mercoledì, 16 Ottobre, 2019

Michele Alacevich e Anna Soci. Equità distributiva e qualità della democrazia

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La rimozione delle ineguaglianze sociali e la libera partecipazione al processo decisionale collettivo sono i due principi (principio di solidarietà, il primo; principio di pari influenza politica per tutti i componenti la comunità, il secondo), su cui deve essere fondata l’organizzazione della democrazia sociale prevista dalle Costituzioni moderne, quali sono, ad esempio, quelle adottate dopo il secondo conflitto mondiale da molti Paesi dell’Europa occidentale.
Michele Alacevich e Anna Soci, entrambi economisti presso l’Università di Bologna, nel loro recente lavoro “Breve storia della disuguaglianza” analizzano in quale modo l’ineguale distribuzione del prodotto sociale stia caratterizzando le criticità che investono “due questioni fondamentali della nostra epoca”: la qualità della democrazia e la globalizzazione. Non casualmente, infatti, la disuguaglianza distributiva – affermano gli autori – è tra i principali problemi politici del nostro tempo e parte integrante dei problemi esistenziali dei cittadini.
La disuguaglianza abbraccia dimensioni diverse della vita dell’uomo, ma quella economica risalta in modo particolare, anche perché “fa da sostegno e al contempo si affianca alle altre forme di disuguaglianza” (di genere, di razza, di salute e altre ancora). E’ noto, infine, ricordano gli autori, che essa non è un problema recente e non riguarda solo i Paesi economicamente sviluppati, in quanto tutti i Paesi del mondo (ricchi e poveri) vi sono coinvolti, anche se è stata la globalizzazione a favorire che la disuguaglianza si diffondesse a livello globale e si approfondisse nei singoli Paesi.
Se la disuguaglianza è di per sé un problema antico, per quale motivo – si chiedono gli autori – sul piano politico è divenuta una questione tanto importante ora, mentre non lo è mai stata nel passato? Tra le ragioni per cui nel passato la disuguaglianza non esauriva, come invece avviene oggi, quasi per intero l’agenda politica vi era quella riconducibile alla diffusa convinzione degli economisti che una distribuzione egualitaria potesse risultare dannosa per il corretto funzionamento del sistema economico, a causa degli effetti negativi che avrebbe potuto provocare sulla formazione del risparmio, necessario per finanziare la crescita del sistema sociale. Per tale motivo, gli economisti del passato preferivano focalizzare l’attenzione sulla crescita del prodotto sociale, piuttosto che sugli effetti provocati da una sua ineguale distribuzione sulle condizioni di vita dei singoli componenti il sistema sociale.
La ricerca economica si è interessata al problema della distribuzione personale del prodotto sociale solo di recente, a causa dei problemi emersi soprattutto nelle economie sviluppate, all’interno delle quali l’aumentata produttività, indotta dal progresso tecnologico, oltre ad aver determinato una crescita del prodotto sociale, non sempre giudicata positiva dal punto di vista dell’interesse collettivo, ha anche causato una crescente disoccupazione strutturale della forza lavoro, una diminuzione del livello salariale ed una forte polarizzazione della ricchezza prodotta, a vantaggio di sempre più ristretti gruppi sociali; fenomeni, questi, associati ad una tendenziale depressione secolare delle economie sviluppate, ad una circolazione sociale sempre più contenuta, ad un accesso all’istruzione e ad altri servizi sociali ostacolato dalle sempre più difficili condizioni economiche dei gruppi più svantaggiati.
Inoltre, la globalizzazione – affermano gli autori – “non ha prodotto ciò che prometteva in termini di crescita e di uguaglianza tra Paesi, e sta influenzando in modo deciso – e non sempre positivo – i processi economici e distributivi all’interno delle singole nazioni”. L’insieme di tutte queste tendenze ha avuto l’effetto di portare “in prima linea”, nel dibattito politico dei nostri giorni, il problema della disuguaglianza; per spiegare lo spostamento dell’importanza del fenomeno distributivo, gli autori focalizzano il dibattito sulle complesse relazioni che sono venute a determinarsi, con le moderne Costituzioni, tra disuguaglianza e democrazia, e che rafforzano l’influenza della prima sul funzionamento della seconda.
