giovedì, 5 Dicembre, 2019

Medioriente, l’incredibile
silenzio dell’Italia

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Proprio in questo periodo, mentre la nostra classe politica è tutta intenta a guardarsi l’ombelico, avvengono, o stanno per avvenire, eventi potenzialmente decisivi per il futuro del mondo.

Il tutto parte dalla presidenza Obama. “Anatra zoppa”, secondo politici e opinionisti del nostro paese, in omaggio all’antico costume italico di dare addosso agli sconfitti. In realtà più deciso che mai a sfidare la maggioranza repubblicana sul terreno delle grandi scelte interne e internazionali, così da passare il testimone nelle migliori condizioni possibili al suo successore.

Ecco, allora, la sanatoria di massa per i figli degli immigrati. Ecco la ripresa dei rapporti con Cuba e l’annessa constatazione che le sanzioni servono ( giustificate oppure no) a colpire cittadini innocenti ma non a far cadere i regimi. Ecco l’accordo sul clima con la Cina, base per una possibile e più ampia intesa a livello mondiale. Ecco, infine, il via libera a tutte le iniziative, in particolare europee, tendenti al riconoscimento dello stato palestinese, come premessa ed elemento di un processo volto a raggiungere, nell’arco di due anni, una pace definitiva tra israeliani e palestinesi.

In tutti questi casi si è registrata una vera e propria rivoluzione strategica, con la rimozione di antichi veti che a furia di essere ripetuti- e non esplicitamente contestati- erano diventati veri e propri tabù.

Nel caso che ci interessa qui, il rifiuto anche solo di prendere in considerazione l’ipotesi di riconoscimento dello Stato palestinese nasceva dalla necessità di “non irritare Israele”; in un contesto in cui le vie della pace passavano necessariamente dalla disponibilità di Gerusalemme nell’intraprenderle. Un’esigenza che rimane ferma anche oggi; ma con due decisive varianti. La prima è la consapevolezza generale del fatto che Netanyahu rifiuta non dico la pace ma qualsiasi intesa che limiti la sua libertà d’azione nell’area a danno dei palestinesi. La seconda è la convinzione che il governo di destra-centro non rappresenta Israele; perché, a contrastarne radicalmente la linea, si è formata non solo la protesta di quattro intellettuali, ma di un vastissimo schieramento che comprende la sinistra, il centro laico, oltre alle massime autorità dello Stato, dal presidente della repubblica ai responsabili della sicurezza.

È dunque, per rispondere al loro appello, che la collettività internazionale sta improvvisamente recuperando quel ruolo di “facilitatore” del processo di pace che aveva abbandonato da tempo. In Svezia si è già arrivati al riconoscimento dello Stato palestinese. Il Parlamento europeo ha approvato, con una maggioranza schiacciante, una “mozione d’indirizzo”, promossa dal Pse,che lega tale riconoscimento al rilancio del processo di pace. Sono nella dirittura finale, o già votate, risoluzioni in tal senso in Gran Bretagna, Belgio, Irlanda, Olanda, Francia, Spagna.

Stiamo parlando di iniziative che dovrebbero interessare in sommo grado il nostro Paese. Se il Mediterraneo, e con esso l’Italia, sono del tutto marginali nell’agenda europea è perchè l’area è da ogni punto di vista ingestibile e, se è ingestibile è anche perché l’Europa si è dimostrata incapace di gestirla, a partire dalla rinuncia ad esercitare un qualsiasi ruolo nella soluzione del conflitto israeliano-palestinese.

Ora, si dà il caso che il Mediterraneo sia il luogo dove si è manifestata, con maggiore continuità, la specificità della nostra politica estera e cioè quella alla difesa degli interessi vitali del nostro Paese. L’hanno incarnata, nel tempo non solo Craxi e Andreotti, ma anche Fanfani e La Pira (per tacere delle iniziative della Chiesa cattolica, da Paolo VI a papa Francesco e dello stesso Ulivo).

Oggi, invece, proprio quando la linea che abbiamo difeso per decenni, si sta definitivamente affermando, l’Italia non è presente all’appuntamento, chiudendosi in un silenzio tanto assordante quanto incomprensibile. Perché contrario all’interesse nazionale.

Tace il chiacchierino Renzi e come Capo del governo e come presidente di turno dell’Ue (sparito, per inciso, senza lasciare alcuna traccia di sé). Tace, anche se pensosamente (“interverremo al momento opportuno”ecc. ecc.), l’ineffabile Gentiloni (al punto di non voler correggere l’interpretazione, volutamente provocatoria, che Netanyahu ha dato del suo incontro di Roma).

Tace, o, peggio, fa il finto tonto il Parlamento. Perché ci sono addirittura tre mozioni (del Psi – grazie, compagna Locatelli! – del M5S e di Sel) che chiedono una discussione, secondo quanto sta avvenendo negli altri Paesi europei, ma nessuna di queste è riuscita a far uscire il Pd dal coma farmacologico cui è stato ridotto da tempo.

Un silenzio doppiamente rivelatore, della natura di un leader, la cui inesausta pulsione riformatrice tende sempre più ed eliminare il bambino (e cioè la grande tradizione della sinistra) più che l’acqua sporca (e cioè la sua degenerazione recente); e dello stato presente di un partito che, tolta la corazza ideologica, si è ridotto a puro luogo di potere, incapace di condurre una qualsivoglia battaglia politica.

Alberto Benzoni

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