venerdì, 4 Dicembre, 2020

Mes sì o mes no? Il problema è sapere come spendere

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L’Origine. Come sappiamo l’attuale MES, sottoscritto il 2 febbraio 2012 da 17 paesi dell’Unione ha avuto il progenitore in due altri meccanismi di finanziamento precedenti, nati per far fronte alla crisi finanziaria scoppiata nel 2008. La prima versione è dell’11.7. 2011. Nasce comunque male, perché invece di essere uno strumento interno e di supporto all’Eurozona, viene concepito sulla falsariga del Fondo Monetario internazionale (FMI), come se i paesi che avevano ed hanno la stessa moneta, fossero degli “estranei” tra di loro. Infatti è concepito come un organismo “intergovernativo”, ma quel che è peggio, attraverso un nuovo trattato internazionale, al di fuori del Trattato attuale dell’UE, il che significa, al di là del merito, che il Mes resta al di fuori del controllo delle altre Istituzioni europee, come la Commissione, il Parlamento e la stessa BCE. Quasi a nulla sono valse l’osservazione e l’opposizione di alcuni governi, tra cui il nostro, al nuovo regolamento. La discussione, partita nel 2019, più volte rinviata, ha lasciato sostanzialmente il testo così com’era stato presentato l’anno scorso. Un testo ancora oggi un po’ misterioso, forse per non ammettere che alcune modifiche sostanziali richieste (che non hanno nulla a che vedere con la pandemia) non sono passate. Infatti il meccanismo, così com’è, è mirato più ad evitare il contagio, determinato da una crisi sistemica, senza prevedere adeguati strumenti di prevenzione che dovrebbero essere messi a disposizione degli Stati Membri dell’Eurozona in difficoltà. Si tratta di condizionalità molto dure.

 

I contenuti. Infatti, a parte il mistero che ancora l’avvolge, il MES contiene aspetti fortemente controproducenti per i paesi a rischio di crisi, a partire dal rafforzamento decisionale di un organo tecnico, quello che lo governa, in “sostituzione” di quelli della Commissione e della stessa BCE, come dicevamo. In secondo luogo il mandato di “prestare” solo a chi ha il debito “ritenuto” sostenibile, secondo il giudizio e “il punto di vista del creditore”, attribuisce al MES il potere di stabilire, in via autonoma, la solvibilità o meno di uno Stato, al di fuori di ogni controllo democratico e del “comune interesse dell’Unione”, così come previsto dal Trattato. Non si tratta di un aspetto secondario. Anzi. Pur essendo scomparso l’obbligo di ristrutturare il debito “prima” della concessione degli aiuti, resta la sostanza di tale condizione. Inoltre non si tiene in alcun conto il rischio temuto, fonte di speculazione finanziaria, facendo perdere ai paesi in difficoltà l’accesso al mercato, per cui un problema di liquidità provvisorio si potrebbe trasformare in insolvenza, rendendo più difficile l’accesso ai “prestiti precauzionali”, quelli capaci di evitare che si sviluppi una crisi finanziaria. In poche parole permane la visione e la logica ragionieristica dell’Eurozona, già presente nel patto di stabilità.

 

