venerdì, 24 Gennaio, 2020

“Modus vivendi” o “Modus fugandi”?

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Fiume la rivoluzione ardita e tradita. Parte 5

Come abbiamo già visto, Nitti si adoperò per disinnescare il pericolo rivoluzionario con una serie di iniziative mirate ad isolare d’Annunzio ed i suoi uomini dal resto d’Italia.
Indisse le elezioni che nel novembre del 1919 portarono all’affermazione dei socialisti e dei cattolici, decisamente avversi, anche se con motivazioni differenti, all’impresa fiumana, istituì un blocco intorno alla città che costrinse i legionari ad inventarsi delle imprese piratesche per poter approvvigionare la popolazione della città e soprattutto preparò un piano affidato a Badoglio per isolare d’Annunzio e i suoi legionari dalla stessa gente di Fiume che li aveva accolti pochi mesi prima con grande entusiasmo.
Tale piano doveva essere attuato assieme ad una sorta di “congiura di palazzo”, messa in opera dagli ufficiali superiori vicini a d’Annunzio, con in testa il maggiore dei granatieri Reina.
Il progetto riguardava una proposta chiamata “modus vivendi” che consisteva in alcuni punti fondamentali:

Ce lo rivela nei dettagli lo stesso Badoglio che lo presentò a d’Annunzio:
“Ritengo necessario proporre a d’Annunzio il seguente “modus vivendi”
“Il Governo italiano, riaffermando il diritto della città italiana di Fiume di decidere dei propri destini, prende atto del voto solenne espresso dalla città di Fiume, a mezzo dei suoi legittimi rappresentanti, il 26 ottobre del 1919, riservandosi di accoglierlo allorché tale accoglimento non costituirà più insuperabile ostacolo al conseguimento dei frutti della vittoria e grave pericolo per la pace nel mondo e per la esistenza della Patria
Intanto il Governo italiano è disposto ad aiutare direttamente la città di Fiume a rimettersi in condizioni normali di vita, indispensabili all’esistenza e alla prosperità sua e della popolazione del suo entroterra. All’uopo addiverrà immediatamente alla sistemazione della valuta fiumana ed agevolerà la immediata ripresa di attività del porto di Fiume in regime di porto franco. Il Governo italiano si impegna solennemente:
a non consentire e a non tollerare che mai i diritti sovrani della città di Fiume e la sua indipendenza siano comunque diminuiti e violati a non aderire od accogliere, in nessun caso, soluzioni della questione che separassero comunque Fiume ed il suo territorio da quello della madre Patria ad occupare, frattanto, a garantire l’integrità di Fiume e del suo territorio con truppe regolari italiane ed a rispettare quelle proprie milizie che la città stessa credesse costituirsi a far riconoscere l’autorità sovrana cittadina di Fiume designando, presso di essa, un proprio delegato, con l’intento precipuo di facilitare i suoi rapporti con le autorità del Regno.”

Tale proposta era maturata soprattutto constatando da parte del Governo e di Badoglio che, con il protrarsi del tempo, lo stesso d’Annunzio un po’ per logoramento, un po’ per stanchezza, era sempre più disponibile a trovare una soluzione che potesse essere idonea, dato che a Fiume ormai la disoccupazione investiva pienamente la popolazione e la classe operaia, danneggiando gli interessi della città e mettendo a grave rischio la sicurezza generale, che era quindi necessario riaprire i cantieri e le fabbriche, ripristinando sia il lavoro che i traffici marittimi e infine che, in fondo, molti degli ufficiali erano rimasti devoti al Re e allo stesso Badoglio, a patto che si offrisse a d’Annunzio una opportunità di dialogo e la possibilità di formulare delle controproposte.
Nitti fu sostanzialmente d’accordo sulla proposta del “modus vivendi”, aggiungendo solo che la questione della valuta non poteva essere regolata direttamente dal Governo, perché ciò avrebbe significato sancire di fatto l’annessione della città allo Stato italiano, ma da un apposito istituto di credito.

