mercoledì, 8 Luglio, 2020

Intervista a Miguel Gotor: dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon

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Miguel Gotor, professore di storia moderna a Torino è autore per la Einaudi, di un bel libro pubblicato nelle settimane scorse L’Italia del novecento. Dalla sconfitta di Adua alla vittoria di Amazon. Un volume dai molti tratti originali, che si giova di una scrittura chiara e avvolgente, che motiva in modo accurato giudizi su fenomeni, pregi e difetti che hanno caratterizzato e caratterizzano il Bel paese. Abbiamo incontrato l’autore chiedendogli di parlarci di alcuni aspetti del volume.

blankProfessore, in molti si sono occupati della storia italiana del Novecento ma lei lo fa da una prospettiva decisamente innovativa. Per prima cosa, ci colpisce l’arco temporale che ha scelto: perché la partenza da Adua?
Mi interessava iniziare da una sconfitta. Quella battaglia fu vissuta dall’opinione pubblica di allora come una cocente umiliazione, che segnava la fine dei sogni di gloria imperialista e colonialista dell’Italia di Francesco Crispi, il quale uscì di scena. Ma il trascorrere del tempo ha dimostrato che quell’insuccesso si trasformò in un’eccezionale opportunità per il Paese. Proprio da quel momento, dopo il fallimento di un tentativo di svolta reazionaria, cominciò un ventennio di crescita economica, politica e civile per l’Italia che, retrospettivamente, è stato tra i più importanti del Novecento. Il mio Novecento italiano è un «secolo lungo» che va dal 1896 fino al 2016, ma ho notato che la maggioranza delle storie dell’Italia contemporanea sono dedicate o alla prima metà del secolo (con l’Italia liberale e fascista) o alla storia dell’età repubblicana. Mi interessava, invece, valorizzare uno sguardo complessivo che tenesse conto delle continuità come delle rotture, nella convinzione che molti fenomeni sono stati di media o lunga durata e hanno travalicato le accelerazioni o le cesure di tipo politico e istituzionale.

Il volume fa emergere almeno due chiavi di lettura originali. Il primo, a mio avviso, si può sintetizzare nel fatto che “la storia di un Paese è anche la storia di come viene raccontata”. E questo impone la conoscenza del dibattito storiografico, dei suoi aspetti di revisione continua. Quanto è vera, a suo avviso, questa affermazione? E se si, quanto ha tenuto conto del dibattito storiografico e dei suoi passaggi più dibattuti, per stendere il suo volume?
Col senno del poi mi sono reso conto di essermi soffermato soltanto su due dibattiti storiografici perché mi sembra che abbiano influenzato direttamente anche la vita politica e il cosiddetto uso pubblico della storia: quello sull’8 settembre e la presunta «morte della patria» e quello sul valore civile della Resistenza. Per il resto penso che sia più opportuno nascondere tra le pieghe del racconto storico lo spessore del dibattito storiografico di cui, ovviamente, bisogna essere consapevoli. Ma appunto questa conoscenza va sciolta, come se fosse dello zucchero, nella narrazione e nella selezione dei fatti raccontati, non va mai esibita o resa evidente al lettore.

La seconda chiave di lettura originale, che si snoda su un terreno fertile e produttivo per la recente storiografia contemporaneistica italiana, è la costante della violenza politica che attraversa la nostra storia nazionale. Mi pare di capire che lei intraveda un filo sottile, quantomeno ideologico, di contesto, che lega molti dei fatti di sangue che hanno segnato il nostro novecento. Sbaglio? Ce ne vuole parlare?
Mi pare indubitabile che il Novecento italiano sia costellato da una serie di esplosioni di violenza in coincidenza con fasi di cambiamento politico e sociale che avvengono per condizionarne gli esiti. La serie stragista è impressionante nella sua continuità e prescinde dalle distinzioni istituzionali tra monarchia e repubblica o se il reggimento politico è liberale, autoritario o democratico: 1921 (Diana a Milano), 1928 (Fiera campionaria di Milano), 1946 (Portella della Ginestra), 1969-1974 (da Piazza Fontana all’Italicus), 1978 (via Fani), 1992-93 (bombe di mafia). Un altro dato significativo è che il comportamento degli apparati dello Stato è stato, più o meno, sempre lo stesso come se si tramandassero di padre e in figlio una cultura e una perizia del governo di questi eventi tragici e delle tecniche di depistaggio funzionali a nascondere mandanti ed esecutori materiali. Eppure, ogni volta sembra che l’opinione pubblica debba cominciare daccapo, dimentica di quanto avvenuto soltanto quindici/venti anni prima. Si dice sovente, e gli italiani ne sembrano quasi compiaciuti, che l’Italia sia il Paese del compromesso. Ma ci si dimentica troppo spesso che questo compromesso è sempre il frutto di uno scoppio inaudito e improvviso di violenza che lo fonda e lo determina.

