lunedì, 14 Ottobre, 2019

Montanelli, acclamato sia da destra che da sinistra

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Indro Montanelli, il grande vecchio del giornalismo italiano nonché scrittore prolifico, negli ultimi anni della sua vita è stato acclamato, sia da destra che da sinistra, come coscienza civica del Paese. Più di recente, sulle pagine del “Corriere della Sera” Aldo Cazzullo ha scritto che <>. Di fronte a queste acclamazioni immemori, c’è da dire che fortunatamente nella storia nulla si perde. Giornalista di talento, dal 1938 in servizio al “Corriere della Sera”, fascista convinto e apologeta di Mussolini, Montanelli nei suoi articoli aveva comunicato un’immagine edulcorata del colonialismo del regime, teso a modernizzare le società <>.

Diventato fascista critico in seguito alla crisi del regime, ma non antifascista, l’8 settembre del 1943 Montanelli entrava in clandestinità. Catturato dai tedeschi nel febbraio del 1944, riusciva a salvare la pelle grazie all’aiuto di Luca Ostèria, ex funzionario della polizia politica fascista e doppiogiochista al tempo della Repubblica di Salò. Eclissatosi nell’agosto di quell’anno, Montanelli riparava in Svizzera, dove veniva accolto con diffidenza dagli altri fuoriusciti a causa dei suoi trascorsi neri. Uscito indenne dagli anni drammatici del conflitto mondiale e della guerra civile, nel dopoguerra Montanelli riprendeva servizio al “Corriere della Sera” e nell’autunno del 1945 pubblicava il libello-romanzo “Qui non riposano”. Fingendo di essere venuto in possesso delle pagine autobiografiche di tre italiani la cui esistenza era stata segnata dal fascismo prima e dalla guerra poi, attraverso il personaggio di Antonio Bianchi (dietro cui si cela Montanelli), l’autore rivendicava con forza il diritto di <>.

In molte pagine di quel libro autobiografico, travestito da romanzo, e in molti altri scritti di dopo, Montanelli invece di cimentarsi in un’analisi seria della dittatura fascista, per comprenderne i meccanismi di funzionamento e la capacità di seduzione, si impegnava a diventare il più influente <> del fascismo dell’Italia del dopoguerra e a svilire la Resistenza, considerata un episodio cupo e marginale della storia d’Italia, e l’antifascismo. Grazie a una scrittura accattivante e a un espediente narrativo teso a privilegiare un punto di vista falsamente imparziale, Montanelli diffondeva una memoria indulgente del fascismo, percepito come un fenomeno <>, e cancellava gli aspetti più feroci del regime: la violenza squadristica, i Tribunali speciali, i gas in Etiopia, le leggi razziali, l’alleanza con Hitler. Tesseva l’elogio della cosiddetta <>, cioè di coloro che nel ventennio avevano aderito al fascismo e durante la Resistenza non si erano schierati, in attesa di tempi migliori. Equiparava fascisti e antifascisti, affermando che erano la faccia di una stessa medaglia. La loro diversità ideologica era apparente e mal nascondeva una realtà fatta di opportunismo, di viltà, di miserie morali e di comuni finalità: soddisfare ambizioni personali e sete di potere.

Equiparando fascismo e antifascismo, contrapposizioni e diversità sfumavano e diventava perciò impossibile individuarle. Montanelli assolveva così la cattiva coscienza degli italiani che erano stati fascisti, non volevano più esserlo, ma nemmeno volevano sentirsi in colpa per esserlo stati. Leggeva la realtà all’insegna di una visione scettica e dissacrante della storia e degli uomini che nel corso degli anni lo spingerà a esprimere una snobistica avversione per i potenti e per le masse, nella posizione paradossale di uomo anticonformista, eretico, bene inserito ai vertici dell’establishment, di cui dice male ma che alla fine serve. Significativo è, in questo senso, negli anni ‘70, il suo invito a turarsi il naso e votare per i democristiani, malgrado la loro corruzione, per contrastare l’avanzata del Partito comunista e delle sinistre. E questo perché Montanelli ha sempre guardato con insofferenza, quando non con spregio, l’antifascismo, i partigiani, i comunisti, i democratici, che lo hanno ossessionato per gran parte della sua vita, e più in generale gli italiani che, sulla scia del suo maestro Giuseppe Prezzolini, reputava non adatti alle istituzioni democratiche. In maniera coerente con questa sua convinzione, nella prima metà degli anni ’50 Montanelli assecondava le velleità golpiste in Italia dell’ambasciatrice americana Clara Boothe Luce. In una delle sue lettere indirizzate al singolare personaggio statunitense, Montanelli proponeva di istituire un’organizzazione segreta armata, in grado di intervenire prontamente nel nostro Paese nell’eventualità di una vittoria elettorale del Partito comunista italiano: << o aiutando un colpo di Stato, se si troverà un uomo, fra quelli attualmente al potere, disposto a tentarlo; o facendolo per conto nostro: pronti, in quest’ultimo caso, a scatenare la guerra civile con tutte le sue inevitabili conseguenze>>. Più in particolare, in caso di vittoria delle sinistre, al generale Giovanni Messe –  accusato di crimini di guerra dagli Alleati –  si doveva affidare il comando di una <> in grado, attraverso <>, di eseguire un <> che, pur sacrificando la democrazia in Italia, avrebbe salvato la Nazione dal comunismo.

LORENZO CATANIA

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