D’Annunzio, in un primo momento non si rivelò ostile al progetto, chiese solo di potere attuare di comune accordo alcune varianti quali:
a) porre in evidenza l’intera e disinteressata opera sua
b) porre clausole che garantissero l’incolumità sua e dei suoi collaboratori
c) precisare meglio alcuni termini che gli apparivano alquanto vaghi
Si attendeva per specificare questi stessi termini che il capo di Gabinetto di d’Annunzio,
Giuriati, tornasse da Roma dove era stato a colloquio con Salata, ma si capiva bene che il Vate si aspettava che il Consiglio Nazionale di Fiume, come garanzia dell’accordo, ponesse come condizione il fatto che lui stesso restasse a capo del Governo di Fiume come Presidente, in attesa dell’annessione, considerando il “modus vivendi” non una soluzione permanente, ma solo provvisoria. In vista di tale suprema finalità, d’Annunzio, inoltre, si aspettava anche l’assicurazione che all’ammiraglio Millo, passato dalla sua parte, fosse garantita piena impunità

Dal resoconto di Giuriati, possiamo anche sapere cosa accadde quando egli andò a Roma, dove incontrò non solo Salata, ma anche il conte Sforza che si occupava della politica estera.
Giuriati informò le autorità incontrate che d’Annunzio aveva ricevuto un telegramma molto allarmato da Nitti il quale faceva intendere che la situazione a Fiume era estremamente grave e delicata sia per il profondo sentimento di rivolta che essa suscitava nel Paese, sia per “le minacce purtroppo concrete e realizzabili venute d’oltremare”. Questa era dunque la base che aveva determinato la necessità impellente di un accordo e la proposta del “modus vivendi”
Il colloquio tra Sforza e Giuriati è fondamentale per comprendere bene il contesto anche internazionale in cui si situava allora l’impresa fiumana e le reazioni internazionali che essa stava suscitando con i conseguenti timori del Governo italiano.
Riportiamo solo alcune battute di questo dialogo decisivo riferito dallo stesso Giuriati in un suo libro.

Sforza: “E’ possibile che eventuali trattative fra Governo e d’Annunzio sollevino obiezioni e irritazioni all’Estero, E noi dipendiamo dall’Estero.
Giuriati: “Diciamo meglio: Nitti pretende che noi dipendiamo dall’America. Ma ci siamo curati di cercare altrove? Prima della guerra si riceveva il grano dalla Russia e dalla Romania. La Jugoslavia in questi giorni ha messo in vendita venticinquemila vagoni di viveri. Perché non si tenta di liberarci dal giogo americano?”
Sforza: “Alcune cose non possono che venire di là, a cominciare dal denaro. […] Non è che Nitti non sogni un’Italia più grande e più felice. Soltanto, mentre voi vedete questa futura Italia ricinta di lauri e di fiori, Nitti la vede ricinta di milioni….”
Giuriati: “Ora Nitti vorrebbe arrivare nei Balcani attraverso una debolezza e un tradimento: ripiegare la bandiera nostra in Dalmazia mentre vige il Patto di Londra cresimato dalla vittoria costituirebbe infatti una debolezza nei confronti degli alleati e un tradimento verso i fratelli nostri di laggiù che abbiamo compromesso chiamandoli alle conferenze internazionali, incitandoli alla propaganda in mille modi. Così non si arriva a conquistare influenza nei Balcani, con questi metodi non si fonda una grande Potenza. Il mio Comandante insegna e dimostra che solo i valori morali contano, che sono i soli capaci di produrre ricchezza…”

Sforza prosegue dimostrandosi preoccupato per la situazione interna e per il risultato delle elezioni ma Giurati gli replica che tale risultato è stato voluto proprio da Nitti per isolare il campo degli interventisti il quale, con d’Annunzio, era stato sempre avverso a Giolitti, e che, anzi, tale successo dei neutralisti era stato persino inferiore alle aspettative e che il popolo, dopo avere sopportato tanti sacrifici in guerra, non avrebbe accettato per la pace, una soluzione al ribasso.
Sforza continua ad essere preoccupato per la reazione di Wilson, ma Giurati gli ricorda che il mandato del Presidente americano sta per esaurirsi, infine Sforza invita Giuriati a non sprecare il credito acquisito con l’impresa fiumana perché “essa non vi appartiene più: è un patrimonio nazionale”