Il metodo: oltre ai contenuti, resta aperta comunque la grande questione del metodo, cioè il fatto che, dopo tanta discussione, inutile per i tedeschi che l’avevano proposto, il nuovo MES, viene ancora approvato attraverso un nuovo Trattato tra i paesi dell’Eurozona, al di fuori, come dicevamo, del controllo del PE, nella peggiore logica intergovernativa, ignorando le finalità del TFUE (il trattato dell’Unione) e confermando il rapporto di sfiducia tra debitori e creditori che finora ha avvelenato il negoziato sulla Unione economica e monetaria. Un negoziato, anche questo, rimasto sospeso, come se i Paesi che utilizzano la stessa moneta, non avessero niente altro da condividere. Senza potersi fidare l’uno dell’altro, con conseguenze gravi, facilmente immaginabili, come ha già ampiamente dimostrato la crisi economica e finanziaria 2008-2015. Tale orientamento, se non cambierà, potrebbe allontanare “sine die”, o ritardare ulteriormente, il processo di integrazione dell’Eurozona che una gran parte dei paesi interessati avrebbe voluto e che, durante la trattativa sul Mes, è stata invece accantonata. Una logica dannosa, addirittura pericolosa per l’Eurozona, come anche i fatti della crisi pandemica stanno a dimostrare.
Sarebbe stato meglio se l’Italia, durante il vertice di giugno 2019 (governo Lega- V Stelle), non avesse accettato la proposta sul nuovo regolamento del MES, mettendo sul tavolo il cambiamento del patto di stabilità, poi sospeso con la crisi pandemica, con la richiesta di inserimento della procedura di infrazione per i surplus commerciali (tedeschi e olandesi) ed i costi sociali derivanti dalle crisi, come l’assicurazione per la disoccupazione da tempo proposto dall’Italia. Per tacere della necessità di completare l’Eurozona. Insomma avrebbe dovuto “rilanciare”, così come avrebbe dovuto farlo al vertice di dicembre (2019- governo PD- V Stelle), uscendo dall’angolo in cui si era cacciata, stretta nella logica della inaffidabilità e del “prendere o lasciare”. Avrebbe dovuto rilanciare. Avrebbe dovuto farlo anche nei mesi scorsi ed ancora oggi, con un approccio unitario sulla “questione Eurozona”, nella certezza che questa non possa fare a meno della politica, così come non può fare a meno di politiche economiche e fiscali comuni.
Il MES e la pandemia: prendere o lasciare? Una discussione del tutto inutile e solo ideologica, stucchevole, quella che passa da mesi in Italia. Serve a nascondere altri problemi, italiani ed europei, verso l’opinione pubblica. Infatti sappiamo che durante la trattativa che ha portato all’accordo del 21 luglio, che prevede, per la prima volta, di raccogliere 390 miliardi di debito comune europeo, si è discusso molto se utilizzare o meno anche i prestiti del MES. Vista l’opposizione, giusta, di molti paesi, tra cui il nostro, si è convenuto di dare la possibilità di utilizzare una parte dei fondi (36 miliardi per l’Italia, pari al 2% del nostro PIL), neutralizzandola dalle condizionalità previste dal Regolamento in vigore, attraverso un accordo tra i governi, ma senza che il regolamento venisse cambiato. La nuova condizionalità inserita, com’è noto, prevede che il prestito, perché di prestito si tratta, sia destinato al settore sanitario. Vista la situazione del nostro sistema sanitario, usufruire del prestito non sarebbe una cattiva scelta, anche perché in dieci anni ci costerebbe circa 4 miliardi in meno di interessi. Però ad una condizione, che dipende solo da noi. E’ opportuno che il prestito sia accompagnato da un piano di spesa con la previsione degli interventi da fare, dei tempi di realizzazione e delle relative responsabilità esecutive. Insomma bisogna sapere dove, quando e chi fa cosa. Se pensiamo che i fondi stanziati dal governo per la sanità, prima dell’estate, non sono stati ancora spesi, non c’è da stare allegri. Quindi il dibattito sul sì o no ai prestiti del MES è del tutto fuorviante. Infatti domandiamoci perché invece nessuno parla dei 35 miliardi dei fondi strutturali, NON prestiti come quelli del MES, disponibili dal 2013 e ancora in attesa di essere messi a progetto. Perché? Forse per non disturbare, oggi con le regioni, i vari campanilismi italiani che impediscono il totale utilizzo dei fondi sin dalla loro nascita, nel lontano 1958? Avete capito bene, dal 1958, noi abbiamo sempre rimandato indietro, la gran parte dei fondi di coesione assegnati al nostro paese, ecc. Quindi di che parliamo? Del MES o di altro? Perché il problema dell’Italia, e del nostro sud in particolare, non è quello di avere più fondi, anche se oggi ne occorrono, quanto piuttosto quello di spendere bene e subito ciò che abbiamo già. Serve parlare di meno e fare di più. Oggi più che mai.

 

Carmelo Cedrone
Coordinatore del Laboratorio Europa/Eurispes ( già: Consigliere del CESE-Comitato Economico e sociale europeo- incaricato di Politica economica europea, Università la Sapienza, Roma e responsabile internazionale della UIL)

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