Come studiosi del Novecento siamo stati abituati a imporci il fatto che la storia contemporanea è, in primis, storia politica. E storia politica significa anche storia di partecipazione, storia di protagonisti, di rappresentanza e rappresentatività. C’è un passaggio del suo libro in cui cita un giudizio di Galli della Loggia sulle piazze interventiste e il governo Salandra: “ha cominciato probabilmente a risultarne, proprio da allora, quel sottile discredito per il comando politico, quella sfiducia nella realtà della sua efficacia, e dunque quella potenziale delegittimazione dei suoi rappresentanti, che non avrebbe mancato di lasciare traccia profonda nella successiva storia del paese”. Il tema della delegittimazione è davvero secolare in questo Paese?
Direi di sì, si tratta di un evergreen. Un’altra idea lunga della mia interpretazione del Novecento italiano è la continuità carsica di una serie di atteggiamenti anti-parlamentari, anti-partitici e anti-politici della storia italiana. La frase di Galli della Loggia che cita mi sembra che coglieva con efficacia il punto al tempo di quella crisi risalente alle «radiose giornate di maggio», ma essa aveva un passato e avrebbe avuto un futuro. Basti pensare che il Parlamento italiano era nato da pochi mesi quando un giornalista acuto e militante come Ferdinando Petruccelli della Gattina si affrettò a intitolare il suo best seller di allora «I moribondi di Palazzo Carignano». Questo tipo di atteggiamenti non sono specificatamente italiani perché esistono da sempre nei principali Paesi europei, soprattutto a livello popolare. Ma ho l’impressione che la specificità italiana sia il grado elevato di adesione a queste posture anti-establishment anche da parte delle classi dirigenti, dei ceti istruiti, della piccola, media e grande borghesia che ha una sua furbizia. Le opinioni pubbliche inglesi, francesi, spagnole, tedesche sono state più avvertite e resistenti rispetto a questi fenomeni che pure hanno incrociato anche perché sono mediamente più colte e con una maggiore autoconsapevolezza.

Venendo al fascismo, apprezzo la definizione della marcia su Roma come di un colpo di stato anomalo. Vuole spiegare come sostiene questa affermazione?
Per scrivere la parte sul fascismo mi sono servito quasi interamente degli studi altrui. I lavori di Renzo De Felice, Roberto Vivarelli, Adrian Lyttelton, Ferdinando Cordova, Emilio Gentile, Francesco Perfetti, Mauro Canali e di storici più giovani come Alessandra Tarquini o Lorenzo Benadusi. Da questi studi, al di là delle diverse sfumature, ho ricavato il convincimento che Mussolini ascende al potere perché Vittorio Emanuele III glielo consente ed esce di scena perché Vittorio Emanuele III glielo impone. Il tutto, naturalmente e come sempre, avvenne in un contesto di relazioni internazionali in cui l’Inghilterra, e in misura minore la Francia, svolsero un ruolo significativo. Con questo voglio dire che il re d’Italia, ossia il capo dello Stato di allora, ebbe enormi responsabilità sia nel non avere fermato Mussolini nel 1922 sia nell’avere determinato la sua caduta il 25 luglio 1943. Come scrivo, l’avventura di Mussolini, che coincide con quella del fascismo, si sviluppò «da un colpo di Stato all’altro».