A quel punto Giuriati replica con fermezza: “Salvo esaminare le obiezioni alla conversione totale della valuta, devo dichiararle esplicitamente che d’Annunzio non abbandonerà Fiume se non quando la città non sarà annessa all’Italia. Questo egli ha promesso ai Fiumani e quando d’Annunzio promette, mantiene alla lettera.”
Il colloquio si conclude esaminando la questione dell’Ammiraglio Millo a cui il Governo non intende garantire l’impunità, però si lascia intendere che anche tale situazione potrebbe essere riconsiderata dilazionando tale decisione ed affrontando invece nell’immediato la proposta Tittoni e cioè il “modus vivendi” di cui abbiamo già trattato.
Come reagì a tutto questo d’Annunzio? Ce lo dice una sua lettera fatta pervenire allo stesso Giuriati la sera del 24 novembre il cui testo è piuttosto esplicito: “Cagni, da Parigi, afferma che basterebbe -un piccolissimo sforzo- per ottenere quel che vogliamo! E Cagoia (Nitti) seguita a non tener conto della nostra volontà, seguita a trattare sulla base del progetto Tittoni? E’ una ottusità, o un cinismo, incredibile” E prosegue: “Ti prego di essere esplicito e crudo. Se il Governo non accetta l’ultimatum (sull’annessione) sono pronto a tutto, anche a un nuovo colpo nell’Adriatico”

Nitti era però irremovibile sul fatto che d’Annunzio dovesse lasciare Fiume ma lo stesso d’Annunzio nelle sue controproposte, mise al primo punto che il Governo gli riconoscesse il ruolo cruciale che stava svolgendo assieme ai suoi legionari, fu anche irremovibile sulla questione dell’annessione di Fiume all’Italia e sul fatto che l’Ammiraglio Millo dovesse continuare a governare la Dalmazia.
La situazione allora si fece molto critica e il blocco intorno alla città venne inasprito con la minaccia di passare all’uso della forza che però Badoglio voleva scongiurare a tutti i costi.
La mancata accettazione del “modus vivendi” spinse di conseguenza il Governo a sostituire Badoglio con Caviglia che, contrariamente al suo predecessore, non aveva alcuna simpatia per il Vate. Badoglio venne quindi estromesso dalle trattative con la formula “promoveatur ut amoveatur”, essendo così promosso a Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito.
Iniziarono allora delle trattative dirette tra d’Annunzio ed il Governo italiano che portarono dopo varie vicissitudini, a ribadire nella buona sostanza quanto già affermato nel precedente “modus vivendi”, solo con qualche lieve modifica. Badoglio sarebbe restato a Fiume in attesa della ratifica dell’accordo. Egli stesso riferisce nel suo libro “Rivelazioni su Fiume” che “D’Annunzio si dimostrò ormai deciso ad accettare, ma, all’ultima ora avanzò alcune richieste” nel merito: che l’entrata di Badoglio a Fiume dovesse avvenire accompagnata dalla sua presenza, che l’evacuazione dei volontari avvenisse eventualmente in modo graduale e senza incidenti e che, se il Consiglio Nazionale avesse chiesto il presidio per Fiume di soli volontari anziché dell’esercito italiano, la questione sarebbe stata ridiscussa.
Ma il Governo fu irremovibile sulla necessità che fosse garantita l’entrata dei soldati regi per garantire la sicurezza e la indipendenza della città.
Nel frattempo, i quadri degli ufficiali vicini a d’Annunzio cominciarono seriamente a dividersi tra i favorevoli all’evacuazione e i sostenitori dell’annessione e della permanenza a tutti i costi.

Il 13 dicembre d’Annunzio riunì il Consiglio Nazionale e fece discutere l’approvazione del “modus vivendi”, tale Consiglio chiese solo, come suprema garanzia, l’assicurazione assoluta della continuità territoriale tra Fiume e l’Italia, la ottenne e di conseguenza votò a larga maggioranza il “modus vivendi”. Tale atto però allontanava definitivamente ogni ipotesi di annessione e preludeva al ritiro di d’Annunzio e dei suoi legionari, di conseguenza, quando la popolazione fu messa al corrente di tale decisione, non perse tempo a mostrare la sua irrequietezza. Lo stesso Badoglio scrive che “il voto del Consiglio Nazionale, reso noto in città, sollevò immediatamente un grandissimo fermento. Una massa di soldati (legionari) e cittadini, assalì i membri del Consiglio Nazionale, maltrattò il Presidente Grossich, e, poscia, invase il palazzo del Comando. D’Annunzio che, evidentemente, a malincuore, aveva acceduto alle proposte del Governo Italiano, eccitato dalla dimostrazione, arringò la folla ed, alla testa dei dimostranti, percorse la città”

