domenica, 25 Ottobre, 2020

Migranti, catastrofe a Bihac e la Slovenia ‘alza muri’

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A Bihac è un inferno. Non ci sono altre parole per commentare la situazione drammatica che sta vivendo la cittadina di circa 60.000 abitanti nel nord ovest della Bosnia Erzegovina ai confini della Croazia dove sono raccolti almeno settemila migranti. Nei campi circostanti e in edifici abbandonati se ne calcolano altri duemila. È una tappa forzata della rotta balcanica con migliaia di clandestini che cercano di superare il confine croato per poi raggiungere la Slovenia e in buona parte riversarsi illegalmente in Italia. Sono soprattutto afgani e pachistani e di altri Paesi limitrofi, spesso in contrasto tra di loro per ragioni di sopravvivenza e rivalità tra disperati che affollano la località bosniaca e le sue periferie causando gravi disagi alla popolazione residente.
Il Sindaco di Bihac Suhret Fazlic deve fare fronte a uno stato di cose che peggiora di settimana in settimana. Venerdì scorso in una riunione che si è svolta a Sarajevo è stato deciso di riaprire un centro di raccolta su pressione dello Iom (International organitation for migration) e della Ue con il parere contrario del primo cittadino e del responsabile cantonale che non credono che a una situazione così drammatica si possa rispondere con soluzioni tampone che non servono, se non temporaneamente, a risolvere un problema ormai difficilmente sopportabile dagli abitanti e viste nel condizioni inumane dagli stessi migranti. Quattro giorni fa vi sono stati degli scontri violenti tra afgani e pachistani che hanno provocato due vittime e una ventina di feriti. La polizia croata usa spesso metodi violenti e fortemente repressivi per fermare i clandestini e ha suscitato le proteste di molte organizzazioni umanitarie e indagini della stessa Unione Europea. Hanno suscitato scalpore e riprovazione a Zagabria le dichiarazioni di alcuni rappresentanti delle forze di polizia che hanno fatto luce sui comportamenti violenti nei confronti dei migranti sul versante croato della zona confinaria di Bihac e Velika Kladusa. Ci si sta rendendo conto che non è più sufficiente l’intesa tra lo Iom, l’Ue e la polizia locale bosniaca per tamponare una situazione che peggiora di giorno in giorno. È quasi un lavarsi le mani che non affronta le ragioni di quanto sta accadendo. Senza parlare della disastrosa situazione umanitaria di queste persone che in parte in fatiscenti campi di raccolta in parte accampate all’aperto tirano a campare in attesa di tentare il cosiddetto Game, cioè il sorpasso della frontiera croata.
E così, mentre la Slovenia aumenta di quaranta chilometri il reticolato posto a salvaguardia dei propri confini, il Friuli Venezia Giulia moltiplica i respingimenti verso la stessa Slovenia dei clandestini della rotta balcanica che in numero sempre più massiccio vengono fermati sul Carso e a Trieste proprio provenienti da Bihac. Nella città bosniaca invece siamo vicini al tracollo. Un vero inferno per ora sottaciuto a livello europeo e sottovalutato ma pronto a travolgere tutto e tutti se non si interverrà concretamente.

Alessandro Perelli

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