domenica, 25 Ottobre, 2020

“Melbourne”, la solitudine
delle opere prime

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MelbourneMelbourne, melò dalle coloriture noir, è opera prima del giovane regista iraniano Nima Javidi. Amir (PaymanMaadi, premio Oscar per “Una separazione”) e Sara (Negar Javaherian) si trasferiscono a Melbourne per continuare gli studi. Svuotano l’appartamento e preparano le valige. La baby sitter del vicino lascia loro in affidamento una neonata di pochi mesi. Il film è inizialmente prevedibile e scialbo, le sequenze, girate sempre, o quasi, all’interno della casa dei due protagonisti. Poi avviene l’imponderabile, il  coupe de theatre. La neonata non respira più.

Questo evento rende il film improvvisamente originale nella sua incompiutezza: la fotografia  diviene  capace di cogliere atmosfere, il montaggio e la storia si articolano  in modo più incessante, si crea del buon  ritmo, quasi  inesistente prima. La tensione sale ed è efficace: eppure dalle inquadrature sciatte, la recitazione enfatica, persino a volte contratta, pare che la tragedia non sia realmente avvenuta . Melbourne non è  una partitura corale come negli altri  film iraniani (“Una separazione” e “About Elly” di Farhadi). E’ una partitura a due, tre voci,  alla volta: personaggi che appaiono e scompaiono in una girandola quasi infernale. Il movimento di macchina cerca soluzioni bizzarre, ora restringe i campi, sottolinea i dettagli,la porta della camera da letto dove sappiamo che è la bambina; ora si allarga  in modo tale da  far sembrare  tutto una ripresa “amatoriale”.

372339_Iran film-Melbourne-Venice  Film FestivalIl film cerca di parafrasare “Nodo alla gola” di Hitchcock, ma non ne ha la stessa   forza espressiva ,gli stessi mezzi  narrativi e la sceneggiatura d’acciaio . A detta dello stesso regista Javidi, l’idea del film è nata da un vissuto personale, dall’angoscia scaturita  dopoun brutto sogno fatto una notte. Lo stesso nightmare nel quale vengono improvvisamente catapultati Amir e Sara, che, presi dal panico, invece di denunciare l’accaduto, decidono di costruirsi un alibi, dicendo che la bimba non è in casa, che è uscita ora con l’uno o con l’altra, rimandando la riapparizione della piccola ad un tempo indefinito. L’atmosfera del film diviene ansiotica, ogni situazione ed ogni personaggio  appaiono sotto una luce diversa.

I due protagonisti temono di affidarsi al giudizio di uno Stato patrigno, che assegna le colpe e non perdona. Un Iran che nel film è inquinato da simboli occidentali: telefonini cellulari che squillano incessantemente, i-pad e cuffie sotto il velo, Internet. L’uomo è disinibito, può fumare, la donna no. Ma che importanza ha: tutto viene azzerato da una scomparsa che svuota da dentro i personaggi, la casa, la città, la nazione; ne  resta  un guscio vuoto. La partitura non è  più monocorde, l’autore cerca  uno stile, un’atmosfera. Ma non è semplice, si respira la difficoltà di trovare uno spazio autentico fino in fondo, qualcosa  nella quale  identificarsi. Questa tensione che non esplode mai,se non  nei  pianti  frenati  degli  attori , spalanca le porte all’unica realtà possibile ed implacabile: dentro ci sono la morte, l’assenza,  fuori c’è una città, Teheran, sospesa, immobile, che vorrebbe con tutte le sue forze essere altro da sè, esplodere e non implodere. Il destino di Amir e Sara si è  rivelato  crudamente,senza appello: non è stato un dio che punisce, ad armarsi, ma un evento profondamente laico, insito nella scienza medica.

Nessuna colpa dunque. Ma questa assenza di colpa genera un senso di solitudine, di smarrimento. Se il compito del regista era quello di gettare le proprie creature  in pasto alla solitudine, e di trasmetterne l’effetto al pubblico, il compito è stato svolto, l’obiettivo raggiunto. Partire, restare, affrontare la legge, il giudizio severo. Il regista emette il verdetto: tutto il popolo iraniano deve fare i conti con il destino degli sposi emigranti, sembra dirci Nima Javidi. Lasciare la terra natia, indenni, non si può. Quando si colpisce la bambina, si sceglie la progenie, si sceglie la patria come emblema di qualcosa che si interrompe, che non ha futuro. Per ora diremmo noi. Eppure in questa solitudine apparente, sotto le ceneri, si sentono vitalità, ambizione e rabbia. Un’opera  “Melbourne” che divide, che allontana e avvicina. Con le sue ingenuità e lo  stile sempre incerto, il film, “neonato” ci chiede, di essere accolto, compreso, non abbandonato. Come dire: restate con  me in sala e guardatemi, più mi guarderete, più mi sentirò meno solo e potrò imparare a volare, volare alto, a cambiare, a trovare quella forza espressiva necessaria per raccontare mariaun  Iran  che non c’è ancora, poiché è una perpetua opera prima. E quando si trova un diamante grezzo non lo si getta via.

Maria Chiara D’Apote

 

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