Questa fonte non è di parte dannunziana, quindi, quando parla di “folla”, di “massa di cittadini e soldati” è da ritenersi attendibile e dimostra piuttosto chiaramente che considerando pure che d’Annunzio sarebbe forse stato disponibile ad un accordo, fu però ampiamente dissuaso dal fatto che tra l’oligarchia del Consiglio Nazionale e il resto del popolo fiumano c’era una profonda spaccatura. Come colmarla?
La risposta è nella lettera inviata da d’Annunzio allo stesso Badoglio, in cui tra l’altro è scritto dallo stesso Vate a chiare lettere”…Ora per uscire da una situazione penosissima e pericolosissima, conviene accordare al popolo la prova del plebiscito. Il plebiscito acqueterà tutte le coscienze e torrà da me e dal Consiglio ogni responsabilità futura”
La ferma volontà del Comandante di far decidere al popolo dimostra ampiamente la sua disponibilità ad una soluzione democratica, non si capisce infatti perché avrebbe dovuto fare questa proposta per poi negarla in seguito, se non ci fossero state ragioni più che valide sulla sua buona fede nell’attenderne l’esito. Avrebbe potuto infatti benissimo cavalcare “populisticamente” il clamore della folla e dei legionari, e rovesciare al contempo il Consiglio Nazionale e il “modus vivendi”, senza temere alcuna particolare reazione, se solo avesse voluto.. Ma non volle, egli preferì il voto popolare.
La votazione però si svolse in un clima incandescente, date le animosità delle varie parti in lizza e contrastanti tra loro. Tra l’altro il diritto di voto a Fiume non era nemmeno riconosciuto a tutti.

Umberto Toscanelli testimonia che “il referendum non ebbe svolgimento regolare; gli autonomisti (seguaci di Zanella, sostenitore di Fiume come Stato libero) si dettero da fare: i croati si dettero da fare, e da fare se ne dettero anche alcuni elementi venuti dall’Italia”. Il “darsi da fare” evidentemente lascia intendere le intimidazioni ed i brogli che accompagnarono il referendum e, come se non bastasse, allora si continuava a votare con il criterio della “pertinenza” con cui era stato anche eletto il Consiglio Nazionale, espressione della oligarichia timocratica cittadina, non certo della stragrande massa della popolazione. Tale sistema elettorale era sostanzialmente estraneo alle norme del diritto italiano. La pertinenza era una sorta di ius sanguinis, distinta sia dal domicilio che poteva essere sede degli affari e degli interessi, sia dalla stessa residenza intesa come dimora abituale, e si acquisiva solamente con la nascita, per via paterna, per matrimonio, si badi, non con un residente, ma con un “pertinente”, o per “speciale rapporto” con le istituzioni comunali e cioè con il Consiglio stesso che le dominava, comportando l’obbligo di una permanenza di residenza nel Comune stesso. Si evince da tutto ciò che i votanti non raggiunsero nemmeno il 40% della popolazione adulta di Fiume, dato che, in tal modo, coloro che non erano residenti o risiedevano da poco, oppure erano solo domiciliati a Fiume non erano ammessi alla votazione.

Fin troppo facile, dunque, ribadire che, durante le elezioni che poi vennero invalidate, sebbene la maggioranza dei votanti fosse per l’accettazione del “modus vivendi”, d’Annunzio non volle prendere atto di tale responso. Chi tuttora lo afferma dovrebbe chiedersi piuttosto come si sarebbe divisa e a che punto di scontro e di violenza fratricida sarebbe giunta una popolazione così scissa tra indipendentisti ed annessionisti.
Tra l’altro, lo stesso Consiglio Nazionale si rese subito conto di tale rischio e pericolo e riconfermò, nonostante tutto, piena fiducia al Comandante, perfettamente consapevole che solamente da lui dipendeva la pace interna e la sopravvivenza della città
Il “modus vivendi”, in buona sostanza, si stava rivelando solamente come un “modus fugandi” cioè come un mezzo anche abbastanza subdolo messo in atto dal Governo italiano che contava sull’appoggio di ufficiali stanchi della occupazione e degli autonomisti di Zanella, per mettere in fuga da Fiume d’Annunzio ed i suoi legionari.
La frattura tra coloro che avevano visto in Fiume l’inizio di un processo rivoluzionario che avrebbe dovuto estendersi il più possibile, fino ad avere esiti del tutto imprevedibili dal Governo stesso, e tra quelli che invece avevano vissuto l’impresa solamente come una esasperazione patriottica e nazionalista, era ormai pressoché insanabile. Lo stesso maggiore Reina avrebbe in seguito rimproverato a d’Annunzio di avere come programma “un colpo di Stato militarista-anarchico”

