sabato, 8 Agosto, 2020

Morales e il paradosso della crisi boliviana

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Nelle ultime settimane la Bolivia è stata scossa da un’ondata di proteste che sono poi culminate con il golpe di stato, riconosciuto dalla maggioranza degli stati occidentali e soprattutto dai membri dell’Organizzazione degli stati Americani. Quest’ultima organizzazione, l’OAS , nasce nel 1948 a Bogotà con l’obbiettivo di formare una piattaforma politica, sociale ed economica fra gli stati membri, spesso i suoi detrattori hanno descritto l’Organizzazione degli Stati Americani come il braccio armato degli Stati Uniti in Latino America. Tuttavia i media spesso non lasciano spazio ad un’altra associazione americana chiamata CELAC (Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños) che non include la potenza egemonica dell’area: gli Stati Uniti d’America che esercitano un notevole peso nelle strategie geopolitiche dell’OAS. I membri della Celac hanno auspicato varie volte l’integrazione di tutti i paesi membri appartenenti al continente americano come Cuba, che è stata espulsa dall’OAS poiché,secondo la maggior parte dei membri, non rispettava lo statuto dell’organizzazione.

Poco dopo la sua esclusione negli anni 60′, Fidel Castro ha dichiarato che l’organizzazione è stata fin dalla sua creazione “complice di tutti i crimini contro Cuba”. La strategia nel perché si escludevano gli Stati Uniti era molto chiara: l’organizzazione stava cercando di limitare il potere che storicamente gli Stati Uniti hanno sempre esercitato in Latino America nell’appoggio di vari golpe di stato durante gli anni passati. Già Rafael Correa,presidente dell’Ecuador dal 2007 al 2017,ha dichiarato che gli stati del Celac non saranno compiacenti con il volere dei paesi egemoni Nord Americani ed Europei.Nel 2013 le Nazioni Unite avevano definito l’area come “zona di pace e cooperazione”. La cosa che però appare chiara è che agli Stati Uniti ed all’OAS non era molto gradito il governo di Evo Morales e riconoscendo la legittimità del golpe,in una sola mossa è riuscito a rovesciare il governo accusato di una probabile frode elettorale,ed a cambiare la leadership del Celac,ostile al governo statunitense,che da gennaio 2019 era presieduto dal governo boliviano. Tuttavia dopo i recenti avvenimenti adesso il presidente del Celac è Jeanine Añez Chávez, l’attuale presidente della Bolivia che traghetterà l’organizzazione fino a gennaio,quando il Messico ne prenderà le redini.

Il primo Presidente indigeno

Evo Morales è il primo presidente indigeno di tutto il continente americano, eletto 4 volte presidente della Bolivia, è stato il leader del movimento sindacale dei cocalero boliviani, quechua e aymara coltivatori di coca che si oppongono agli sforzi, principalmente degli Stati Uniti, di sradicare le coltivazioni di coca nella provincia di Chapare. Morales è stato anche il fondatore e leader del partito politico boliviano Movimento al Socialismo. Una volta arrivato al governo nel 2006,implementò una parziale nazionalizzazione delle principali compagnie di petrolio e gas e promosse varie riforme sociali che prevedevano di modernizzare il paese,il risultato fu che la povertà in pochi anni scese di molto e l’indice Gini dimostra che anche le disuguaglianze nel paese erano in diminuzione.
La nazionalizzazione di alcune multinazionali americane, il continuo contrasto con le politiche di Washington e l’amicizia con alcuni leader socialisti vicini come Hugo Chavez o Nicolas Maduro gli è costata l’antipatia dei gruppi più reazionari e classisti della società Boliviana e Latino Americana in generale. In questo clima ideologico che divide l’America latina di questi anni fra neoliberalismo e socialismo del XXI Secolo, Morales ha sfacciatamente ignorato la sconfitta al referendum contro un suo ennesimo mandato. Il risultato era stato ribaltato dalla Corte suprema controllata dal Mas (il Movimento al Socialismo). Gli osservatori internazionali (Unione Europea e Organizzazione degli Stati Americani fra gli altri) avevano riscontrato frodi nel voto dello scorso 20 ottobre. Dopo questi avvenimenti la polizia e l’esercito hanno appoggiato il golpe di stato capeggiato da Luis Camacho,membro del Movimento Nazionalista Rivoluzionario.

Un’amministrazione, quella di Morales, sicuramente migliore delle precedenti. La cosa paradossale della crisi boliviana è che il Paese è cresciuto molto negli ultimi anni, ed i dati del Banco Mondiale e delle Nazioni Unite parlano chiaro: il tasso di povertà è drasticamente sceso, il PIL è cresciuto sempre a un tasso superiore del 3 per cento ed anche l’aspettativa di vita è aumentata da 63 anni nel 2006 a quasi 70 nel 2019. Tuttavia la lunga permanenza del presidente indigeno, al governo da quasi 14 anni, ha generato delle diffidenze anche da parte di chi lo ha sostenuto. Dopo tre mandati consecutivi,una riforma costituzionale rivista a proprio vantaggio e la probabile frode elettorale, Morales ha perso credito dal suo elettorato,non solo a livello nazionale ma anche regionale. È molto probabile che gli Stati Uniti abbiano esercitato forti pressioni sul colpo di Stato in Bolivia. Gli Stati Uniti hanno una notevole influenza sull’OAS,basti controllare che da soli contribuiscono a circa il 60% del budget dell’intera organizzazione,e che inevitabilmente quando arriva il momento di prendere una decisione,il loro parere avrà decisamente più peso rispetto gli altri.

Gli errori commessi da Evo Morales non giustificano in alcun modo il golpe organizzato dai settori più reazionari e ultra-conservatori della società boliviana, con il sostegno della polizia e la connivenza attiva dell’esercito,tuttavia il messaggio mediatico che gli Stati Uniti hanno voluto trasmettere è chiaro, cioè: un golpe non è un golpe se rovescia un governo contrario alla nostra egemonia nell’area.

Salvatore Garzillo

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