A tal fine, gli autori considerano il fenomeno della disuguaglianza inquadrato all’interno del sistema dei diritti sanciti dalle Costituzioni moderne a vantaggio dei cittadini e analizzano le complesse relazioni che negli Stati sociali di diritto sono venute a sussistere tra disuguaglianza e democrazia, indicando i nuovi parametri in funzione dei quali dovrebbe funzionare la democrazia. All’interno degli Stati sociali di diritto, la democrazia – affermano gli autori – ha assunto un significato “diverso e più ampio del solo suffragio universale”, nel senso che elezioni regolari e principio di maggioranza hanno cessato di essere elementi sufficienti a definirla; allo stesso modo, l’egualitarsismo solo formale ha cessato di garantire il corretto funzionamento di una democrazia sociale.
Il moderno costituzionalismo connota la democrazia sociale in termini di “democrazia poliarchica”, concepita come ordine politico in grado di trasformare l’egualitarismo formale in un’uguaglianza sostanziale, basata su una partecipazione effettiva (dotata dell’informazione necessaria su tutti i problemi d’interesse generale) dei cittadini alla determinazione della volontà collettiva. Ogni volta che un ordine politico di questo tipo non è garantito, le dimensioni proprie della democrazia sociale non possono essere realizzate, in quanto sarebbe carente o tendenzialmente annullato il valore della solidarietà, sul quale essa (la democrazia) deve essere fondata.
Il principio di solidarietà, proprio di una democrazia sociale (qual è, ad esempio, quella italiana) non impone tuttavia una radicale uguaglianza distributiva, ma un’uguaglianza delle opportunità compatibile con un’equa distribuzione del prodotto sociale; il che implica, da un lato, il contenimento delle disuguaglianze distributive tra tutti i componenti del sistema sociale, e dall’altro lato, la garanzia, per ogni membro della società (in quanto comproprietario del “capitale infrastrutturale” necessario al funzionamento del sistema economico) di poter partecipare su basi paritarie all’assunzione delle decisioni collettive riguardanti l’utilizzazione di tale capitale.
Il contenimento delle disuguaglianze distributive e la partecipazione paritaria alle decisioni collettive sono la logica conseguenza delle due condizioni che presiedono al corretto funzionamento della democrazia sociale. Tali condizioni, recepite dalle moderne democrazie sociali, sono espresse dalla teoria dello sviluppo dell’uomo elaborata da Amartya Sen e Ronald Dworkin; questa teoria assume, in termini pre-politici, che le vite umane hanno tutte uguale importanza. L’assunto si fonda su due aspetti della vita dell’uomo che Dworkin denomina teoremi della dignità umana.
Il primo di tali teoremi (teorema del valore intrinseco della vita dell’uomo) afferma che ogni vita umana ha un suo particolare valore oggettivo, per cui, una volta che comincia una vita, è positivo che essa riesca a realizzare il suo potenziale, mentre è negativo che fallisca ed il suo potenziale vada disperso. Il secondo teorema (teorema della responsabilità personale) afferma che ogni soggetto è responsabile del successo della propria vita, nel senso che è responsabile della scelta del tipo di vita da condurre per auto-realizzarsi. Perciò, non deve essere possibile per alcuno dettare ad altri i propri valori personali; le scelte di ognuno devono quindi riflettere la personale valutazione su come gestire responsabilmente la propria vita.
Questi teoremi sono individualistici, nel senso che attribuiscono valore e responsabilità ai singoli soggetti, senza tuttavia presupporre che il successo di una vita singola possa essere realizzato indipendentemente dal successo dell’intera comunità della quale essa è parte. I due teoremi, perciò, non potrebbero essere proposti come base comune condivisa di una compiuta democrazia sociale, se assumessero una valenza solo individualistica. Gli stessi teoremi, considerati congiuntamente, connotano le relazioni tra i soggetti, per effetto del principio di solidarietà sotto il segno della reciprocità comunitaria, e non sotto quello della reciprocità strumentale, propria delle comunità organizzate sul piano istituzionale secondo i principi propri dell’ideologia neoliberista.