Mi scuserà la digressione su un personaggio che, da polesano, mi sta molto a cuore, ovvero il socialista Giacomo Matteotti. Matteotti fu il primo grande martire civile del fascismo. Tanto più grande quanto più noto e conosciuto anche a livello internazionale. La domanda sorge allora spontanea: quanto e quali furono, a suo avviso, i limiti delle opposizioni al fascismo, che non consentirono una reazione contro Mussolini che, con l’omicidio Matteotti, fece capire a tutti che si stava scivolando verso il totalitarismo?
Una volta che il capo dello Stato ha manifestato la sua intenzione non è facile per le opposizioni resistere e cambiare il corso degli eventi, per il solo fatto, se mi passa la battuta, che dispone dei Corazzieri. Certamente, per spiegare il successo di Mussolini, ha contato molto il tradimento della classe dirigente liberale che sbagliò i suoi calcoli: pensava di servirsi di quel giovanotto ambizioso e dai modi spicci e dei suoi squadristi per contenere l’avanzata rossa, quella tradizionale socialista e quella nuova, comunista, determinata dalla Rivoluzione del 1917, per poi procedere a una normalizzazione e a una costituzionalizzazione del fascismo fino al suo definitivo riassorbimento nel vecchio quadro liberale. Sottovalutarono le indubbie qualità politiche di Mussolini, che li mise letteralmente nel sacco uno dopo l’altro alternando il bastone con la carota, le promesse alle minacce, e quando si arrivò al dunque, intorno alla vicenda di Matteotti, era ormai troppo tardi. Non meno gravi furono le responsabilità dei cattolici popolari che, nonostante le violenze già perpetrate dai fascisti in Parlamento e nelle le piazze accettarono di farci un governo di coalizione insieme, e il massimalismo di quei settori dei socialisti e dei comunisti che, soffiando sul fuoco, non compresero che stavano letteralmente facendo il gioco di Mussolini. Ma ripeto: il ruolo di Vittorio Emanuele III fu fondamentale ed è difficile opporsi a un sovrano soprattutto se si è divisi e incapaci di valutare la profondità del pericolo in diretta, mentre comincia a manifestarsi e a diffondersi.

Un ultimo paio di domande prima di venire a temi che tratta con maggior frequenza e mi scuserà se la porto a una riflessione anche attuale. Il frazionismo a sinistra sembra un altro degli elementi costanti della nostra storia. Anche questo, pare, avere radici profonde. Che cos’è mancato, in prospettiva storica, e cosa manca, alla sinistra italiana, per accreditarsi come forza concreta e propositiva per il governo del Paese?
La sinistra si fraziona nei momenti di crisi e si unisce nei momenti di forza. Quanto avviene negli anni dieci del Novecento ricorrerà in altri momenti della sua lunga storia, penso ai primi anni Sessanta, o al tempo che stiamo vivendo in questi ultimi anni. Non bisogna però dimenticare che processi analoghi sono avvenuti anche a destra, si pensi soltanto al frazionamento che ha accompagnato la crisi del berlusconismo o, andando più indietro, alle micro-scissioni all’interno dei liberali e dei socialdemocratici che furono decisive per impedire ad Alcide De Gasperi di ottenere il premio di maggioranza nel 1953. La sinistra, dal 1901 in poi, ha governato questo Paese diverse volte ma sostanzialmente in due modi: con una coalizione di centrosinistra variamente intesa a seconda delle epoche storiche o attraverso larghe intese o solidarietà nazionali che dir si voglia con l’avversario principale. Con le buone o con le cattive non ha mai avuto la forza elettorale necessaria per governare l’Italia in modo autosufficiente come è avvenuto, ad esempio, in Francia, in Inghilterra, in Germania o in Spagna. Ma il punto direi che è un altro: mentre il bipolarismo italiano è una costante di lunga durata, l’alternanza è una scoperta più recente, ossia risale al 1994. Soltanto da quel momento in poi chi ha governato è stato regolarmente sostituito alle elezioni successive secondo una fisiologia democratica tipica dei sistemi occidentali. Prima, quindi per quasi un secolo, non è stato così: l’alternanza era tutta interna alla forza di governo, che fosse il conglomerato giolittiano, la dittatura fascista o la Democrazia cristiana e il resto veniva programmaticamente delegittimato. Basti pensare che i liberali giolittiani chiamavano i socialisti, i cattolici e i democratici «partiti anticostituzionali», una formula che denotava, già allora, un deficit di legittimità dell’intero sistema istituzionale, un atteggiamento che avrebbe rappresentato una costante nella vita politica nazionale.