Reina non aveva tutti i torti, però quello che egli chiamava “colpo di Stato” non era altro che una rivoluzione e quella che egli definiva “militarista-anarchica” in realtà aveva lo scopo ben preciso, secondo le parole dello stesso Giulietti, il quale era a capo del potente sindacato dei marittimi e che aiutò non poco i legionari a resistere nelle loro imprese piratesche, di instaurare un nuovo ordine istituzionale “risolutore della questione sociale, assicurante ad ognuno il frutto della propria opera e il necessario per vivere a chi è invalido o non atto al lavoro, o ammalato o disoccupato” Certo, per fare questo, l’adesione del Partito Socialista sarebbe stata indispensabile, ma quello stesso partito che, appena insediatosi in Parlamento, si rifiutò di rendere omaggio al Re, all’atto pratico, quando si trattò di fare qualcosa di decisivo per mettere a serio rischio l’esistenza e la persistenza di una monarchia che avrebbe regalato in futuro all’Italia la marcia su Roma, gli accordi col Vaticano, le leggi razziali e ben tre guerre in venti anni, ovviamente a braccetto con il Fascismo, non fece nulla.
Reina conosceva bene le corrispondenze che c’erano tra d’Annunzio, Malatesta, Bombacci , Giulietti e lo stesso Serrati, più volte invitato a scendere in campo a favore della rivoluzione fiumana, il quale però, pur sempre in nome del suo antico odio neutralista, avverso al Vate, aveva sempre sdegnosamente rifiutato

La rivoluzione fiumana era un fiore che stava sbocciando in quella città ma che avrebbe dovuto fiorire in tutto il resto del Paese, secondo un piano particolare e ben preciso che nulla aveva a che fare con l’imitazione della rivoluzione bolscevica. Lo dice lo stesso d’Annunzio in una lettera a Giulietti: “Mio caro compagno…Tu hai compreso perché io abbia voluto rimanere qui, affrontando i peggiori pericoli. Oggi qualunque sforzo di liberazione non può partire se non da Fiume. Per una più vasta impresa sociale io debbo partire da qui. Il mio spirito si appoggia in questa riva per qualunque balzo in avanti, specie per balzare sull’altra sponda. La nuova parola parte da qui; qui le nuove forme di vita non soltanto si disegnano, ma si compiono. Leggi questo mio proclama ai soldati. In nessun luogo della terra si respira la libertà come in questo Quarnaro, che è simile ad un mare futuro…
…Se tu assistessi a certi spettacoli umani, qui, comprenderesti che la vera “volontà” di vita non è là dove la dottrina di Lenin si smarrisce nel sangue. Il cardo bolscevico si muta qui in rosa italiana: in rosa d’amore…”

In quel difficile momento di passaggio della fine del 1919, la minaccia che tutto fosse vanificato fu enorme, e d’Annunzio avvertì una profonda solitudine, lo scrisse più tardi nella sua opera “Per l’Italia degli Italiani” : “Ero rimasto solo di fronte al mio destino, abbandonato perfino dal mio compagno di Buccari (Luigi Rizzo), dopo una settimana di passione in cui tutti erano passati di errore in errore, di fuorviamento in fuorviamento, di violenza in violenza”
Ci fu allora infatti anche una sollevazione di soldati e ufficiali subalterni contro altro ufficiali superiori che avevano aderito alla congiura di Reina. In una occasione, alla mensa del Battaglione, il sottotenente della “Sassari” mise con una violenta requisitoria sotto accusa lo stesso comandante del Battaglione, maggiore Lanari, e il tenente Sodi, degli Arditi, si scagliò addirittura contro lo stesso maggiore con il pugnale nella mano, ne seguì una zuffa furibonda.

Giuriati, scontento dell’esito del plebiscito e scandalizzato per le violenze che lo avevano accompagnato, insieme alle intimidazioni avvenute durante il voto, rassegnò le sue dimissioni da Capo del Gabinetto di d’Annnunzio, anche se lo stesso Vate che aveva fatto sospendere le votazioni non rinnegò affatto la deliberazione del Consiglio Nazionale, anzi disse: “E pertanto come unica e valida manifestazione del sentimento di Fiume non resta se non la deliberazione del Consiglio Nazionale legittimo rappresentante della Città e in base a quella e ai poteri conferitimi mi riservo di prendere la mia determinazione.” Il Consiglio gli confermò i pieni poteri e per questo egli sospese a quel punto l’esito elettorale, senza doversi imporre su nessuno.

