di sanzioni imposte da Washington in ritorsione alle aziende internazionali, in particolare quelle russe e iraniane, che intendono tornare a investire in Siria.
La situazione a Idlib, ultimo territorio conteso tra forze di opposizione appoggiate dalla Turchia e gruppi jaedisti, dove pochi giorni fa sono rimasti uccisi tre bambini a causa di un’esplosione, rischia ora di peggiorare, a causa della nuova crisi alimentare dovuta al carovita. Alcune Ong che distribuivano il pane e altri beni ai civili nelle tendopoli hanno dovuto fermare le proprie attività, e tra le donne e i bambini si è creato il panico per la minaccia della fame, che aggraverebbe la già precaria situazione in tutta l’area, dove vivono circa tre milioni di persone.
La Conferenza di oggi a Bruxelles non risolverà i problemi di fondo che alimentano guerre e guerriglie nel Medioriente. Sono assenti i due grandi protagonisti che potrebbero fermare il conflitto armato: Stati Uniti e Russia. Molto probabilmente si deciderà soltanto la concertazione di nuovi aiuti umanitari dell’Ue e dell’Onu per alleviare le sofferenze delle popolazioni.

Mentre i Grandi giocano le loro partite sullo scacchiere della geopolitica, i poveri continuano a soffrire ed a lottare per non morire di fame o per le violenze di guerra.

Salvatore Rondello

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