Torno all’attualità e la porto poi indietro. La storia repubblicana è stata anche la storia di quelli che oggi sono i tanto demonizzati partiti. Eppure, tutti gli storici concordano sul ruolo fondamentale che i partiti hanno avuto nella ricostruzione di una democrazia pluralista. Quando si spezza quel filo conduttore del legame essenziale tra il popolo e i partiti? E secondo lei, oggi, è possibile immaginare una democrazia di qualità, in Italia, senza partiti o con gli attuali partiti rinnovati nella forma e nello spirito?
La demonizzazione del ruolo e della funzione dei partiti non è un dato di oggi. C’è tutta una tradizione anti-parlamentare e anti-partitica che ha origine nell’Italia liberale ed è diffusa, ad esempio, da scrittori di grande successo come Matilde Serao, Federico De Roberto, Gabriele D’Annunzio o da scienziati della politica come Gaetano Mosca. È però un dato di fatto che nel periodo della cosiddetta «Repubblica dei partiti» l’Italia ha toccato vertici ineguagliati di sviluppo economico, culturale, politico e civile. Questa storia è ormai conclusa, ma non credo che sia stato un caso che queste performance siano avvenute in una fase i partiti hanno svolto un ruolo vitale nella loro interconnessione con la società civile. Attenzione però: non bisogna dimenticare che il rimpianto per il bel tempo antico era già presente in quel periodo che oggi ci appare come «un’età dell’oro» dei partiti. Peraltro, fenomeni di eccezionale successo popolare come il movimento dell’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini crebbero proprio in quella fase, quella della cosiddetta ricostruzione politica, economica e civile dell’Italia. Certo, vennero riassorbiti, ma evidentemente furono capaci di interpretare una domanda che già era presente. Non direi dunque che il legame tra popolo e partiti si sia spezzato, ma è cambiato con il tempo e ha attraversato momenti di crescita e di crisi, persino di rifiuto sotto il fascismo, adeguandosi anche allo sviluppo sociale e tecnologico del Paese. Certo la fine degli anni Settanta, culminati con la morte di Aldo Moro, appaiono, con il senno del poi, un momento periodizzante anche sotto questo profilo. È vero che la cosiddetta «partitocrazia» (un termine divulgato dal giurista Giuseppe Maranini già nel 1949) ha provocato un distacco sempre più largo tra l’opinione pubblica e la classe politica, considerata la principale responsabile dell’inefficienza dello Stato. Occorre però considerare che non è stata la partitocrazia a causare la crisi dei partiti, ma la loro debolezza a produrre quella degenerazione e, come ha notato lo storico Salvatore Lupo, una presa sempre più debole sulla società civile. Una società civile di cui in genere si ha la tendenza a sottovalutare i difetti che pure sussistono, come la propensione al particolarismo, all’assenteismo, all’evasione fiscale, alla corruzione, alla contiguità con la criminalità organizzata e gli effetti negativi provocati dalla sua profonda frammentazione.

Veniamo a un tema che lei ha trattato in modo elegante in precedenti pubblicazioni, il tema del terrorismo e degli anni di piombo. È possibile, a suo avviso, un bilancio su quegli anni o è ancora troppo presto e ci sono troppe poche fonti disponibili per capire a fondo quella stagione?
Certo che è possibile. Le fonti a disposizione sono molteplici, bisogna studiare e lo si sta facendo. Da certi avvenimenti ormai sono passati quaranta, cinquant’anni e non vedo soverchi problemi nell’approfondirli. Il problema è evitare la pigrizia e il rischio del reducismo.

Mi consenta ora, per chiudere, alcune riflessioni su dei protagonisti e dei fenomeni della storia politica recente. Domanda secca e mi scuso per la brutalità: Aldo Moro, una vittima o un agnello sacrificale?
La riflessione storica non si addice al gioco della torre perché è una disciplina del contesto e delle sfumature, ma provo a seguirla lo stesso. Per quanto riguarda Moro direi che è stato più un agnello sacrificale.

Enrico Berlinguer: un grande leader o un comunista che non seppe spingere il suo coraggio fino alla conseguenza estrema e inevitabile che era la svolta in senso socialdemocratico?
Direi che Berlinguer è stato un grande leader comunista italiano e dunque non gli si poteva chiedere di essere o di diventare socialdemocratico, perché è un’altra cosa. Non si tratta di coraggio o meno, è proprio, storicamente, un’altra cosa. In Italia era socialdemocratico Franco Nicolazzi e quindi Berlinguer era comunista.