Proprio quando secondo le stesse parole di d’Annunzio “Cedere alla frode significava perdere il confine conteso. Resistere significava imporre una volontà tirannica ad una parte che pareva stanca e losca”, la stampa si scatenò, ben pilotata dal Governo italiano, sbandierando ai quattro venti che d’Annunzio non era più gradito e che addirittura i fiumani volevano liberarsi dei liberatori. Curioso è il fatto che certi storici di “gran calibro” non siano mai usciti da tale mistificazione e prendano tuttora per buone quelle manovre diffamatorie e propagandistiche.
Era una situazione che Foscanelli giustamente nel suo pregevole libro “Gabriele d’Annunzio e l’ora sociale” paragona a quella della Repubblica Romana del 1849, quando le gazzette italiane, influenzate dalla corte papalina di Gaeta, unitesi a quelle francesi, dipingevano Roma come in preda ai briganti e ai terroristi e lo stesso Mazzini come un tiranno di cui il popolo non vedeva l’ora di liberarsi. I francesi però se ne accorsero bene il 30 aprile del 1849 come quel popolo voleva liberarsi di loro anziché di Mazzini o dello stesso Garibaldi che quello stesso giorno, con il popolo romano, li sbaragliò.
In buona sostanza, la congiura di palazzo fallì, lo stesso Reina fu cacciato da Fiume con il biasimo di tutti quei granatieri che lo avevano seguito nella marcia da Ronchi verso la città irredenta. Gli altri ufficiali si decisero quindi a sostenere l’esito della impresa, così come il resto della popolazione che aveva rifiutato di dover vedere salutare la partenza del Vate da Fiume.

La situazione però restava molto critica, e vi furono da parte dei capi-lega delle Camere del Lavoro riunioni serrate, con proteste, proposte e richieste varie da presentare al Consiglio nazionale e al sindaco ma senza che portassero a particolari cambiamenti.
Lo stesso capo dei socialisti fiumani, che non era stato tenero con d’Annunzio, era però in quel frangente di orientamento patriottico e durante la guerra si era già persino opposto al cambiamento del nome di Piazza Dante in Piazza Francesco Giuseppe. Persino il sindaco Gigante e il Consiglio comunale erano sulla stessa linea anche se da posizioni politiche assai diverse. Però adattarsi a quella situazione era difficilissimo per tutti, soprattutto perché le attività portuali erano paralizzate, la disoccupazione era sempre più estesa e la miseria non solo cresceva, ma aggrediva i più deboli come i poveri e i bambini.
Ad un certo punto vedremo in seguito che si si manifesterà, nell’aprile dell’anno successivo, anche la minaccia di uno sciopero generale e proprio colui che era stato esteta, scrittore, poeta, eroe di guerra e Comandante avrà modo di sperimentare, in maniera del tutto singolare ed anche in questa occasione stilisticamente esemplare, persino delle straordinarie doti di mediatore sindacale, assumendo la difesa dei lavoratori di Fiume.
Si era però ancora al dicembre del 1919, e il Natale era alle porte, l’ultima festività natalizia di pace per quella che sarà chiamata la “città olocausta”, si viveva di “colpi di mano”, condotti soprattutto grazie all’audacia del Capitano Mario Magri, il “Comandante Magro”, eroe non solo fiumano decorato con Stella d’Oro, ma in seguito anche della lotta di Liberazione e martire delle Fosse Ardeatine.

Il pranzo di Natale del 1919 per molte mense fu assai misero, a base soltanto di vecchi fagioli tarlati recuperati dalla base francese dell’Oriente, mentre alla popolazione si distribuirono i soccorsi che era possibile trovare, in maniera del tutto inadeguata ai bisogni reali. Ciò nonostante, non ci fu alcuna ribellione né verso d’Annunzio e nemmeno verso i suoi legionari
L’azione di d’Annunzio usciva però indebolita dal fallimento del “modus vivendi”, anche perché una buona parte della popolazione cominciava a sentire seriamente la stanchezza di una situazione ancora molto ingarbugliata che non poco danneggiava l’assetto economico e sociale della città. Però il Vate aveva in serbo per essa un progetto ancora più avanzato e quasi visionario, destinato a tagliare ogni nodo gordiano, contando per questo sulla collaborazione delle migliori menti del sindacalismo socialista rivoluzionario di quel tempo. Così, con l’alba del nuovo anno: il 1920, nasceva un sole destinato ad illuminare e a riscaldare una ulteriore ed ancor più “ardita” fase rivoluzionaria per Fiume e per l’Italia.

© Carlo Felici

5 continua

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