Quando la qualità della democrazia sociale non è garantita dall’eliminazione della disuguaglianza nella distribuzione del prodotto sociale si possono avere conseguenze negative sul piano strettamente sociale, oltre che, naturalmente, sul piano economico. Secondo Thomas Pogge, docente di Filosofia e international affairs all’Università di Harvard, la diseguale distribuzione del prodotto sociale manca di realizzare, non solo l’equità distributiva prescritta da una democrazia sociale, ma tradisce persino il principio di solidarietà sul quale la democrazia sociale deve essere fondata. I Paesi in cui si è verificato il “tradimento” della democrazia sociale, a causa della formazione di una diffusa e profonda disuguaglianza distributiva, sono quelli in cui “tutti gli indicatori che misurano la qualità della vita” mostrano risultati peggiori rispetto a quelli di Paesi il cui regime politico sia quello della democrazia sociale. Tuttavia, le ricerche sul campo indicano che ad avere un peso maggiore sulla qualità della democrazia è la posizione relativa dei singoli gruppi all’interno del sistema sociale: dove la disuguaglianza è maggiore, anche la distanza sociale tra i gruppi è maggiore, per cui, quando si rafforza la disuguaglianza, cresce la distanza tra i diversi gruppi; fatto, quest’ultimo, indicante come, al crescere della disuguaglianza distributiva e della distanza sociale tra i diversi gruppi di cittadini, cresca anche il rischio che la società sia esposta al pericolo della perdita della sua coesione.
Inoltre, l’approfondirsi e la persistenza della disuguaglianza tende a trasferirsi alle generazioni successive, impedendo qualsiasi evoluzione positiva per gli strati più deboli della società; nello stesso tempo – sottolineano Alacevich e Soci – contribuiscono “a rafforzare le influenze negative dello svantaggio sociale sull’ambiente politico democratico, perché il potere delle fasce più alte della società, le élite, si espande e il circolo vizioso prosegue secondo le leggi di un meccanismo che si autoalimenta”.
Ma se la disuguaglianza distributiva è socialmente non desiderabile e politicamente pericolosa, perché abbassa la qualità delle democrazia sociale, essa è anche fonte di ostacoli alla crescita del prodotto sociale. Dal punto di vista economico, la disuguaglianza distributiva, esponendo il funzionamento del sistema economico all’incertezza dell’instabilità politica e della conflittualità sociale, è fonte di sprechi e dell’abbassamento della produttività. Una distribuzione non equa del prodotto sociale potrebbe essere giustificata se, e soltanto se, la disuguaglianza attuale potesse essere compensata dai vantaggi conseguibili grazie ad essa nel lungo periodo. Il che significa, conseguentemente, che una politica ridistribuiva del prodotto sociale non può essere realizzata (come solitamente è avvenuto, e continua ad avvenire) solo in funzione dello stato presente del sistema economico e di quello sociale, ma deve essere attuata anche in funzione del potenziamento futuro della democrazia sociale, attraverso il perseguimento di obiettivi economici di lungo periodo socialmente condivisi.
Se le politiche ridistributive di breve periodo (quali sono le politiche fiscali, le politiche di riforma delle istituzionali, le politiche dell’istruzione, quelle per l’accesso ai servizi sociali e quelle volte ad aumentare la mobilità sociale) mancano d’essere collegate a progetti condivisi di miglioramento del prodotto sociale di lungo periodo, diventa poco probabile che il sistema produttivo possa essere inserito in una prospettiva di crescita compatibile con il contenimento della disuguaglianza.
E’ questa una conclusione che sconta le condizioni intrinseche al funzionamento delle moderne democrazie sociali; a differenza di quanto si era soliti pensare nel passato, ovvero che l’ineguale distribuzione fosse necessaria per la promozione dell’aumento del prodotto sociale, le condizioni attuali di funzionamento delle moderne democrazie impongono che il prodotto sociale debba essere subordinato all’istituzionalizzazione dell’equità distributiva, che va garantita non solo attraverso politiche ridistributive, ma anche con condivise politiche d’investimento di lungo periodo. Con ciò, la Teoria delle giustizia di John Rawls, che considera equa una distribuzione anche ineguale del prodotto sociale, purché siano avvantaggiati in prospettiva coloro che stanno peggio, cessa di essere, come alcuni sostengono, solo una teoria per il contrasto della povertà, per divenire un vincolo ineludibile al quale l’attuazione delle politiche di sviluppo dei moderni sistemi economici deve sempre sottostare; ciò, se si vuole che il rapporto tra funzionamento dei moderni sistemi economici e qualità delle democrazie sociali risulti sempre ottimale.

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