Bettino Craxi: un riformista autentico o un autentico interprete di una partitocrazia malata?
Le due cose non sono in contraddizione. Craxi fu un socialista, un riformista, un autonomista che scelse di prendere il potere, è questo fu il suo principale limite politico, alleandosi con la parte più conservatrice della Dc. Nel farlo e forse per farlo preferì non vedere, per calcolo e/o per miopia, la progressiva degenerazione e crescente arroganza che si era impadronita del suo partito. Ciò detto, i due discorsi che fece in Parlamento al tempo di Tangentopoli furono forse sconvenienti nell’immediato, ma pieni di verità politica e infatti hanno resistito all’usura del tempo assai di più dell’ipocrisia e dell’opportunismo di quanti li ascoltarono in silenzio. Però stiamo parlando per davvero di un’altra epoca e di uomini di un’altra tempra. Di recente presentando un libro sui sindacati e il terrorismo mi sono imbattuto in una dichiarazione di Craxi di questo tenore, pronunciata in pieno sequestro Moro: «La violenza è stata nella storia levatrice di nuove grandi realtà. Nel passato la violenza e anche il terrorismo sono apparse legate a cause giuste nella lotta per l’indipendenza, per la libertà, per il progresso. Nessuna causa giusta è alla base del terrorismo delle Brigate rosse. La loro impostazione è farneticante». Negli ultimi vent’anni quale uomo politico italiano avrebbe il coraggio politico e la limpidezza intellettuale di pronunciare simili affermazioni, per di più nel momento in cui l’attacco terrorista era al massimo? Quale uomo politico oggi avrebbe la forza di chiedere ai propri militanti e al suo elettorato di comprendere e di distinguere, ossia di avere coscienza critica? Nessuno. In questo senso Craxi è certamente un dirigente socialista interamente nel e del Novecento e un’epoca ideologica si è definitivamente conclusa. Ma oggi si balbetta o al massimo si «mette la faccia» dentro un tweet con dei video dalla serialità estetica impressionante che fa pensare che siano tutti degli ostaggi, incatenati dal proprio narcisismo. In questo senso bisogna liberare la politica.

Berlusconi, nel 1994 ha davvero riempito un vuoto per un’Italia orfana o ha occupato spazi che si sarebbero aperti comunque dopo la crisi dei partiti dei primi anni novanta?
Berlusconi ha certamente riempito un vuoto politico che si era venuto a creare con la fine della Dc e del Partito socialista, che furono il prodotto della crisi del sistema prodotto dalla Guerra fredda. Il suo però è stato un lavorio antropologico, sociologico e psicologico ben preparato nel corso degli anni Ottanta. Con una battuta: ha riempito il vuoto che aveva contribuito a creare e lo ha saputo fare riuscendo nell’impresa di essere nello stesso tempo l’artefice del nuovo e il custode del vecchio, il pifferaio dell’antipolitica catodica e il riciclatore di vecchi arnesi della «Repubblica dei partiti». Credo che di Berlusconi si sia ampiamente sottovalutata la capacità di scegliere dei collaboratori di alto livello in diversi ambiti, dalla televisione, allo sport, alla consulenza giudiziaria, alla conoscenza della macchina dello Stato, che hanno costituito un suo punto di forza non evidente ma influente.

Questo paese può sconfiggere il clima di sfiducia e l’antipolitica?
L’antipolitica non credo proprio perché è uno dei suoi caratteri originari e di lungo periodo. È troppo forte la tentazione di fare politica attraverso l’antipolitica perché uno che vuole prendere il potere ci possa rinunciare. Si tratta di una scorciatoia troppo seducente. Peraltro nel libro mi sforzo di dare una definizione di questo concetto che a volte è troppo abusato: è sbagliato definire sotto l’etichetta dell’anti-politica soltanto la politica che non ci piace. Le cose sono più complesse e quel fenomeno, che pure esiste e ha una sua autonomia, ha anche degli aspetti positivi. Per superare il clima di sfiducia penso che possa bastare una ripresa economica di una qualche durata. La questione non riguarda solo l’Italia ma l’intera Europa e il destino dell’Ue. Dentro uno scenario di crisi conclamata o di difficoltà come quella che stiamo vivendo da ormai troppi anni è difficile proporsi in modo positivo e propositivo. È più semplice suscitare paure promettendo di governarle e poi, una volta presi i voti, dire che non si è riuscito a farlo per colpa degli altri o di chi c’era prima. Questo mi sembra il meccanismo propagandistico generale del tempo attuale ed è molto difficile spezzare il cerchio.

Un libro si chiude sempre con l’idea che la storia, in quanto maestra di vita, possa anticipare una prospettiva o una speranza. Qual è la sua speranza per questo Paese, professore?
Nel libro ho cercato di spiegare che l’attuale «declinismo» italiano non dipende solo da dati oggettivi che pure ci sono, ma anche dal fatto che abbiamo alle spalle un quarantennio di crescita straordinaria nel periodo 1945-1985, che non ha uguali nella millenaria storia della penisola. Questo dato di fatto ha prodotto una percezione e una sensibilità diverse ma l’Italia oggi si sta riassestando su delle posizioni di medio-piccola potenza che sono quelle tipiche della sua vicenda storica. Spero che questo si possa comprendere e riesca a infondere fiducia. Credo che fosse Giolitti a dire che bastano due generazioni ben istruite e ben educate per far rifiorire una nazione. Proporrei di riprendere il discorso da qui, ossia dalla scuola e dalla formazione in generale, cercando di fare al meglio il proprio dovere.

Leonardo Raito

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