sabato, 31 Ottobre, 2020

Morte ai traditori

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Israele avrà fatto tanti errori. Personalmente non ho mai pensato che fossero giustificate ed efficaci le iniziative belliche così devastanti su Gaza, che hanno prodotto troppe morti innocenti, anche se i duemila e più missili sganciati dalle basi di Hamas non ne hanno provocati di più solo perché il sofisticato sistema di sicurezza israeliano li ha quasi tutti intercettati. Quasi tutti perché è di ieri la notizia di un bambino israeliano di cinque anni che è stato ammazzato da uno di questi ordigni. Un bambino come i tanti, i troppi bambini palestinesi che hanno trovato la morte sotto bombardamenti cosiddetti chirurgici.

Detto questo, bisognerebbe anche ammettere almeno l’esistenza di due enormi differenze delle forze in campo. Israele non ha mai chiesto la distruzione di Gaza, ha accettato il percorso di una autonomia dei territori di Cisgiordania e Gaza. Che Hamas abbia preso il sopravvento a Gaza, la zona collocata proprio a due passi da Tel Aviv, non abbia accettato di comporre un governo di unità nazionale con Abu Mazen, ma abbia addirittura iniziato un conflitto armato con l’Olp, che continui a ritenere strategica la distruzione di Israele, che abbia iniziato il nuovo conflitto massacrando i ragazzi israeliani e poi iniziando la pioggia di missili, è innegabile.

Poi vi è una seconda differenza. Proprio ieri Hamas ha ammazzato orribilmente, senza processo in piazza, ad opera di incappucciati, diciotto palestinesi accusati di tradimento. Senza che si sappia in base a quali prove. Ritorna l’incubo del tagliatore di teste. Questo ammazzare in diretta, mostrandosi in pubblico, come attori di un truculento atto di morte, è il più spietato esempio di una civiltà che noi non possiamo accettare e nemmeno giustificare. Mentre questo avveniva in Israele si svolgeva una grande manifestazione di dissidenti che contestavano Netaniahu e la sua politica verso i palestinesi. A nessuno di loro è stata tagliata la gola. È questa la differenza tra una democrazia che sbaglia e un regime medievale che ammazza anche i suoi figli.

Tra Israele e gli intransigenti di Hamas c”è anche una diversa concezione della morte. E questa é la terza differenza, la più sostanziale. Per i palestinesi invasati il martirio è un prezzo da pagare per una vita migliore, e in tanti intendono sacrificarla in nome in Allah. Israele ha tradizione e cultura occidentali. È la vita, semmai, che è un premio, non la morte. Immaginare così vicine e mischiate tra loro queste opposte convinzioni non può che generare conflitto e tensione. La questione palestinese sarà forse più vicina a soluzione se anche quel popolo saprà progredire, magari non necessariamente occidentalizzandosi, ma abbandonando i crismi più oscurantisti di una particolare interpretazione del mondo.

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